Venezia 76. “Seberg”, parabola di una stella che ha giocato con il fuoco

Due personalità uniche nel loro genere come Jean Seberg, musa indiscussa del Nouvelle Vague e Kristen Stewart, volto androgino e talento precoce, amatissima dal cinema americano, ma soprattutto francese, si incrociano a Venezia nel nuovo thriller di Benedict Andrews.  

Simbolo delle contraddizioni e della libertà della generazione protagonista degli anni sessanta, la storia di Jean Seberg rimane uno di quei misteri irrisolti, una cometa che è entrata nel mito della storia del cinema non solo per il suo talento e il suo aspetto inconfondibile, ma anche per una posizione politica molto forte che al tempo attirò l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. Sostenitrice del movimento delle Black Panther e del NAACP (National Association for the Advancenement of Colored People), Jean Seberg è stata per anni una sorvegliata speciale del programma illegale dell’FBI COINTELPRO.

Vita e mito di Jean Seberg

Jean Seberg nasce nel 1938 a Marshalltown, nel Midwest americano, da una famiglia luterana. Scoperta dal regista Otto Preminger, raggiunge la maturità artistica e il successo soprattutto in Francia, prendendo parte a film indimenticabili della Nouvelle Vague come Fino all’ultimo respiro di Godard al fianco di Jean Paul Belmondo, Buongiorno tristezza, Il ruggito del topo o Gli Uccelli vanno a morire in Perù

Personalità fragile, vittima della depressione, l’attrice americana muore suicida a 40 anni nel 1979. Il suo corpo, stroncato da un’overdose di barbiturici viene ritrovato sotto un ponte, a Parigi, con un biglietto che recita “Perdonatemi, non posso più convivere con i miei nervi”.

Kristen Stewart pare la candidata ideale per portare al cinema una personalità ambigua e complessa come quella di Jean Seberg, la cui fama e leggenda hanno superato la vicenda umana. Stewart è infatti l’unica attrice americana ad aver vinto un César Award, il più prestigioso premio cinematografico francese, nel 2015 per il suo ruolo di attrice non protagonista nel film diretto da Olivier AssayasSils Maria.

Ad affiancarla sono gli attori Jack O’Connell (Skins, Unbroken), Anthony Mackie (Capitan America, 8 Mile) e la figlia di Andie MacDowell, Margaret Qualley.

Il regista Benedict Andrews cresciuto con il mito di Jean Seberg

Il regista Benedict Andrews nasce come regista teatrale. Ha lavorato nei maggiori teatri australiani e europei, come London’s Young VicSydney Theatre Company (STC) and Belvoir St Theatre in Sydney, the Schaubühne am Lehniner Platz di Berlino e il National Theatre of Iceland in Reykjavik. Il suo ciclo dedicato a Shakespeare, War of the Roses, si è aggiudicato sei Helpmann Awards [13] in 2012 e il Sydney Theatre Awards per la miglior regia.  

Con un curriculum quindi di tutto rispetto, Il giovane drammaturgo australiano si presenta alla 76^ Mostra del Cinema di Venezia con il suo secondo film. Il primo è Una, adattamento del testo teatrale Balckbird di David Harrower, presentato in anteprima mondiale al Telluride Film Festival e al Toronto International Film Festival. Prendendo spunto dal teatro, il film seppe trasmettere il pathos e il mistero di una “storia d’amore” violenta e proibita tra una giovane donna e l’uomo che abusò di lei tredicenne. Le magistrali interpretazioni di Ben Mendelsohn e Rooney Mara si fanno strada tra scandalo e sentimenti mettendo lo spettatore di fronte a un’attrazione tra i due scandalosa ma pur sempre ricambiata.

Come dichiara lui stesso, Benedict Andrews è rimasto affascinato dalla storia e dalla figura di Jean Seberg quando aveva solo 16 anni, a scuola. Il suo biopic è il giusto omaggio non solo a un’icona di bellezza e di eleganza ma a tutta la Nouvelle Vague e alla storia del cinema francese, grazie all’introduzione di vecchi film e foto che hanno contribuito ad annoverare Jean Seberg e il suo caschetto biondo tra le più affascinanti stelle del cinema.

