Gramsci

«Una punta di allegro umorismo»: su una lettera di Gramsci

Lettere dal carcere

Ad un’ora imprecisata, il 20 novembre 1926, Antonio Gramsci scriveva alla madre. Era in carcere, a Regina Coeli, pronto per essere spostato a scontare altrove la prigionia politica. Scrive alla madre, e le dice di essere forte, perché lui di forza ne ha, ed è pronto a sopportare quanto il futuro, meschino, gli riserva.

Carissima mamma,

ho pensato molto a te in questi giorni. Ho pensato ai nuovi dolori che stavo per darti, alla tua età e dopo tutte le sofferenze che hai passato. Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà. Saperti forte e paziente nella sofferenza sarà un motivo di forza anche per me […].

Io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto […]. Tu conosci il mio carattere e sai che c’è sempre una punta di allegro umorismo nel suo fondo: ciò mi aiuterà a vivere.

Gramsci

Insomma, Gramsci rinfranca la madre ricordandole della sua natura velata di umorismo. Non si deve preoccupare per lui; Gramsci, Nino sa ridere del mondo, e vincerlo.

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Ispirazione stoica

Anche a Regina Coeli, dunque, Gramsci trova la forza, le parole, per rasserenare la madre. E lo fa in continuazione nel corso delle lettere, con la moglie, gli amici, i compagni.

Più che di forza dovremmo, però, parlare di filosofia. Dietro le parole di Gramsci, il quale credeva che filosofi lo fossero tutti, intellettuali pochi – quei pochi in grado di guidare i molti, giacché filosofi lo si è per costituzione, essendo noi chiamati a vivere, e quindi a riflettere su vita e morte, alternativamente; dietro le parole di Gramsci, dicevamo, c’è la consapevolezza che in tempi a lui e a noi lontani lo stoico fosse il filosofo per eccellenza, la consapevolezza che la felicità vera non può che risiedere nella vera pace interiore. La quale, a sua volta, coincide con una volontà uniformatasi col mondo, che vuole il mondo, e lo vuole nel momento stesso in cui ne riconosce la razionalità. In una parola: accettazione.

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Pensateci. Volere è sempre negare: chi vuole qualcosa per logica necessità non vuole qualcos’altro; chi vuole andare al mare, non vuole andare in montagna; chi vuole un x, non vuole un y – sempre. Dunque l’accettare è un volere privato della sua componente negativa, ossia pura affermazione. Lo scriveva Seneca, quando chiamava tutto questo con un nome: virtù.

Si ponga il sommo bene là dove nessuna forza possa strapparlo, dove non abbiano accesso nè dolore, nè speranza, nè timore, nè alcun altra cosa che ne sminuisca i diritti.

Solo la virtù può salire fin lassù: i suoi passi superano quest’erta; e la virtù saprà resistere con coraggio e sopportare qualsiasi evento di buon grado e con pazienza, conscia che ogni difficoltà nella vita è legge di natura. Sopporterà le ferite come un soldato coraggioso che conta le sue cicatrici e che, trafitto dai dardi, amerà – morendo – il generale per cui cade

Gramsci
Seneca

Lanciarsi a capofitto

Lo stesso, in qualche modo, poteva esser valido per Spinoza, il quale (almeno nella lettura, straordinaria, datane da Gilles Deleuze) faceva della vita una variazione continua di impressioni, impressioni generatrici di idee, idee generatrici di affetti. E da qui, per il non filosofo, un alternarsi continuo tra gioia e tristezza, soccombendo alle potenzialità non sfruttate della nostra essenza.

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Diceva Spinoza, il quale risaputamente non credeva nella libertà umana, che l’uomo saggio non si lascia imbrigliare dalla tristezza passeggera, dalla tristezza del momento, dall’affetto passionale, dal torto subito, grande o piccolo che sia.

Il saggio, piuttosto, l’uomo saggio, si tuffa nell’inevitabile tristezza, nell’inevitabile dolore che la vita offre; ci si tuffa dall’alto della felicità delle passioni gioiose. Cioè: è coi polmoni pieni d’aria – di gioia, in questo caso – che ci si può calare nella tristezza, senza soffocare, riaffermando anche nel buio la propria forza di vivere, la sua potenza, cavalcando la durevolezza di ciò che rinsalda l’animo perché fecondo per noi stessi.

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Spinoza

Ridere, ridere e ridere ancora

Lo stesso nelle lettere di Gramsci. Il suo umorismo è il profondissimo indice di una consapevolezza estrema e che fa tremare i polsi: la consapevolezza che solo là dove l’uomo è in grado di ridere, di un’omerica risata direbbe Nietzsche, solo là dove l’uomo può ridere, ossia volere, ossia accettare il suo destino – là vive la sua felicità. E la sua libertà. D’altronde, già qualche tempo prima Giacomo Leopardi l’aveva detto: «chi ride è padrone del mondo»

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Giovanni Fava

22 anni, studente di Storia e Filosofia presso l'Università di Trento.