Storie di artisti e prostitute: quando
la musa è una donna di strada

Monna Vanna, Gian Giacomo Caprotti con Leonardo

Monna Vanna, Gian Giacomo Caprotti con Leonardo

In principio fu il Rinascimento. Epoca di fasti e rinascita delle lettere, il XIV secolo segnò un’inversione di rotta rispetto ai passati secoli bui e vide lo sciogliersi dei vincoli moralistici, il desiderio di (ri)vivere la sessualità come puro piacere carnale e la riscoperta della bellezza –nuda – del corpo femminile. La prostituzione, da sempre praticata, raggiunse livelli impressionanti. Se non potè considerarsi una novità il fatto che Papi e Principi di Santa Romana Chiesa amassero accompagnarsi a certe signorine (di un certo livello sociale, s’intende), di sicuro parve inusuale l’interesse di svariati artisti per le donne (più o meno) di strada.  Non era un mero interesse sessuale a spingere i grandi del tempo ad avvicinarsi a quelle che, comunemente, erano indicate come putains, ma vero e proprio desiderio di renderle parte della propria arte. Usavano ingaggiarle, studiarle, persino venerarle al solo scopo di ingraziarsi le loro mosse, i temperamenti irascibili e i capricci da scolarette. Lasse Braun afferma con sicurezza che la splendidamente erotica Venere d’Urbino altro non è che la trasfigurazione mitica di una notissima meretrice cara al grande Tiziano Vecellio. Che poi sia stato effettivamente il gaudente Pietro Aretino a presentargliela, questo, ancora, non è dato saperlo.

Venere di Urbino, Tiziano

Venere di Urbino, Tiziano

Di certo, sembra che Leonardo ancora non abbia pace. Quanto inchiostro si è versato circa il problema, apparentemente insolubile, dell’identità della modella della Monna Lisa? Quanto ancora se ne dovrà usare per disquisire sulla meno nota Monna Vanna (o, pruriginosamente, Gioconda nuda)? Di lei si sa che fu dipinta a quattro mani dal Maestro da Vinci e dal suo allievo Gian Giacomo Caprotti. Da più parti si son poi levate voci circa un’eventuale relazione tra i due, un presunto rapporto culminato nella raffigurazione leonardesca del giovinetto come dama desnuda. Sembra tuttavia più palusibile un influsso di qualche bella cortigiana, tanto più che il dipinto è stato fatto risalire da Renzo Manetti al «periodo romano» di Leonardo, quando la città pullulava di agi e di ozi. Nella capitale del dissoluto ma coltissimo Giuliano de’ Medici, le cortigiane si offrivano volontariamente di posare nude e presto sarebbero comparse sulle tele di tutta Europa. La Fiammetta di Cesare Borgia sarebbe diventata una venerata memoria, mentre Imperia, l’amante di Agostino Chigi, avrebbe continuato ad abitare la Farnesina, dove le sue sembianze compaiono nella Psiche e nella Galatea di Raffaello.

Non meno incline al fascino indiscreto delle prostitute era Michelangelo o, almeno, questo ritiene Elena Lazzarini, ricercatrice dell’Università di Pisa e autrice di Nudo, arte e decoro. Proponendo una nuova e colorita tesi, la studiosa rintraccia nelle figure del Giudizio Universale il variopinto popolo che affollava bagni termali e bordelli, luoghi d’incontri omosessuali, promiscuità e prostituzione. Che sia stato forse questo il sospetto alla base della condanna del Concilio di Trento? Il povero Daniele da Volterra deve aver maledetto le venditrici del sesso, che da un lato donavano gloria imperitura al Buonarroti e dall’altra relegavano lui stesso al risibile ruolo di “Braghettone”.

