Venezia76. «La mafia non è più quella di una volta» e la nostra percezione della Legalità

Il giorno di Franco Maresco alla 76^ Mostra del cinema di Venezia inizia con l’annullamento a sorpresa della conferenza stampa e l’assenza della delegazione alla presentazione del film. Il fatto ha il sapore di un atto di provocazione simile a quello che aveva visto già nel 2014 il regista siciliano saltare la cerimonia di consegna del Premio speciale che la giuria aveva dato a Belluscone. Una storia siciliana. Da sempre cantore dei perdenti, Franco Maresco si caratterizza per un inconfondibile modo di raccontare la sicilianità. In coppia con il collega del tempo Daniele Ciprì, Maresco ha firmato film come Blob, Cinico Tv e Totò che visse due volte. Cinismo, ironia e poesia sono la cifra con cui il regista racconta la sua Palermo, in una ripresa dal basso, dal punto di vista di quell’umanità al margini del sistema. Nella sua ultima e provocatoria opera dal lungo e malinconico titolo, La mafia non è più quella di una volta, Maresco torna a parlare di mafia, di Sicilia, di politica e di potere, sempre attraverso il volto e le parole del suo fedele alter ego, Ciccio Mira, personaggio a metà strada tra realtà e fantasia, uomo cinico e insulso, un perdente nello spirito.

L’inchiesta di Fabio Maresco e Letizia Battaglia

In La mafia non è più quella di una volta l’interlocutrice di Maresco/Mira è la fotografa Letizia Battaglia, ottantaquattro anni e capelli rosa shocking, che con i suoi scatti e la sua vena irriverente ha lottato per raccontare il male della mafia e della criminalità organizzata a Palermo.  

Per parlare delle grandi ripercussioni sociali della malavita, Maresco si rivolge a piccoli centri, agli angoli di quella Palermo dimenticata e allo stesso tempo sovraesposta all’effimera attenzione dei media e della politica. Il film si articola come fosse un documentario-intervista con le sfumature dell’inchiesta e del reality show che a partire dalle riflessioni di Letizia Battaglia si conclude con un disilluso e irreale racconto a fumetti.

Il documentario è stato realizzato nel 2017 in occasione dei 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Maresco inizia la sua opera intervistando persone comuni per le strade di Palermo e chiedendo cosa pensano delle figure di Falcone e Borsellino. Le risposte sono da far accapponare la pelle. Palermo (e tutta l’italianità in generale) mostra qui la sua doppia faccia che dopo più di 25 anni non è stata ancora capace di maturare una corretta e rispettosa memoria collettiva.

Lato pubblico e privato della ricordo delle vittime della Mafia

Uno dei primi temi affrontati è la “marcia della legalità”, a cui si accalcano ogni anno giovani, famiglie, cittadini e istituzioni per ricordare la memoria dei due magistrati cosiddetti “scomparsi”. Lo sguardo sconvolto della fotografa Battaglia fa da specchio a quello dello spettatore che attonito si trova di fronte una vera e propria parata guarnita di palloncini, coreografie e musica sudamericana al massimo volume che in un certo senso snatura il valore della manifestazione.

Se questo è il volto pubblico della memoria della lotta alla mafia, Maresco si immerge anche nel lato più nascosto del ricordo di Falcone e Borsellino, mentre Ciccio Mira, già protagonista di Belluscone, è oggi alla ricerca del suo riscatto professionale. Noto per essere un uomo di spettacolo e organizzatore di feste di piazza, il film ci presenta “il dietro le quinte” di un concerto di cantanti neomelodici in onore di Falcone e Borsellino che Ciccio Mira è intento a organizzare allo ZEN (Zona Espansione Nord) di Palermo, uno dei quartieri più difficili della città.

La periferia come osservatorio privilegiato della società

Il racconto di La mafia non è più quella di una volta, come dichiara lo stesso regista, non può che essere marginale e periferico, forse perché è lì che ritroviamo il reale riflesso dell’Italia più sola e vulnerabile, dove che c’è più bisogno di aiuto.

La situazione sociale che ci si presenta è priva di speranze, soprattutto nel momento in cui conosciamo il personaggio di Cristian Mischel, aspirante cantante e protegé di Ciccio Mira, impietoso ritratto di una generazione di ragazzini senza talento, privi di interessi («no, non mi interessa nulla») e che vedono nell’effimero mondo dello spettacolo la giusta rampa di lancio che permetterà di realizzarli come persone.

Dietro a questa generazione che prefigura il peggio per il futuro del nostro Paese ci sono quegli adulti cinici e meschini che per paura di perdere tutto lottano per le briciole del sistema. Di fronte alle domande del regista sui (tanti) punti loschi delle loro attività, i nostri protagonisti sanno solo accampare scuse in una serie di «non lo so», «non posso», «perché no», «perché non voglio», «affari miei» e «non mi interessa».

La mafia di oggi che simula il bene realizzando il male

L’omertà attraversa tutte le interviste dei protagonisti fino a diventare un labirinto retorico da cui riusciamo a evadere, mentre la festa dei neomelodici ha le sembianze di un surreale brutto sogno.

Se Ciccio Mira è un personaggio che possiamo definire naïve, il produttore televisivo Matteo Cammino è la rappresentazione di tutti quelli che hanno paura e che neutralizzano la propria identità « perché qualcuno potrebbe esserne infastidito» e «perché poi le cose brutte succedono».

Tra tutti i protagonisti, insulsi e sgradevoli figuranti di una società che è la peggiore versione di se stessa, Ciccio Mira si distingue in quanto è l’unico personaggio letteralmente in bianco e nero. Tale artificio cinematografico non solo rende Mira un personaggio decontestualizzato e, quindi, incapace di comunicare con il mondo intorno a lui, ma un vero e proprio inetto che esita a prendere posizioni, diviso tra bianco e nero, tra bene e male. Mira, ormai ottantacinquenne, fa fatica muoversi nel mondo contemporaneo, è un nostalgico di quella mafia di un tempo costretto ora in un mondo scadente che simula il bene realizzando il male.

Riscrivere per stravolgere la Storia

Segno di una società dello spettacolo che vive di superficialità, il terribile lavoro di reinterpretazione delle figure dei due magistrati, da eroi a guaritori miracolosi, rappresenta un monito contro il rischio di una riscrittura della Storia che la priva del suo senso snaturandone i valori.

La mafia non è mai esplicitamente presente nel film, ma si insinua nei cardini della narrazione. La mafia è infatti un fenomeno molto più complesso e meschino, è un sistema pervasivo che infetta la società, le sue strade, le sue case e le mentalità delle persone, anche nei quartieri più marginali.

Nel finale, la nostra Storia recente c’è eccome. Oltre a un paradossale confronto tra Ciccio e l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Maresco prefigura il futuro di una società confusa, incapace di interrogarsi e per questo sempre più dipendente da simboli che vengono stravolti per comunicare messaggi ben diversi.

Con la breve ma significativa apparizione dei nostri (ormai ex) vicepremier, Maresco chiude con il nuovo spettacolo ideato da Ciccio: un remix “pop” dell’Inno d’Italia. Difficile dire se Maresco abbia completato il film prima dell’estate 2019, ma sicuramente le note di Mameli che escono a tutto volume alla consolle ci lasciano con un inquietante sensazione di sconforto.

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Valentina Cognini

Nata a Verona 23 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Dopo uno stage al Museo del Louvre e alla Pinacoteca di Brera, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Ora è tornata a Parigi per specializzarsi in Museologia all'Ecole du Louvre, la cricca di storici dell'arte più ganzi che ci sia. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.
Valentina Cognini
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