Venezia76. «Sull’infinito», tetralogia esistenzialista di Roy Andersson

Svedese, classe 1943. Roy Andersson è uno dei più amati cineasti degli ultimi anni. La sua produzione, iniziata nel 1970 con A Swedish Love Story, raggiunge un successo planetario con la Trilogia dell’esistenza, introdotta nel 2000 con Canzoni del Secondo piano e velocemente giunta ai cuori di ogni generazione di cinefili. Consacrato proprio a Venezia, nel 2014 con il Leone D’oro per Un Piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, torna ora al Lido per riaprire la sua dissertazione sull’umano con About EndlesnessSull’infinito – ultimo capitolo dell’ormai divenuta tetralogia.

Lo stile, la fotografia, i dialoghi. Ogni cosa in questo nuovo film di Roy Andersson rientra nella maniera surrealista inventata dal regista svedese per la (fu) trilogia dell’esistenza. Tra i caratteri chiave torna dunque anche quello che il produttore Johan Carlsson ha definito «impossibilità della trama», ossia la difficoltà di riassumere in poche righe che non siano la sceneggiatura stessa il reale contenuto del film. Se infatti il tema è l’uomo, inteso come animale portatore cosciente di fragilità, il metodo di esposizione è un collage inarrestabile di quadri autonomi popolati da soggetti archetipici. C’è l’uomo, la donna, la coppia, l’amore, la morte.

In ogni cornice si muovono differenti realtà ed eventi, non legati se non nella ragione della loro esistenza, e più simili ai frammenti di un compendio di umanità che a parti di un unico sviluppo drammatico. Una donna che annaffia le piante, due innamorati abbracciati, un prete senza fede. Lenti e inesorabili i personaggi di Andersson scaturiscono ilarità ed empatia, eccessivi mai fino alla parodia e comunque sul confine del fantastico.

Teatrino di arcani maggiori e minori

Come gli arcani maggiori dei Tarocchi di Marsiglia i quadri di Andersson si spiegano tanto nei riferimenti interni dei loro microcosmi chiusi, che in relazione agli altri; rivelando una struttura che indaga l’universale mediante uno stile marcatamente artificiale e teatrale. Il carattere performativo lascia sicuramente la propria impronta nell’elemento attoriale, sospeso tra un esistenzialismo iperrealistico ed un’esecuzione invece macchinosa, come incastrata nel mezzo di finzione da cui comunica. I volti dipinti di un bianco pallido richiamano così l’anima candida e spettrale, ma anche il teatro Kabuki giapponese e la clowneria popolare. Questo in una cornice che è un vero e proprio impianto visuale, partecipante attivo della narrazione filosofica e parte di quello che si ha avuto modo di definire Immagine Complessa. Cioè lembi di un’estetica tableau sostenuta dalla normalità di condizioni portate all’assurdo in un’immobilità innaturale e marchiata da un’umanità triviale.

C’è dunque la banalità dell’azione umana, accostata a momenti di profondità eterea e inspiegabile, come i due amanti che volteggiano «sulle ceneri di una città che fu bellissima», i due fattori legati assieme da un Voice Over femminile che si prodiga a nominare ciò che viene mostrato. «Un ragazzo che non ha mai conosciuto l’amore», «un prete senza fede», informazioni utili in un’ironia di fondo a cui si aggiunge ciò che i protagonisti-archetipi narrano di loro stessi: «ho incontrato un mio ex compagno di scuola, non mi ha salutato».

Il punto è che non si cade mai nel grottesco, nonostante i protagonisti di Sull’infinito lo possano sembrare. È una precisa arte, come in un o stile pittorico, a prendere il posto della parodia, permettendo interpretazioni quasi infinite e lasciando che sia la tragicommedia, e non una o l’altra, a condurre a compimento quest’insieme assurdo che da Beckett e Dalì coglie il potenziale ironico e filosofico del mezzo artistico.

Sull’infinito

L’ultimo capitolo firmato da Andersson riprende stili e stilemi della sua mitologia, ma prosegue la riflessione concentrandosi con occhio attento sulla condizione di fragilità dell’essere umano. Sempre gelido e chirurgico, Sull’infinito è un vero e proprio saggio che scardina in archetipi l’unità esistenzialista, mostrando infatti l’Uomo come tanti puntini di una stessa indescrivibile costellazione. Non esclude inoltre la società e la religione, rispettivamente illustrate come una massa senza volto e un una domanda irrisolta. «Perché non credo più in dio?», chiede il prete al dottore. «È davvero un caso strano, ma ci vediamo settimana prossima».

Sull’infinito è l’ennesima conferma dell’incredibile lavoro filosofico di un regista amato dal pubblico e osannato dai critici, adorato insomma da chiunque si sia mai ritrovato, almeno una volta nella vita, a pensare che «è davvero difficile essere umani!».

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Alessandro Cavaggioni
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