Madonna dei Palafrenieri (particolare), Caravaggio

Madonna dei Palafrenieri (particolare), Caravaggio

Qualche anno dopo sarà il Rione romano di Campo Marzio a far da cornice alle rocambolesche avventure amorose di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Il quartiere offriva di tutto, dal marciume dei vicoli al vino delle osterie, fino agli indispensabili e frequentatissimi bordelli, praticamente una seconda casa per l’artista che qui mutuò le conoscenze, gli amori e l’ispirazione. Fillide Melandroni aveva diciassette anni quando Caravaggio la vide in strada, pronta ad adescare i clienti con maliziosa loquacità; la frequentò, se ne innamorò, la vide con sofferenza appartarsi con altri uomini. Ne farà un ritratto, purtroppo distutto, e la renderà soggetto di altri quattro dipinti, destinati a ricordargli l’amore per una ragazza che appartiene al popolo, non a lui solo. Ma il Merisi non conosce solo Fillide, è amante delle puttane perché solo queste sanno rivelare la vera essenza – sofferta – dell’essere donna. Sceglie Lena Antonietti come modella per la celeberrima Madonna dei Pellegrini e la vuole ancora ad incarnare quella dei Palafrenieri, con la manifesta intenzione di creare scandalo e scalpore. C’è poi Annuccia Bianchini, peripatetica di strada dai capelli rossi e gli occhi tristi. È lei a prestare il volto alla Madonna del Riposo dalla Fuga in Egitto, oltre a rappresentare la struggente disperazione della Maddalena merisiana.

Olympia, Edouard Manet

Olympia, Edouard Manet

Se in questi quadri l’iconografia religiosa fungeva da furba figura dello specchio per nascondere amori e amorazzi dissoluti, nel ‘700 si ebbe un vero e proprio sdoganamento della musa-puttana. Il caso più celebre è senza dubbio quello dell’Olympia, capolavoro scandaloso dell’impressionista Édouard Manet. Richiamando i massimi esempi della Venere d’Urbino e della Maya desnuda di Francisco Goya, l’artista francese ritrae la prostituta Victorine Meurent su un letto sfatto, mentre una serva le porge un mazzo di fiori donatole, con ogni probabilità, da un corteggiatore che attende dietro la tenda che fa da sfondo. Quale orrore, quale sacrilegio! Dipingere una situazione ai limiti dell’osceno portò Manet sul patibolo delle accuse, innalzandolo al contempo a modello per le generazioni future di coraggiosi pittori. Come non ricordare del resto la Rolla di Henri Gervex? Ispirato alla poesia di Alfred de Musset e raffigurante la putain M.lle de la Bigne, viene considerato immorale per la posa e il nudo esplicito, finendo per divenire il quadro più visitato del Salon.

Dolore, Vincent Van Gogh

Dolore, Vincent Van Gogh

Non priva di dolce tenerezza può essere considerata la relazione tra Vincent Van Gogh e la povera Sien, prostituta segnata dall’età e dai vizi con cui il pittore visse un periodo relativamente lungo e intenso. Protagonista di quadri e disegni, Sien era divenuta per Vincent – il folle Vincent, il respinto Vincent – un punto fermo in un universo in movimento e ritrarla era l’unica, vera attività che potesse appagarlo, quasi più del fare l’amore. Di diverso avviso doveva essere il suo amico Henri de Toulouse-Lautrec, che nelle maisons closes diceva di aver preso la residenza. Le ballerine e le prostitute dei suoi dipinti sono donne pesantemente truccate, dedite al divertimento malinconico, assorte nei loro pensieri come stessero attendendo qualcosa di più, forse il riscatto da un’esistenza misera e inappagante.

E se Pablo Picasso non faceva mistero di aver tratto ispirazione dalla più famosa casa d’appuntamento di Barcellona per le sue Demoiselles d’Avignon, oggi c’è ancora chi delle donne di strada ama cogliere l’anima. È Ibkal Hussainun, pittore poco noto, destinato alla clandestinità in un paese come il Pakistan. Figlio di una prostituta, cresciuto in un quartiere a luci rosse, immortala su tela le lavoratrici del sesso costrette, quasi sempre, a vendere il loro corpo per conto di qualcuno. I quadri non piacciono al governo, e lui è costretto a nasconderli. Non si sa dove, ma si sa perché; è l’unico modo per preservare quella denuncia che tanti, troppi, non vogliono ascoltare.

Ibkal Hussein al lavoro

Ibkal Hussein al lavoro

 

 

 

 

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