La costruzione di un’attrice, la distruzione di una persona

Il film attraverso il caso di Jean Seberg svela una sotterranea guerra tra istituzioni e neri d’America in un momento storico di grande importanza. La sua presunta relazione con il leader degli attivisti Hakim Jamal, i finanziamenti in favore delle Black Panthers e una gravidanza violentemente interrotta hanno contributo ha mistificare la vita e i problemi personali dell’attrice francese.

Impossibile non notare il pregevole lato estetico del film che gioca con insistenza sui colori del giallo e del blu, sintomo di una vita duplice e poco lineare, che si divide tra cinema e televisione – definite dalla stessa Jean “frivolezze” – e impegno politico. Attraverso un linguaggio metanarrativo, Seberg sembra un film sulla realizzazione di un film, mescolando vita pubblica e privata attraverso una forza centripeta che non solo punta i riflettori sulla vita di Jean ma su tutto l’universo che ruota intorno a lei in un vortice di violenza e disperazione.

Sia nel pubblico che nel privato, la vita di Jean appare costantemente sotto i riflettori, mentre i suoi “spettatori” ne prosciugando la sua forza vitale abusando della sua fragilità psicologica per gettarla in uno stato di solitudine e confusione. La perdita della propria identità e del controllo della propria vita fa parte di un pericoloso meccanismo che si innesca quando l’FBI decide di mettere le mani sulla sua quotidianità con telecamere e microfoni.

Le indagini invasive dell’FBI creano un programma di autodistruzione psicologica ad hoc che porterà letteralmente Jean a neutralizzarsi da sola con tre tentativi di suicidio che anticipano la sua morte, il suo “presunto” suicidio del 1979.

Infatti se il cinema e le luci della ribalta contribuiscono a costruire e a rendere più forte il mito di Jean Seberg, le telecamere e i microfoni che l’FBI installa nella sua casa distruggono la sua persona, in un incubo in cui non è più chiara la distinzione tra sogno e realtà, tra follia e normalità.

Con occhio attento il film ha voluto tracciare tutte le tappe della costruzione/distruzione di Seberg studiandone i movimenti e la natura delle sue relazioni umane. Tra un marito distante, e il trasporto sentimentale e politico per uno dei leader delle Black Panthers, Seberg vive inconsapevolmente un’inusuale storia d’amore proprio con l’uomo che ha firmato la sua condanna a morte.

La rovina e l’amore di Jean

Jack è un giovane e promettente generale che vive fin da piccolo con il mito di Capitan America, animato da un profondo senso di giustizia. Rappresenta l’unica speranza di umanità e compassione in un sistema di sicurezza malato che gioca senza freni con le vite e i sentimenti delle persone.

Dopo essersi reso conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano, Jack realizza di essere innamorato di Jean Seberg, non per la sua fama o eleganza, ma per quello sguardo puro ed incompreso che traspare dalle pellicole della Nouvelle Vague. Pronto a vestire i panni di un supereroe contemporaneo, Jack tenta di salvare Jean. Le vite dei due personaggi però non si incrociano mai realmente, procedono parallele e in direzioni opposte per tutta la durata del film, ad eccezione di alcuni brevi istanti, all’aeroporto e a una festa, in cui i due si sfiorano per pochi secondi.

Bastano quegli istanti per creare una connessione tra i due molto più vera e sincera di tutte le altre persone che gravitano intorno alla diva.

Una moderna caccia alle streghe

Il tragico racconto della vita di Jean Seberg non solo cerca di riscattare la figura di un’attrice che nonostante i violenti attacchi mediatici e non, non hai mai abbandonato la propria causa, ma mette in luce le contraddizioni e i lati più oscuri di un sistema politico e sociale che, ancora affetto dal razzismo e dal cinismo, è capace di portare l’essere umano alla totale perdita della propria intimità,

Jean è una moderna Giovanna d’arco, non a caso il suo primo ruolo cinematografico, gioca con il fuoco e sogna di poter cambiare le cose, ma finisce vittima di una ceca caccia alle streghe senza esclusione di colpi.

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Valentina Cognini

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