Venezia76. «The Painted Bird», violenza e umanità nell’opera di Vaclav Marhoul

Film in Bianco e Nero in concorso della 76^ Edizione del Festival del Cinema di Venezia, The Painted Bird è un’opera che con le sue tre ore di violenza perpetua propone una riflessione universale sulla brutalità dell’uomo. Al centro della vicenda un ragazzino ebreo, senza nome e spesso muto, in fuga nei boschi dell’Est Europa durante la seconda guerra mondiale.

The Painted Bird inizia il proprio lungo percorso di violenze con un incipit che richiama Il Sacrificio di Tarkovskij nelle fiamme di una casa in campagna. Sarebbe dovuta essere la dimora in cui il bambino, al centro delle vicende narrate, avrebbe potuto nascondersi durante la seconda guerra mondiale, ma un errore dà via a una scintilla che si diffonde lungo le travi di legno e nel giro di pochi secondi ogni speranza crolla con esse. Si stende da qui una fuga nei boschi alla ricerca della famiglia scomparsa, un percorso tortuoso lungo il quale il bambino passerà da un presunto protettore all’altro e scoprirà così una violenza senza fine.

Il film è quindi l’esposizione per tappe di una brutalità che viene riassunta allo spettatore, e al bambino, nell’uccisione quasi rituale di un uccellino dipinto di bianco, massacrato con bestiale naturalità dalle macabre danze del suo stormo.

Difficile è capire se le violenze mostrate siano eccesso allegorico di ciò che la Seconda Guerra è stata, o reali testimonianze di un’Europa dell’Est all’epoca pervasa da una brutalità primitiva. A complicare la risoluzione del quesito giungono però le polemiche che anni fa smascherarono lo scrittore del libro da cui Marhoul ha tratto il suo film, Jerzy Kosinski, accusato di aver mentito nel definire autobiografico il romanzo. Sollecitato a prendere posizione a riguardo, Marhoul non si è fatto problemi a definire errori quelli dello scrittore, ma sottolineando che «ad importare non è la verità autobiografica, ma la veracità».

The Painted Bird: la violenza in bianco e nero

Così si sottrae dalle polemiche Marhoul, fornendo allo stesso tempo la veracità come possibile chiave interpretativa per le sue immagini. L’onestà e la trasparenza sono infatti caratteristiche fondamentali della messa in scena di The Painted Bird, la quale affascina anche per il fastidio di una violenza ripetuta e al limite dell’estenuante. Per realizzare tale forma di narrazione franca, combattuta tanto dai silenzi del suo protagonista che dai rumori delle continue brutalità, Marhoul ha coscientemente optato per un bianco e nero ripreso in 35mm. «Il negativo è più autentico», afferma durante la conferenza stampa del film, «specialmente per un lavoro come The Painted Bird». Il bianco e nero è ancora dunque uno strumento che riesce a trasportare nelle infinite sfumature della sua dicotomia, comunicando con maggior espressività storie solo parzialmente codificate nel tempo.

The Painted Bird sfrutta di certo la violenza incontrata dal ragazzo come specchio della più vasta brutalità diffusa dalla seconda guerra mondiale, ma tiene anche sempre aperte le occasioni per rendere universale e senza tempo la propria riflessione. Fatica infatti a definirlo un film di guerra il suo regista, ma nemmeno un film sull’olocausto. Più un lavoro universale, che sfrutta un periodo storico critico per mostrare senza filtri le tonalità di grigio di una violenza che si manifesta come linguaggio umano. Non è una riflessione cinica però, non un encomio all’homo homini lupus, quanto invece una costruzione di senso che include bontà, amore ed empatia mediante la loro privazione ed assenza. Meditazione sul male e il bene, l’ha definita Marhoul, nonostante sia solo il primo dei due estremi ad apparire con inaudita forza allo spettatore.

La malvagità dell’uomo si insidia nell’esperienza visiva in un intreccio tra suono e immagine, senza ellissi e addirittura senza alcune spettacolarizzazione di essa. La brutalità non è infatti mezzo d’intrattenimento, quanto invece un tema. Esposto nel suo ripetersi in ogni forma disponibile. Non di certo un discorso filmico semplice da seguire, soprattutto nelle tre ore che il film si prende a disposizione per pedinare le vicende nefaste di questo ragazzino.

Attenzione bisogna però porre in un’interpretazione che veda la sfortuna al centro degli incontri compiuti dal ragazzo, poiché in questo modo si ricostruirebbe un film povero su un mondo semplicemente disgraziato. Ogni atto che caratterizza l’avanzare del film, e dunque le tappe del ragazzo, sono titolate secondo il nome delle persone incontrate. Loro, come esseri umani precisamente nominati, perpetrano una violenza mostrata come conseguenza di un modo di vivere o pensare. In tal modo Marhoul costruisce un film che si fonda sulla precisa consapevolezza delle azioni svolte, anche, e soprattutto, quelle più violente. Il riscontro tra la violenza dei singoli individui e quella generale diffusa nel contesto della Seconda Guerra Mondiale trova così terreno comune, e decodifica, nelle scelte consapevoli degli esseri umani.

C’è dunque una brutalità che per quanto primitiva non evita mai un filtro con la ragione, ossia con la coscienza, causando con questo un terrore simile al raziocinio nazista. Le azioni più bestiali sono però comunque sempre riconducibili ad un modo di essere umano, ma di conseguenza lo sono anche il loro opposto qui taciuto.

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