Venezia76. “A Herdade” e il Portogallo tra passato e presente

La 76esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia rappresenta una consacrazione importante per il regista portoghese Tiago Guedes, nato nel 1971 a Porto, per la prima volta in concorso al festival lagunare con il film A Herdade.

Fin dai suoi esordi, il regista ha sempre collaborato con il collega Francesco Serra firmando nel 2006 Coisa Ruim, nel 2008 Entre os Dedos e nel 2010 la miniserie televisiva Noite Sangrenta. A Herdade è il primo lungometraggio che il regista ha diretto in solitaria, recuperando i temi che hanno sempre caratterizzato la sua produzione come le cronache di ribellioni sociali e le crisi politiche.

A Herdade: la trama

Ambientato negli anni ‘40, il film racconta le cronache di una potente famiglia portoghese i cui territori si espandono per più di 13 mila ettari di terra sulle rive del fiume Tago. Ad abitare questo dominio lontano dalla società, dalle istituzioni, dalla politica e dal potere è la famiglia di João Fernandes (Albano Jerónimo), padrone e perfetto capo che controlla con autorevolezza la vita economica e sociale della proprietà. L’equilibrio della tenuta viene però distrutto nel momento in cui João viene invitato ad appoggiare il regime l’Estado Novo. Le minacce e le estorsioni da parte del governo altereranno la purezza della vita delle campagne andando a riscoprire i segreti e i rancori della famiglia e del loro universo sociale.  

La tenuta di João diventa infatti palcoscenico dell’incontro tra la vita politica del Portogallo del tempo e quella della famiglia, che si occupa principalmente di agricoltura e allevamento. La Storia si incrocia quindi con la micro-storia, costruendo un avvincente e malinconico ritratto del Portogallo del XX secolo.

La vita delle campagne e il tempo della Storia

Come spiega il regista, come un guerra intestina al Paese tra comunisti e Estado Novo, il film presenta come una dualità tra la dittatura portoghese e il cosiddetto piccolo “regno” del suo anarchico e progressista “principe”.

Il film è molto lungo, forse a tratti un po’ lento, ma la sua durata è giustificata dal fatto che siamo di fronte a un vero e proprio poema epico che sembra diviso per capitoli, dove fasi felici si alternano a momenti di difficoltà scanditi dallo scorrere della Storia e, quindi, dal succedersi delle generazioni che controllano la tenuta.

Le riprese campestri e le poetiche panoramiche che immortalano la palude, la pianura, i latifondi e gli allevamenti di bestiame sono simbolo di una storia collettiva dell’intero Paese il cui cambiamento sociale e politico, tra cui la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, farà collassare il mondo della tenuta.

In una continua dualità e circolarità cinematografica, il montatore Roberto Perpignani concepisce una poesia narrativa sorprendente che unisce la modernità dei grandi kolossal contemporanei alla tragedia greca.

Il cambiamento che implica un declino

Sempre secondo il regista, João rappresenta una figura che va altro l’umano in quanto colonna portante dell’ intera famiglia. Le terre del Tago sono il suo posto e lui è un tutt’uno con esse. L’amore per la terra e l’equilibrio della natura superano per lui ogni altro affetto famigliare. La volontà di conservare la proprietà e le tradizioni non lo rendono però capace di cogliere il cambiamento che si manifesta sia a livello politico, con il regime comunista, sia a livello famigliare. Per certi versi simile al Mazzarò protagonista della Roba di Giovanni Verga, João rimane vittima della sua stessa proprietà, ormai un possedimento ingombrante ed economicamente insostenibile.

In A Herdade la campagna diventa un’inedita “linea” del tempo, giocando sull’ambiguità del titolo del film. “A Herdade” significa infatti dominio ma anche Herança, eredità. Legando la terra alla narrazione della Storia, il film rende i suoi protagonisti testimoni dell’evoluzione del Paese.

La famiglia di João è quindi metafora del Portogallo contemporaneo degli anni ‘40. Se lui rappresenta quel mondo contadino isolato e attaccato alla tradizione, i parenti della moglie sono simbolo di un sistema politico opprimente che a distanza esercita il proprio potere sulle realtà locali. I più giovani della famiglia, come per esempio il meccanico Leonel, rappresentano invece la voglia di cambiamento e quell’apertura che abbraccia le idee rivoluzionarie del comunismo.

Il Portogallo, tra passato e futuro

A questo proposito, lo sviluppo narrativo di questo lungo film sembra dividersi in due parti distinte. La prima parte racconta dell’universo che ruota intorno a João, mentre la seconda è ambientata negli anni ’90 e vede la “deposizione” di João e l’ascesa dei suoi figli, Teresa e Miguel, e soprattutto di Antonio, figlio illegittimo del protagonista. Alla continua e disperata ricerca di un erede degno che possa occuparsi delle terre e portare avanti al tradizione famigliare si sovrappone l’inevitabile cambiamento dei fatti e della Storia. A livello macroscopico, il passaggio dalla dittatura alla democrazia, e alla fine al capitalismo si riflette nelle nuove prospettive delle giovani generazioni pronte a partire per costruire una nuova vita altrove.

L’opera di Guedes attraverso un magistrale lavoro di citazioni, ricostruzioni e fiction che unisce diversi stili, dal western al melodramma, è già un “classico” di pregevole qualità e bello da vedere, portatore di valori universali e specchio di qualsiasi momento storico e sociale.

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Valentina Cognini

Nata a Verona 23 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Dopo uno stage al Museo del Louvre e alla Pinacoteca di Brera, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Ora è tornata a Parigi per specializzarsi in Museologia all'Ecole du Louvre, la cricca di storici dell'arte più ganzi che ci sia. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.
Valentina Cognini
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