Un’avventura erotica è,
sempre, una storia d’amore

Mai a nessun testo come a Un gioco e un passatempo (1967) si adatta la riflessione sul tempo di Henri Bergson. Più de La Recherche di Marcel Proust, più del pioneristico Tristram Shandy di Laurence Sterne. L’attesa dello zucchero che si scioglie nel bicchiere la si ritrova qui in ogni passaggio. Il tempo soggettivo della durée, il sovrappiù di vita indifferente al tempo materiale è l’anima del romanzo di James Salter. Qui c’è la vita costantemente attraversata dallo scambio tra percezione e persistenza dei ricordi, c’è l’impossibilità di misurare ogni attimo in assoluto, il passaggio dalla quantità alla qualità.

Un gioco e un passatempo - copertina www.flaneri.com

Un gioco e un passatempo – copertina
www.flaneri.com

La realtà di Autun, la cittadina della Borgogna dove è ambientata la vicenda del testo, è composta di sguardi, attese e dettagli, regala atmosfere sospese e immagini sfocate, come in un’istantanea che non sa fissare il tempo perché questo, appunto, è mera convenzione. In Un gioco e un passatempo le stesse relazioni tra i protagonisti sono fatte di assoluto che si sgretola sotto il peso della soggettività, regalando quell’idea di autoreferenzialità che rende ogni personaggio un mondo a sé, chiuso nei suoi ideali e pensieri. Il tempo scorre ma non se ne percepisce il valore matematico, va al di là del semplice tempo del racconto che a scuola ci hanno insegnato a distinguere da quello della storia. Ogni gesto ha la durata di un infinito, ogni attesa è un attimo di vita vissuto in sospensione, senza coordinate. L’uso dei deittici è limitato e, non a caso, tutti i luoghi che ad Autun faranno da contorno, come sfondi immobili di una scena indefinita, sono ambientazioni quasi effimere, descritte dalla qualità delle stanze di un albergo, dal lusso di una vetrina, dall’abbigliamento di un villeggiante. Gli stessi eventi, limitati e apparentemente uguali a se stessi, non hanno niente di assolutamente definito, sono chiusi nella dimensione del personale, del non detto, dell’inaccessibile ad altri per quanto si provi a violarli: «[…] È una storia di cose che non sono mai esistite sebbene il più debole dei dubbi su questo, la più remota delle possibilità, tuffi tutto nel buio più fitto. Questa è solo una sottile superficie riflettente, che chissà come continua a catturare la luce».

 ©Henri Cartier-Bresson, Le gambe di Martine, 1967

©Henri Cartier-Bresson, Le gambe di Martine, 1967

A narrare la storia è un vouyeur, colui che vede e ascolta la vita degli altri come particolari che «mi sono entrati dentro, frammenti che sono riusciti ad aprirsi una breccia nella mia carne». Quella cui assiste e che restituisce è una storia d’amore sospesa, il frutto di avventure erotiche apparentemente ritagliate al tempo della giornata, fatte di grida, sussulti, ansimi e silenzi rotti dal vociare di qualcuno che passa sotto la finestra o dal rombo di un motore in corsa per le strade di Francia. Dean e Anne-Marie si conoscono e da allora vivono di attimi. Lui ha lasciato Yale perché insofferente al sistema, lei è bella e ingenua, una popolana nel senso non spregiativo del termine, una sorta di Signorina Felicita che non sa cosa sia la cultura e da questa semplicità trae il meglio per la vita. Apparentemente non hanno nulla in comune, ma ad unirli è il tempo sospeso, quel limbo di incontri in cui si lascia il mondo fuori dalla stanza, mentre la luce filtra dalle tapparelle e il brivido dell’amore scava nella carne.

Avvinghiati tra lenzuola inamidate, mischiano sudore e ossa nell’attesa del giorno, quando passeggiano sottobraccio come due innamorati che guardano abiti che non possono permettersi, mangiano in ristoranti economici dove lo sguardo scrutatore di lui indaga e a volte soffre la tremenda umiltà di lei, quasi a marcarne una distanza che soltanto nel buio di una camera d’albergo può essere colmata. Quello tra Anne-Marie e Dean è però un patto erotico che non regge la prova del confronto col mondo esterno, vive di attimi sospesi che hanno valenza individuale, sprigionano la loro potenza unicamente nel chiuso di quattro mura, dove all’autorefenzialità di ciascuno di loro si sostituisce una condivisione totale, di anima e corpo uniti in un solo respiro.

