Tragicomiche analogie

Vorrei sottoporvi un testo (di commento ad un’opera piuttosto datata), alla lettura del quale sono rimasta impressionata per l’analogia spaventosamente calzante che vi ho trovato con la nostra contemporaneità.

Si tratta di un commento ad un’opera di Platone, la ‘Repubblica’, in cui è delineata una classificazione degli stati corrotti, non retti, potremmo dire le forme di degenerazione patologica dei governi rispetto allo Stato ideale che il filosofo aveva teoricamente disposto.

Tra queste forme di governo, Platone pone anche la ‘democrazia’, da intendersi nell’accezione di ‘demagogia’ – ora andremo a spiegare in cosa consiste la differenza.

Si potrebbe restare perplessi di fronte ad una simile affermazione, ma vi assicuro che si può rimanere addirittura scioccati approfondendo il fondamento con cui Platone giustificava questa sua affermazione.

Premettiamo: Platone nasce ad Atene il 427 a.C., nel V secolo avanti Cristo.

Più di duemilacinquecento anni fa.

E il prof. Giovanni Reale nel suo testo ‘Il pensiero antico’ riferisce così la motivazione per cui Platone avrebbe additato e condannato la democrazia, annoverandola tra gli stati corrotti:

La democrazia che Platone descrive è lo stadio che, nella corruzione, precede e prepara la tirannide.  Ciò che il filosofo ha in mente è la demagogia e l’aspetto demagogico della democrazia. L’insaziabilità di ricchezza e di denaro porta, a poco a poco, nell’oligarchia, a non curarsi di nient’altro che non sia la ricchezza. I giovani, cresciuti senza un’educazione morale, incominciano a spendere senza misura e si abbandonano indiscriminatamente a tutti i generi di piaceri. In tal modo i ricchi detentori di potere si indeboliscono, oltre che moralmente, anche fisicamente, fino al momento in cui i sudditi poveri acquistano coscienza di ciò e, alla prima occasione propizia, prendono il sopravvento e instaurano il governo del popolo, proclamando l’eguaglianza dei cittadini e distribuendo le magistrature col sistema dell’estrazione a sorte. Lo stato si riempie di ‘libertà’: ma è una libertà che, senza valori, degenera in licenza. Ognuno vive come gli pare, e, se vuole, può anche non partecipare alla vita pubblica. La giustizia si fa tollerante; le stesse sentenze emesse, spesso, non hanno esecuzione. Chi vuol far carriera politica non occorre che abbia adeguata natura, educazione e competenza, ma basta che ‘affermi di essere un amico del popolo’. […] Dalla democrazia deriva la tirannide, a causa dell’insaziabilità di libertà”.

Ma è questo il passaggio davvero scioccante: “I più animosi trascinano gli altri, e, approfittando della libertà, spadroneggiano con la parola e con l’azione e non tollerano chi parla in altro senso. Con vari metodi essi cercano di togliere ai ricchi le loro sostanze, facendo in modo che anche il popolo ne tragga benefici, ma tenendo per sé la parte più cospicua. E, quando fra costoro nasca un uomo che spicchi e riesca a diventare capo riconosciuto dal popolo (un demagogo), costui ben presto diventerà tiranno, ossia non appena accusi ingiustamente gli avversari, li bandisca dalla città, o addirittura li uccida. […] E dapprima si mostrerà sorridente e gentile; ma sarà costretto a gettare la maschera. Dovrà suscitare continue guerre, perché vi sia bisogno di un duce. Purgherà lo Stato, eliminando tutti quegli elementi che lo disturbano: e saranno i migliori a essere eliminati. E il tiranno finirà per vivere tra gente dappoco, e con l’essere odiato da coloro che lo hanno portato al potere. E in regime di tirannia non è tirannico solo colui che sta al vertice dello Stato, ma lo sono anche i cittadini”.

La contemporaneità di Platone fa rabbrividire.

E’ tragicomica la circolarità della storia e gli evidenti limiti e la monotonia di noi uomini, che ancora a duemilacinquecento anni non riusciamo a far altro che ripeterci ed a cadere negli stessi errori. Che noia.

