volpe Renard

L’uomo e la volpe: perché abbiamo bisogno di Renard

L'immaginario di un animale che, sfidando l'ordine sociale, continua a parlarci di potere, inganno e libertà.
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La distinzione che facciamo degli animali, selvatici o domestici, funziona solo sui cartelli stradali di pericolo. La nostra millenaria coesistenza sulla Terra con altre creature ha generato spazi di confine in cui incontrarsi senza che nessuno, né il selvaggio né l’addomesticato (umano compreso) si senta davvero al suo posto. Proprio al margine del bosco, al crepuscolo, si muove la volpe, animale sfuggente e bellissimo, sul quale ci interroghiamo da quando abbiamo messo piede nella foresta. Dagli antichi racconti di Esopo al cinema d’animazione contemporaneo – in cui la Disney ci ha trascinati ad amare il Robin Hood in pelliccia arancione e il Nick Wilde di Zootropolis – la volpe è una compagna fedele dell’immaginazione umana. Ma quando si sono delineate le caratteristiche della volpe-personaggio?

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Il trickster che sfida l’ordine

La volpe esisteva nelle favole antiche (pensiamo a Esopo), ma solo nel Medioevo questo animale ha trovato la sua forma più piena e duratura, con la volpe Renard. La cultura medievale, sempre in equilibrio tra allegoria e consapevolezza della mortalità della carne, aveva bisogno di una figura in grado di rappresentare tutto ciò che sfugge ai sistemi rigidi: l’inganno, l’intelligenza laterale, la beffa che sfida il potere.

Renard discende dall’archetipo del trickster, il furfante imbroglione che nelle storie ha il compito di portare il cambiamento attraverso il caos e far interrogare il pubblico sulla moralità delle azioni. Nel Medioevo si è costruito un carattere particolare: non è semplicemente l’animale furbo, è colui che sfida la struttura stessa della società. È la voce fuori dal coro, quella che dice ciò che non dovrebbe essere detto. Renard è la volpe rossa, quella che ancora oggi incontriamo ai margini della città. Il suo colore, da sempre sospetto nella simbologia biblica – è lo stesso delle fiamme dell’Inferno –, diventa il marchio di un traditore affascinante. In una società che si fonda sull’onore e sulla parola data, la volpe introduce il dubbio, insinua ambiguità, mette alla prova la tenuta dell’intero ordine sociale.

Un bestiario sociale

Attorno al 1170, da una serie di racconti composti da autori diversi e in epoche diverse, nasce il Roman de Renart, un’opera corale, fatta di episodi autonomi chiamati branches. Non un romanzo nel senso moderno del termine, ma una costellazione, un mosaico di storie che ruotano attorno a un personaggio popolarissimo.

È un testo singolare, quasi irriducibile. Questo perché, mentre i poemi epici del tempo celebrano la cavalleria e i suoi ideali, Renard scolpisce la figura di un anti-eroe dai tratti quasi novecenteschi, che non combatte per la gloria, ma per la sopravvivenza; che non conquista territori, ma scardina certezze. La sua arma? Non la spada dei nobili né il pugnale dei traditori, bensì la lingua tagliente del popolo. Molti episodi imitano stilisticamente i romanzi cortesi apposta per farne parodie: al posto di narrare di amori puri e azioni nobili, Renard inganna, prende in giro, dice parolacce, si accoppia.

Il mondo di Renard è popolato da animali e ricorda quello delle favole antiche: il suo principale avversario è Ysengrin il Lupo, incarnazione della forza bruta che pretende favori e obbedienza. Renard lo sbeffeggia, lo deride, lo umilia; talvolta si prende perfino qualche libertà con la lupa Hersent. Altra frequente vittima è Noble, il re leone che rappresenta l’autorità feudale quasi indiscussa – inutile dire che la volpe ha tra le sue amanti anche la regina Fière. Renard muore più volte – elogiando l’amore adultero al posto di confessarsi con l’asino-arciprete Bernard –, ma altrettante risorge. Un immortale, anche linguisticamente: a un certo punto, la sua fama diventa tale che il nome comune goupil, che in francese indicava la volpe, cede il posto al suo nome proprio: “renard”.

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La volpe come creatura liminale

Una carica simbolica così potente non può venire solo dalla letteratura, ma è legata al modo di vivere di una creatura da sempre vicina all’uomo. La volpe non appartiene mai completamente a un luogo. Vive quando la luce svanisce, sulle soglie del bosco, sui terreni coltivati, alle periferie dei villaggi e delle città. È abbastanza vicina all’uomo per essergli familiare, ma troppo autonoma per essere addomesticata. Gli allevatori di polli la tengono lontana, i bambini cercano il guizzo della sua coda rossa, i cacciatori la vedono come rivale e gli automobilisti quando possono la schivano. È un’animale liminale, e il confine è da sempre il terreno più fertile per l’immaginario. La sua astuzia è un modo di sopravvivere nei margini. Il suo passo leggero, la capacità di sparire dietro un tronco, sembrano gesti espressivi da teatrante più che movimenti naturali. È difficile non attribuirle una sorta di intelligenza umana, quando non astuzia o demonicità. Renard, dopo aver attraversato i secoli medievali, rinasce ciclicamente. La Germania lo trasforma in Reineke Fuchs, ripreso da Goethe. L’Italia lo accoglie nelle riscritture popolari, ad esempio per accompagnare il Gatto di Collodi come voce dell’istinto e della “scorciatoia”.

Nel Novecento ritorna con leggerezza: è la volpe del Piccolo Principe, che insegna a vedere l’essenziale. E poi, naturalmente, la già citata Disney. Le sue volpi conservano l’eredità medievale: la parola veloce, la moralità obliqua, la simpatia spontanea del pubblico verso chi vive ai margini dell’ordine ma in fondo non riesce a sembrarci nel torto.

Perché ci affascina ancora la volpe

In ogni storia, la volpe porta con sé un’ombra di imprevedibilità e di ribaltamento dell’ordine costituito, delle strade già prefissate. Forse perché, in fondo, la volpe ci ricorda che siamo capaci di aggirare gli ostacoli, di inventare soluzioni, di sfilarci dalle situazioni con una battuta al momento giusto. Creature di confine, in equilibrio fra necessità e desiderio, fra astuzia e fragilità. È per questo che, dopo secoli, continuiamo a riconoscerla subito e a volerla seguire all’avventura nel fitto della foresta.

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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole e di pace. Sono specializzato in storia medievale, insegno lettere alle medie. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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