 ©Henri Cartier-Bresson

©Henri Cartier-Bresson

Il rapporto erotico diviene storia d’amore senza alcun contatto con la storia esterna, che evapora come acqua al cospetto dei due corpi brucianti di passione. Non si parla di futuro (che, ahinoi e ahiloro, non ci sarà), di progettualità, ma si penetra l’uno nell’anima dell’altro passando per quel mezzo esteriore che è il corpo umano. L’incontro sessuale è fatto di frammenti che a volte si legano senza connessione, fanno capolino dopo una cena a base di pesce e una conversazione ascoltata da una finestra lasciata aperta. Ogni sensazione di piacere è descritta senza ammiccamenti – cosa assai strana per un narratore voyeur – e l’attenzione è portata di nuovo e ancora sul tempo, che racchiude in un momento un universo intero che poi si dissolve con altrettanta, soggettiva, velocità.

Così è per il primo rapporto anale di Dean e Anne-Marie, narrato, vissuto, e “archiviato” come un soffio di vento:

«Gli tremano le braccia. All’improvviso sente la sua carne cedere e poi, con delizia, sente il muscolo chiudersi intorno a lui. Cerca di non urtare contro niente, di entrare diritto. Lei ha il respiro affannoso e, mentre si ritrae dalla prima spinta, la sente sobbalzare di piacere. Sono i movimenti brevi che le piacciono. Gli si butta contro, si lascia sfuggire dei gemiti. Dean viene – è come un’emorragia – e, dopo, lei lo stringe forte dentro di sé. Dean riesce a sentire le lievi contrazioni del suo ano. Resta perfettamente immobile finché questi spasimi finali, questi abbracci appaganti che gli estraggono fino all’ultima goccia di seme, non cessano. Poi si ritrae. C’è un abbraccio stretto, fuggevole della testa, e poi anche questo finisce. Si sono separati. “Ti è piaciuto?” le chiede. “Beaucoup”».

Eppure la fugacità dell’attimo non esclude l’assoluto, inteso non in senso scientifico, matematico, ma emozionale: «È sopraffatto. Mentre il suo cazzo entra dentro di lei, scopre il mondo. Conosce la fonte dei numeri, il percorso delle stelle».

LOVERS FROM TIANJIN 2007, BY RIAN DUNDON.

LOVERS FROM TIANJIN 2007, BY RIAN DUNDON.

Il narratore che spia avido la coppia finisce per innamorarsene, dando addirittura vita ad un processo d’immaginazione che nulla toglie alla reale (in)concretezza della storia: «Dean al lavabo, a radersi. Lì in piedi, mezzo nudo sembra molto esile. Ha le spalle magre. Sto cercando di creare i dettagli. Piedi stretti, bianchi. Sto cercando di renderlo reale», o ancora: «Vago per la stanza raccogliendo o ricordando cose che sono narcotiche, che mi fanno sognare – i dettagli, le reliquie dell’amore, soffuse di una dolorosa bellezza».

Dean morirà, in un incidente che toglie a Anne-Marie i desideri di un futuro di cui non si è mai discusso e al narratore un amico infedele su cui ha costruito una vita di sogni che lui non avrà. Eppure, nonostante la morte, è sempre al presente che il voyeur immagina il sesso tra i due, come se il solo e unico atto d’amore carnale li avesse resi vivi e tangibili nell’inconsistenza del tempo. «Non conosco un altro romanzo capace di comunicare con tanta intensità che un’avventura erotica è, sempre, una storia d’amore» dice John Irving in postfazione – e sulla copertina del libro. È questo il miglior commento a una vicenda di corpi e anime la cui vita, al di là delle convenzioni, solo il sesso ha saputo rendere eterna e definita per sempre.

 ©René Groebli

©René Groebli

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