Il periodo oligarchico: è stato o no il denaro a determinare l’orientamento delle decisioni politiche negli ultimi decenni? Certo. Abbiamo vissuto in una democrazia che ha funzionato solo per gli oligarchi, che, una volta accordatisi tra di loro, hanno imposto le loro decisioni. La potenza finanziaria ha detenuto e tutt’ora detiene un potere smisurato capace di infiltrarsi all’interno di società e politica, anche – e anzi, soprattutto – all’interno delle istituzioni stesse. I media sono controllati dal capitale, le lobby decidono a prescindere dalla volontà popolare, l’oligarchia si mantiene forte nella sua casta.
L’instaurazione del governo del popolo: e poi è arrivato Grillo, che, con il suo movimento – che a quanto dice non intenderà mai, nemmeno in futuro, rendere un vero e proprio partito – decide di rendere partecipe l’intera popolazione italiana delle decisioni politiche. Nel sito ufficiale di Grillo è scritto “riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”. Alla totalità dei cittadini. Democrazia diretta. Pericolo. Oggi però non attaccherò con nessuna disquisizione teorico-filosofica.
Al di là del pericolo infatti si tratta di una falsità. E soprattutto una ingiustizia: il primo pensiero va a tutti i pensionati che non sanno nemmeno come si accende un computer. Come faranno loro ad inviare un Tweet hashtaggando il #FateloVoi di Grillo, o consultare il sito del movimento per poter essere resi partecipi delle decisioni? L’Istat nel suo rapporto a proposito del 2012 dice che gli ultra 65enni in Italia sono 12,3 milioni.
Come faranno tutte le altre persone che non sanno usare un computer? Come faranno a mantenersi informate quelle persone che non hanno la disponibilità per possederne uno? Sempre l’Istat dichiara che, al Centro-Nord, sono il 56% le famiglie che dispongono un accesso a Internet, mentre per il restante 44%, il 41,7% delle famiglie dichiara di non possedere l’accesso a Internet perché non ha le competenze per utilizzarlo. E allora, nella pratica, come si fa a dire che in questo modo tutti possono essere rappresentati in maniera diretta?
L’amico del popolo: Non sono stati pochi coloro che hanno definito Grillo tale, che sia positivamente o negativamente, e lui stesso non ha esitato a dichiararsi fautore della democrazia diretta e delle decisioni prese dal basso. ‘Grillo’ e ‘populista’ sono due parole accostabili senza errore.
Spadroneggiano con la parola e con l’azione: Dice Massimo Gramellini nel suo articolo Le virtù del buon politico: “Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno”. Altra caratteristica descritta da Platone che Grillo senz’altro possiede, questa dell’accanimento e dell’utilizzo della volgarità, dell’urlo e dell’insulto.
Togliere ai ricchi le loro sostanze: Dimezzamento dei parlamentari, sollecitamento da parte di Grillo. Altra caratteristica condivisa. Nulla da ridire. Platone però aggiungeva “ma tenendo per sé la parte più cospicua”. Non resta che sperare che non sia così.
Purgare lo Stato di quegli elementi che lo infastidiscono: Il problema è che questa situazione si sta verificando non solo nei confronti dei politici che Grillo urlava di voler mandare a casa. Oggi si verifica anche nei confronti dei rappresentanti dello stesso movimento M5S che decidono, per loro stesso diritto garantito dall’Art. 67 della Costituzione, senza vincolo di mandato. Oggi si verifica nei confronti di coloro che lecitamente fruiscono di un loro diritto. Oggi pomeriggio, tutti i parlamentari del M5S, sia senatori che deputati, si sono incontrati nella Sala della Regina a Montecitorio, e tra i vari argomenti all’ordine del giorno c’è anche il cosiddetto ‘dossier dissidenti’, nome che dovrebbe far rabbrividire solo a sentirlo. Il dossier dissidenti riguarda quei senatori che hanno votato per Grasso tradendo in qualche modo i comandamenti del Movimento. Grillo aveva invitato alla dimissione di quelli che per lui erano traditori.

Il testo riportato sopra si concludeva con un “E il tiranno finirà per vivere tra gente dappoco, e con l’essere odiato da coloro che lo hanno portato al potere”.

Dopo tutte queste analogie, non mi resta che pregare che questo sillogismo retorico possa non funzionare. Che da premesse valide – come abbiamo dimostrato – non si giunga alla conclusione prevista da Platone.
Che nel pensiero del filosofo possa esserci qualche errore di deduzione.
Che Platone, filosofo politico per eccellenza, che ha dimostrato una capacità incredibile di interpretazione del fatto storico a lui contemporaneo, si sia sbagliato.
Oppure che la sua deduzione non sia anacronistica ma superata.
Posso sperarlo, sì.
Ma ho difficoltà a crederlo.

Silvia Lazzaris

Foto di Caterina Truppa

Redazione
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