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Un Uomo: Alekos Panagulis

Chi è Alekos Panagulis, il rivoluzionario che ha tentato di attentare alla vita del dittatore greco Papadopoulos?

15 minuti di lettura
Alekos Panagulis: un rivoluzionario che ha tentato di attentare alla vita del dittatore greco Papadopoulos. leggo la sua biografia e me lo figuro come un fanatico, un rivoluzionario pazzo e probabilmente poco lucido. Me lo immagino un attentatore abnegato per qualche ideologia. E mi chiedo come possa essere stato l’amore della vita di una donna risoluta e lucida come Oriana Fallaci. Così mi incuriosisco e leggo l’intervista che lei gli ha fatto appena liberato, dopo essere stato cinque anni in una cella costruita a forma di tomba, ammanettato,  torturato, seviziato, insultato e con la certezza di una condanna a morte. Facendogli quell’intervista la Fallaci si è innamorata di lui. Leggendola mi sono innamorata di lui anch’io.
La prima cosa che mi colpisce è quanto si sia saputo emancipare dalla paura. Tutti hanno paura. Sopratuttto di morire. Credo che anche chi è certo di andare in Paradiso abbia paura di morire per andarci. Però alcuni riescono a smettere di avere paura anche senza dover credere in niente. Riescono ad accettare la morte credendo nella vita. Ho capito che solo le persone che non hanno paura possono essere oneste. E’ la prima volta che giudico positivamente un attentatore, perché ne ho capita l’onestà. E’ la prima volta che mi trovo a non associare la parola “attentatore” alla parola “assassino”.
Perché lui parla così del suo attentato e forse riesce a convincere anche me che non esistono colpe assolute e divieti assoluti. E’ il contesto a legittimare.
 
 
Io, prima del 21 aprile, cioè prima dell’avvento dei colonnelli, non concepivo neanche l’idea di uccidere. Non avrei potuto fare del male al mio peggior nemico. Del resto ancora oggi, l’idea di uccidere mi ripugna. Non sono un fanatico. Vorrei che tutto cambiasse, qui in Grecia, senza una singola goccia di sangue. Non credo alla giustizia applicata in modo personale. Ancora meno credo alla parola vendetta. Io perfino per coloro che mi hanno seviziato non concepisco la parola vendetta. Uso la parola punizione e sogno soltanto un processo. Mi basterebbe soltanto che li condannassero a un giorno di prigione nella cella dove sono rimasto cinque anni. Tengo troppo alla legge, al diritto, al dovere. Infatti non ho mai contestato a Papadopulos il diritto di processarmi e di condannarmi. Io ho sempre protestato per il modo in cui esercitavano la loro condanna, per le botte che mi davano, per le crudeltà che mi infliggevano, per la tomba di cemento in cui mi tenevano proibendomi perfino di leggere e scrivere. Ma, quando uno fa quello che ho fatto io, l’attentato voglio dire, non va contro la legge. Perché agisce in un paese senza legge. E alla non-legge si risponde con la non-legge. Mi spiego? Senti: se tu cammini per strada, e non dai noia a nessuno, e io ti prendo a schiaffi, e tu non puoi nemmeno denunciarmi perché la legge non ti protegge, che pensi? Che fai? Bada, ho parlato di schiaffi: niente di più. Uno schiaffo non fa nemmeno male, è solo un insulto. Però deve pur esistere una legge che mi proibisce di prenderti a schiaffi! Una legge che mi proibisce perfino di darti un bacio, se tu non lo vuoi! E se questa legge non esiste, tu cosa fai? Non hai forse il diritto di reagire e magari di uccidermi perché non ti disturbi più? Farti giustizia da te diventa una necessità! Anzi un dovere! Sì o no?
Io non ho paura a dirtelo: io conosco anche l’odio. Amo tanto l’amore e sono pieno di odio per chi uccide la libertà, per chi l’ha uccisa in Grecia ad esempio. Accidenti, è difficile dire queste cose senza apparire retorici ma… C’è una frase che ricorre spesso nella letteratura greca: «Felice di essere libero e libero di essere felice». Sicché quando un tiranno muore di morte naturale nel suo letto, io… Che vuoi farci? Mi sento travolto dalla rabbia. Travolto dall’odio. Secondo me è un onore per gli italiani che Mussolini abbia fatto la fine che ha fatto ed è una vergogna per i portoghesi che Salazar sia morto nel suo letto. Così come sarà una vergogna, per gli spagnoli, che Franco muoia di vecchiaia. Accidenti! Non si può accettare che un’intera nazione si trasformi in un gregge. E ascolta: io non sogno l’utopia. Lo so bene che la giustizia in assoluto non esiste, non esisterà mai. Però so che esistono paesi dove si applica un processo di giustizia. Quindi ciò che sogno è un paese dove chi è aggredito, insultato, privato dei suoi diritti, può chiedere giustizia a un tribunale. È troppo pretendere? Boh! A me sembra il minimo che possa chiedere un uomo. Ecco perché me la piglio tanto coi vigliacchi che non si ribellano quando i loro diritti fondamentali vengono violati. Sui muri della mia cella avevo scritto: «Odio i tiranni e sono nauseato dai vigliacchi
».
 
