«Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio» è un libro straordinario

A Treviso ci sono due signori, indicativamente tra i 50 e i 60 anni che, per comune consenso degli over 70 (alias: i nonni), sono classificati come “fora de menoca” – “fuori di testa” in dialetto. Uno dei due si apposta davanti all’edicola che si trova appena fuori dalle mura della città. Ha un cappellino, si muove con una bicicletta chiamata, dalle nostre parti, Graziella e porta attaccata alla camicia a mezze maniche a quadretti una targhetta in plastica con la sua foto e il suo nome. In giro si dice, senza che il motivo di ciò sia comprensibile, che «l’abbia presa a Gardaland». L’altro signore lo si vede camminare a passo spedito lungo le mura, nelle zone verdi che costeggiano la strada asfaltata. Tiene la testa alzata come a puntare il cielo con il mento, i pugni chiusi e anche gli occhi. Borbotta parole incomprensibili quando incrocia qualcuno o si arresta ad un semaforo rosso.

Dopo la tipica, stupida fase di sbeffeggio, ingenerata dalle dinamiche scimmiesche che si condensano nella vita di gruppo, si acquisisce un po’ di coscienza. Nessuno sa bene quale sia la domanda da porsi. Chi sono queste persone? Hanno qualcuno o qualcosa? Hanno una famiglia, una casa, un gatto? Dove stanno quando non li si vede? L’attimo catartico di preoccupazione buonista («almeno ci ho pensato») è scalzato da un più naturale menefreghismo, che sopraggiunge quando li si perde di vista per andare a prendere una birra con l’amico che si stava aspettando di fronte all’edicola o lungo le mura, nelle zone verdi che costeggiano la strada asfaltata. Il Sommo Bene, ancora una volta, può aspettare.

«Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio»: il “cocciamatte”

Remo Rapino pare invece essersene occupato. E lo ha fatto con un’intelligenza e una sensibilità tali che il romanzo che ne è uscito ha dello straordinario. Lo si vede benissimo, Bonfiglio Liborio, questo ennesimo dimenticato perché un gradino sotto la soglia dell’accesso intellettuale alla categoria “umano”; lo si vede benissimo seduto al suo tavolo tutto proteso sul quadernone nel quale butta giù secchiate di ricordi, dei quali leggiamo il resoconto (fittizio? autentico? poco importa) nelle pagine del libro di Rapino. Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (acquista) non è altro che la trascrizione della vita di Bonfiglio, narrata da lui stesso. Questo, il sunto: una vita. Finalmente l’autenticità.

Liborio è un “cocciamatte”, che in dialetto designa proprio quei “fora de menoca” dei quali si parlava all’inizio. La sua identità è fatta dei transiti contingenti di chi pare debba vivere ai margini della storia. Lavora qua e là, tra il paese natale e il nord Italia, tra Udine e Bologna, tra le fabbriche e il servizio militare. Non ha un padre che, si dice, se

«n’andò alla Merica, all’Argentina o allo Brasile, da qualche parte dopo il mare, ma un mare grande mi dicono, ma io che ne posso sapere dopo tanto tempo. Quanto sarà grande quel cazzo di mare?».

Ma del padre conserva un’unica fattezza – così, almeno, sua madre, i pochi amici, i vicini gli dicono: gli occhi.

«A me mia madre mi diceva che io avevo gli occhi uguali ai suoi. Questo solo so. E fin da quanto ero nu guaglione piccolo piccolo, e poi pure da più grosso, ogni volta che passavo davanti a uno specchio o a una vetrina, sempre mi guardavo, ma solo gli occhi mi guardavo, per cercare di capire come era fatto mio padre, almeno lo sguardatura il colore almeno degli occhi suoi»

E questo fatto, questa ricerca dello sguardo nel quale potersi riconoscere, nel quale assolvere un’esistenza sfuggita dalla stabilità, come una costante, tratteggia tutto l’incedere del libro, articolato sulla lingua ruvida, terrosa, appresa non leggendo grammatiche (anche se Liborio, stimatore di Cuore, a scuola andava bene) ma nel retrobottega e sulla piazza del mercato, la lingua di Bonfiglio Liborio. Il romanzo è difficile e non fa, come altri meno riusciti, di tutto per restare fermo, ma si muove e chiama il lettore a confrontarsi col pensiero scosceso di una prospettiva altrimenti tacciata di silenzio.

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L’uomo che piange

Le cose che vedono gli occhi di Liborio sono ciò che vediamo noi insieme a lui, nella trascrizione avventuriera di questa specie di diario. Nelle pagine del romanzo c’è il ritratto di buona parte del secolo breve. Il Fascismo, le rivolte operaie, la Ducati, i bordelli. I manicomi (e Basaglia). La televisione, le macchine, le città, i sindacati. Con Liborio entriamo nella rabbia di un’anima straniera, che conta sulle dita i delitti commessi, e perciò moralmente più pura, più ferma di qualsiasi altra. Un’anima che piange, anche, e lo fa spesso, commossa da ciò che le sta intorno e pare non comprendere e dal quale non è compresa. Le riprese, la solitudine.

«Così non mi era rimasto più niente, che col sindacato avevo toppato, lavoro zero carbonella, con le puttane solo a fare flanella, che poi mi dicevano pure male che non consumavo né donne né liquori, ma solo gli occhi allora potevo consumare, che erano uguali a quelli di mio padre mi aveva detto mia madre un sacco di volte, e mò pure Togliatti Palmiro s’era squagliato come una neve di aprile e mi restava solo l’acqua degli occhi che poi, quando stavo da solo come un cane, diventava come un fiumetto di lacrime»

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio è questo: un’uscita ardita, lo sparo di un pirata. Minimum Fax ha avuto l’intelligenza di pubblicarlo; Rapino il coraggio di scriverlo. E non è bastato Michel Foucault a ricordarci che Pinel quella volta, declamando a voce alta di liberare gli insensati, lungi dal risolvere un problema in favore della libertà, costruiva un’atroce macchina d’incomprensione. Se nulla di alieno stimiamo dal nostro essere umani, noi tutti siamo chiamati al confronto con queste ombre sfuggevoli d’identità, con i cocciamatte, con i Bonfiglio Liborio. Remo Rapino disseppellisce questa voce, facendo riemergere ciò che Foucault vedeva come la sola scappatoia dalle chiuse invisibili del manicomio: la letteratura. Se la grande letteratura ha come minimo la virtù di rendere più intelligente il cuore di chi la frequenta, è necessario che in questi termini si parli di Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio.


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Giovanni Fava
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