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Venezia75, il racconto della giornata d’apertura

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È nei grandi eventi che si scoprono piccoli segreti. È così che a pochi minuti dall’inizio, il Lido di Venezia, con i giornalisti trepidanti e le masse in agitazione, si rivela il luogo più silenzioso della terra. Sono tutti chini a guardare ciò che sarà, scrivendo ai followers che qualcosa accadrà e che, assicurano, la magia sta per arrivare. E in parte è vero, ma nessuno lo sa per davvero. Per quello sono tutti in silenzio, è paura.

«Cosa si vedrà? Cosa varrà parole gloriose e cosa invece castighi!», si interrogano sul battello schiere di giornalisti ed esercenti, borbottando prima le basse aspettative nei confronti del Neil Armstrong di Ryan Gosling e poi scambiandosi rumors sull’arrivo o meno nelle sale dei film di Netflix. «Hai sentito? La Lucky Red non sembra interessata a distribuirlo nelle grandi sale, possiamo approfittarne noi piccoli». Parlano di Sulla mia pelle, anche se nessuno l’ha ancora visto sono già tutti innamorati. C’è Borghi, c’è la Trinca e c’è un dramma italiano, «se me sbagliano qualcosa li meno io!», commenta uno agitando il programma della mostra.

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Sussurrano tutti ancora per poco, ormai il momento è giunto e nemmeno il tempo di qualche selfie che scattano le 8.30; la prima proiezione ha inizio e dal silenzio del Lido si scatena il rumore assordante del Primo uomo pronto ad atterrare sulla Luna.

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La sala torna a tacere, si tengono tutti alla poltrona e seguono stupefatti il viaggio stonato e perfetto di un Damien Chazelle qui regista dello spazio e dell’incubo. Due ore e venti, alcuni escono prima, alcuni parlottano, ma il film finisce e nonostante i lievi applausi nessuno sembra voler ammettere che non è piaciuto granché. Si prendono tutti una pausa, e fanno bene. Perché il buio profondo di un Neil Armstrong quanto mai doloroso aumenta nella mente che ci si sofferma sopra, sino a soffocare colui che ci si abbandona. E proprio quando ogni cosa sta per essere messa in dubbio compare il cast e il fascino di Gosling si mangia la conferenza stampa in un perfetto assist al regista. Qualcuno chiede a Ryan come sia interpretare un eroe americano e lui si ferma a fissare il vuoto prima di ricorda che «I am Canadian, please». Silenzio, poi risate. Tutto torna a posto e in men che non si dica Chazelle e il suo Primo Uomo, il film quanto il fidato attore, viene promosso, anche se con un tacito, ma comune, debito di riparazione a settembre. Continuano le interviste e Guillermo del Toro, tra un sorriso rasserenante e qualche pacca sulla spalla data a ignari passanti, introduce una vera e propria agenda politica per il futuro (e la saluta) del cinema. «L’obiettivo deve essere chiaro, ovvero la completa parità (di genere) entro il 2020. Se fosse 50/50 già dal 2019, ancora meglio. È un vero problema presente in tutta la cultura in generale. Non è un gesto: è una necessità».

fonte: WTVB

Parte l’applauso, il primo vero della giornata, eccettuando i suoni striduli donati a Gosling, e come in un raccordo ben montato siamo tutti ancora in sala Darsena, per un altro applauso, uno più lungo, più sentito, forse quasi più vero. Nessun capisce veramente a cosa si stia dedicando l’applauso, se all’incredibile amara bellezza di Sulla mia pelle, racconto struggente sui giorni di detenzione che porteranno alla morte del trentenne Stefano Cucchi, o al cast presente in sala o, ancor più probabile, all’immenso abbraccio che Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, dedica ad ognuno dei membri del cast presente in sala. è un momento di strabiliante profondità, in cui un’intera sala si ritrova sintonizzata su una stessa frequenza emotiva, prima per il film, poi per la sua verità.  Tutto scatenato dall’empatia intelligente e mai suggerita di una grande pellicola italiana.  Se il mondo dello spettacolo è solo apparenza, qui appare una profonda sincerità, ed è bello e necessario.

Ovviamente non è tutto baci, abbracci e lacrime, e appena Sala Darsena viene svuotata ci si trova lanciati ad osservare un redcarpet pieno di spacchi vertiginosi e una Daniela Santanché straordinariamente pronta a far le scarpe a Lady Gaga con un giorno di anticipo. Momenti di divismo che sembrano allontanare la seria autorialità ospitate nelle sale circostanti ma che, come degli Indiana Jones del cinema perduto, si è andati a ripescare in sala Casinò con The Mountain, di Rick Alverson.

fonte: Quotidiano.net

Il cinema d’autore che piace per la sua imperscrutabile asetticità è tutto racchiuso nell’opaca montagna di Alverson. Un film, con protagonista Jeff Goldblum, sulla strana terapia di lobotomia ideata negli anni ’50 e portata avanti da un medico solo recentemente smentito. Freddo e duro, The mountain ha distratto per un po’ i cinefili più puri, seppur confondendoli a sufficienza da riportarli dritti dritti verso il tappetto rosso di quella mondanità che, come da tradizione, domina la serata di questo cinema-passerella.

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Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore.
Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube e pagina instagram.

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