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Vincent Van Gogh: una lucida
coscienza della malattia

Maledetto orecchio. Non fosse stato per lui, oggi Vincent Van Gogh sarebbe un uomo qualunque, libero dalla veste opprimente di artista folle e paranoide. Dannato 1888, c’era da immaginarselo che con tutti quei numeri uguali in sequenza non avrebbe portato nulla di buono. Tagliarsi un orecchio, ad esempio, è cosa tutt’altro che lieta e fausta, come un colpo di pistola sparato in un campo, del resto.

La pazzia ha il triste difetto di farsi contenitore di tutte le malattie, troppo intricate, a volte, per voler essere sviscerate. Si fa prima, allora, a cancellare le sfumature, smussare gli angoli e cancellare i contorni di una patologia che non si ha gli strumenti per indagare o la sensibilità, forse, per afferrare. È follia, allora. Pura e semplice follia di una mente geniale ma tanto fragile.

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Kirk Douglas in “Brama di vivere (Lust for Life”), film del 1956 diretto da Vincente Minnelli

Vincent Van Gogh è stato per anni, e tuttora continua ad essere, l’emblema novecentesco dell’artista maudit. Sempre in bilico sul crinale della nevrosi che lo ha reso nel tempo ombra e caricatura di se stesso, ha condotto, contro la malattia, la sua battaglia più grande: quella per continuare a dipingere. Una lotta impari, sofferta forse per tutta la vita, al pari delle maldicenze della gente che lo accusava di frequentare prostitute, circuire minorenni figlie di contadini, dissipare il patrimonio di famiglia in alcool, sesso e gioco facile.

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Emile Schuffenecker, copia di Autoritratto con l’orecchio bendato di Vincent van Gogh, 1892-1900

Le malelingue di allora non si distinguono poi tanto dai venditori di teorie di oggi. C’è nella fame di ipotesi strampalate la stessa malattia di protagonismo di quel Paul Gauguin che ad orecchio ancora sanguinante ricordava il folle sguardo di Van Gogh armato di rasoio. Mentre la stampa del tempo (ed eminenti studiosi) parlava di suicidio per colpo d’arma da fuoco, Steven Naifeh e Gregory W. Smith [1] davano voce a dicerie degli anni ’50, sostenendo che Vicent sarebbe stato ucciso da una revolverata di René Secrétan, un ragazzo di Parigi che col fratello accompagnava il pittore nei campi facendogli scherzi d’ogni tipo. «Too far out» era la chiave di volta del mistero, troppo lontano lo sparo per poter essere partito da Van Gogh medesimo. Peccato, però, che i due autori americani si basassero su un’interpretazione errata del bollettino medico francese, in cui «trop en dehors» significa «troppo esterno» e non distante.

È sempre così, con Vincent Van Gogh. La parola fou vergata sulla sua vita lo rende vittima facile del complottismo da osteria, delle leggende cristallizzate nei secoli. Eppure occorrerebbe sul serio correggere una volta per tutte il mito Van Gogh. Parlare chiaramente della sua malattia, smetterla di continuare a legare la sua produzione artistica al suo stato mentale, o quanto meno, guardare più in là. Rendersi conto che Il campo di grano con volo di corvi, immortalato come luogo del suicidio, non è il suo ultimo quadro; leggere le lettere ricevute e inviate al fratello Theo; soppesare ogni parola per afferrare, nel profondo, quanta consapevolezza quest’artista avesse della propria condizione.

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, olio su tela (50,5×100,5 cm), 1890, Van Gogh Museum di Amsterdam

Dipingere due ritratti di sé con l’orecchio bendato, ad esempio, è il simbolo di una stoica accettazione della propria malattia. Una presa di coscienza lucida e dolorosa, a cominciare dal rosso e verde qui utilizzati come ne Il caffè di notte dell’estate precedente, dove il colore aveva cercato di esprimere «la potenza delle tenebre di un mattatoio». Ogni pittore rischia di «diventare un po’ tocco», e forse è a questo che pensava mentre era rinchiuso nell’ospedale di Arles, dove i vicini di casa lo spedirono a suon di petizioni ipocrite e indecenti indirizzate al sindaco della cittadina dai «devoti elettori». È qui che si dipinge in corsia mentre sotto il cappello di paglia legge il giornale e riposa paziente.

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Vincent van Gogh, La corsia dell’ospedale, 1889, Oskar Reinhart Collection ‘Am Römerholz’, Wintertur

A Saint-Rémy poi ebbe addirittura il suo studio. I malati lo spaventavano, è vero, ma era consapevole, ancora, che «la follia è una malattia come un’altra». Una compagna irrequieta che allora, in fondo, bisognava saper dominare. E la pittura, allora, divenne «controveleno» del proprio male, assumeva i contorni di un «parafulmine» destinato a schivare i lampi di una mente genialmente instabile.

Le parole a volte, però, si spezzano in gola.

«Ebbene nel mio lavoro rischio ogni giorno la vita e vi ho perduto metà della mia ragione – va bene – ma tu non sei tra i mercanti d’uomini per quanto io sappia e possa giudicare trovo che stai agendo realmente con umanità ma cosa vuoi» [2]

È una lettera a Theo non finita e mai spedita, oggi unanimemente considerata un addio. Van Gogh l’aveva in tasca il giorno del suicidio. Non la spedì non perché si uccise, ma perché non volle. Così come non volle chiedere troppi soldi al fratello per effettuare un’ordinazione di tubi di colore. Il suo ultimo quadro, Radici, difatti non è finito.

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Vincent van Gogh, Radici, 1890, Van Gogh Museum di Amsterdam

Ma le parole, le ultime quattro righe di un uomo prossimo al suicidio, possono forse per una volta dirci più dei suoi dipinti, anche se spezzate. Suonano infatti come una profonda presa di coscienza di quell’altalena logorante tra disperazione e malinconia che caratterizzò l’intera sua esistenza. Un’autoanalisi lucida e possente, condotta senza punteggiatura nell’impetuoso flusso del pensiero, come un volo di corvi che attraversa tristemente la luminosità di un campo di grano.

[1] Autori della pubblicizzatissima biografia Vincent van Gogh. The life (2011)
[2] Lettera di Vincent Van Gogh al fratello Theo, Auvers-sur-Oise, Mercoledì 23 luglio 1890

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