Non è un fanatico. E quello che mi sconvolge positivamente è che rifiuti le ideologie. Forse troppo spesso abbiamo associato il terrorismo e gli attentati ad un’escrescenza patologica di un’ideologia, di un fondamentalismo, all’esasperazione violenta di una credenza.
Per me la caratteristica individuante dei fondamentalisti è l’ottusità: sta lì il gusto, ad attenersi coerentemente a certi saldissimi principi. Così, a priori. E un po’ ho sempre considerato gli attentati espressione di questa ottusità.
Ma poi arriva Panagulis e mi dice che rifiuta i dogmi. E mi crolla un’altra convinzione.
 
Non sono comunista, se è questo che vuoi sapere. Non potrei mai esserlo, visto che rifiuto i dogmi. Ovunque c’è dogma non c’è libertà, dunque i dogmi a me non stanno mai bene. Sia i dogmi religiosi che quelli politico-sociali. Chiarito questo, mi è difficile mettere un distintivo e dire che appartengo a quella o a quell’altra ideologia. Posso dirti soltanto che sono un socialista: nella nostra epoca è normale, direi inevitabile, essere socialisti. Però quando parlo di socialismo, parlo di un socialismo applicato in regime di totale libertà. La giustizia sociale non può esistere se non esiste la libertà. I due concetti per me sono legati. Ed è questa la politica che mi piacerebbe fare se in Grecia avessimo la democrazia. È questa la politica che m’ha sempre sedotto. Oh, se appartenessi a un paese democratico, credo proprio che mi darei alla politica. Perché quella che fo ora o che ho fatto finora non è politica: è solo un flirt con la politica. E a me piace flirtare, sì, però l’amore mi piace molto di più. In democrazia far della politica diventa bello come far l’amore con amore. Ed è questo il mio guaio. Vedi, vi sono uomini capaci di far della politica solo in tempo di guerra, cioè in circostanze drammatiche, e vi sono uomini capaci di far della politica solo in tempo di pace, cioè in circostanze normali. Paradossalmente, io appartengo ai secondi. Tutto sommato, tra Garibaldi e Cavor preferisco Cavour. Però devi capire che dal momento in cui la Giunta ha preso il potere né io né i miei compagni abbiamo fatto della politica. Né la faremo fino al momento in cui la Giunta sarà rovesciata. Non dobbiamo fare politica, non possiamo fare politica ammenoché non si abbia una forza operante. E questa forza operante è la resistenza, cioè la lotta.

Mi dice anche che far della politica in democrazia diventa bello come far l’amore con amore.
Non sappiamo nemmeno cosa vuole dire. Noi in democrazia ci siamo ma non ce la siamo mica meritata. Quando ci riempiamo la bocca con la parola Democrazia sappiamo bene che la democrazia fa acqua da tutte le parti. Tocqueville dice che sono due i concetti su cui si basa la democrazia: Uguaglianza e Libertà. Ma la libertà cosa troppi sacrifici, troppa disciplina. Si può essere uguali anche in stato di schiavitù. E in più il concetto di uguaglianza non è compreso. Per uguaglianza la democrazia intende uguaglianza giuridica, la famosa formula “la legge è uguale per tutti”. Non l’uguaglianza mentale e morale, di valore e di merito. non il pari merito di una persona intelligente e di una persona stupida, il pari valore di una persona onesta e di una disonesta. Questo tipo di uguaglianza non può esistere.

 

La democrazia però aiuta ignoranti e presuntuosi a negare questa verità, e lo fa con il voto che si conta ma non si pesa, cioè con il suo affidarsi alla quantità e non alla qualità. Oriana Fallaci dice che la democrazia non si può regalare come una scatoletta di cioccolata, ma bisogna conquistarsela, e per conquistarsela bisogna volerla.


Per volerla però bisogna sapere e capire cos’è.
Sarebbe ipocrita poi pensare che non fosse un uomo che si compiacesse di se stesso. Ma non aveva nessuna voglia di diventare un eroe. Probabilmente gli eroi non esistono. Gli eroi li facciamo noi, rendiamo eroi quelle persone che hanno avuto il coraggio di fare cose che noi probabilmente non avremmo fatto. E così continuiamo a chiamare loro eroi e a pensare che solo gli eroi possano avere coraggio. Continuiamo a lamentarci senza fare niente. E soprattutto continuiamo a pretendere dagli eroi e ad affidarci agli eroi. Restano eroi e non tornano più ad essere persone.
 
Non sono un eroe e non mi sento un eroe. Non sono un simbolo e non mi sento un simbolo. Non sono un leader e non voglio essere un leader. E questa popolarità mi imbarazza. Mi disturba. Te l’ho già detto: non sono l’unico greco che ha sofferto in prigione. Io, ti giuro, questa popolarità riesco a tollerarla solo quando penso che serve quanto sarebbe servita la mia condanna a morte. E allora la giudico con lo stesso distacco con cui accettai la mia condanna a morte. Però, anche messa così, è una popolarità molto scomoda. E antipatica. Io, quando mi chiedete «cosa-farai- Alekos», io mi sento svenire. Cosa devo fare per non deludervi? Ho tanta paura di deludere voi che vedete tante cose in me! Oh, se riusciste a non vedermi come un eroe! Se riusciste a vedere solo un uomo in me!
 
Dopo questa risposta la Fallaci gli chiede allora cosa voglia dire per lui essere un Uomo, e lui risponde che «significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere.»
Chiede alla Fallaci cosa sia per lei essere un Uomo.
«Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos».

 

 Silvia Lazzaris

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