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We Happy Few

We Happy Few: la ricetta della felicità

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5 minuti di lettura

Compulsion Games, insieme a Gearbox Software, hanno deciso di dare vita ad un ambizioso progetto che sicuramente avrà il giusto risalto in questa seconda metà del 2018: We Happy Few, uscito il 10 agosto 2018 su PC, Xbox One e PS4.

Una città felice è senza passato

La storia di We Happy Few è ambientata negli anni ’60, in un passato distopico, dove la Seconda guerra mondiale è stata vinta dalla Germania, che è di conseguenza riuscita a conquistare l’intero Regno Unito. In particolare, nella città di Wellington Wells è stato reso obbligatorio l’uso di una speciale pillola, chiamata “Gioia”, capace di far percepire ogni cosa come estremamente piacevole; tuttavia, la pillola ha anche lo svantaggio di rendere chi la assume estremamente manipolabile. L’addetto alla censura Arthur Hastings, la scienziata Sally Boyle e il soldato Ollie Starkey, dopo aver scoperto la verità, cercano di risolvere la situazione; gli abitanti e i poliziotti del luogo, ritenendoli dei sovversivi, tentano però in ogni modo di fermarli.

L’ambientazione di gioco ricorda, sotto molti aspetti, il grande romanzo di George Orwell 1984 come, ad esempio, la censura dei mezzi di comunicazioni e il continuo bombardamento di messaggi pubblicitari atti a non permettere agli abitanti di ricordare il proprio passato e ad assumere la propria dose di Gioia per non essere additati come “musoni” e, di conseguenza, essere malmenati ed emarginati dalla società.

Due elementi caratterizzano in maniera peculiare We Happy Few: la maschera e il ricordo. Il primo è un oggetto puramente simbolico rappresentando la convenzione sociale che vige all’interno di Wellington. Utilizzando le parole di Luigi Pirandello, la maschera ci rende personaggi, non riuscendo a percepire realmente chi siamo e ci permette di vivere nelle ipocrisie e convenzioni sociali. A sostegno di ciò, verremo presto a sapere che le persone che vivono ai margini della società non le indossano e infatti sono esclusi dalla “civiltà” venendo rilegati in zone fatiscenti e distrutte dalla guerra. Peculiare è inoltre il colore della maschera che evidenzia quanto le persone siano in realtà delle semplici comparse se non, addirittura, delle marionette.

Il secondo, invece, possiede una valenza molto più profonda, radicata ed attuale. Esaustive sono le parole di Indro Montanelli:

«Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente»

Quest’affermazione esplica perfettamente l’ambientazione di gioco. Gli abitanti della città, infatti, non conoscendo il proprio passato, non solo non possiedono un’individualità, enfatizzato, come detto precedentemente, dall’uso della maschera, ma non conoscono i problemi che avvolgono l’intera città di Wellington che rischia, a tutti gli effetti, il collasso. Questo è uno spunto di riflessione da parte degli sviluppatori a non dimenticare il proprio passato perché, senza esso, non vi è futuro.

We Happy Few

Uno sguardo più tecnico

Lo stile grafico accattivante ed originale aiuta in modo positivo l’immersività all’interno del mondo di gioco. Il sistema di crafting, seppur all’inizio risulti un pò complicato durante i primi approcci, risulta piacevole e stimola alla scoperta di nuovi metodi per costruire oggetti utili al proseguimento della storia, stessa cosa si può dire sia dell’albero delle abilità, che aumenta in maniera decisamente ampia i metodi di approccio durante il gameplay, che del comparto sonoro molto evocativo. Peccato, tuttavia, per alcuni bug, glich e qualche calo di framerate durante qualche scena concitata (versione PS4) ma che, con ogni probabilità, verranno aggiustati nel corso dei vari aggiornamenti, dimostrando a tutti gli effetti l’enorme amore ed impegno degli sviluppatori per questo gioco. Se siete amanti dell’avventura, dell’intrigo e della filosofia non posso far altro che consigliare caldamente questo titolo.

Niccolò Manai

Sono un ragazzo di 27 anni, curioso e voglioso di imbarcarmi sempre in nuove avventure. Sono laureato in Filosofia e in Sociologia. Ho una passione irrefrenabile per i videogiochi, fumetti e, ahimè, per la cioccolata.

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