Per secoli il museo è stato concepito come uno spazio neutro: un contenitore per opere da osservare dove la cornice architettonica accompagnava, senza rubare la scena. Tra Novecento e Duemila, questa concezione cambia. L’architettura museale diventa la vera protagonista, capace di guidare lo sguardo, creare un percorso e comunicare un’idea prima ancora di mostrare le opere.
Il visitatore non entra più semplicemente per vedere le collezioni, ma vive un’esperienza. La facciata, il volume e il rapporto con la città diventano dunque parte integrante della fruizione. E così, il contenitore pesa quanto il contenuto.
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Il “Bilbao Effect”
Inaugurato nel 1997, Il Museo Guggenheim di Bilbao progettato da Frank Gehry è uno degli esempi più celebri di questa trasformazione. L’edificio si impone come oggetto scultoreo frastagliato e disarticolato: superfici curve e lucide ricoperte da pannelli metallici catturano e riflettono la luce, creando un effetto quasi liquido. L’involucro è autonomo, indipendente dalla logica interna. Pensiline e lucernari sembrano applicati in maniera quasi casuale, generando una sensazione di instabilità. Il risultato è che l’edificio diventa esso stesso attrazione, spesso più memorabile delle opere che ospita.
Il museo è anche al centro di un progetto di riqualificazione urbana. Il suo impatto va infatti oltre l’arte, trasformando la città e la sua economia: è da qui che nasce il cosiddetto Bilbao Effect, la capacità di intervento architettonico di cambiare l’identità e il destino di un territorio, richiamando visitatori e attenzione internazionale.
L’idea del percorso continuo nel Guggenheim di Wright
Decenni prima, Frank Lloyd Wright affronta una sfida simile con il Solomon R. Guggenheim Museum. La progettazione inizia con l’idea di una ziggurat al contrario, che evolve in una spirale simile a una vite conficcata nel suolo di Manhattan. Il progetto di Wright è subito un gesto polemico, in quanto sceglie di utilizzare volumi curvi su lotti cubici in una città dove ogni centimetro è prezioso.
All’interno prevede una passerella continua, un percorso senza soluzione di continuità, che parte dall’ultimo piano e scende lungo la spirale, lasciando al centro un grande vuoto privo di funzione.
Il progetto inizialmente non convince i responsabili del museo, che lo considerano poco funzionale, soprattutto per quanto riguarda l’illuminazione. Wright, ormai ottantenne, affronta il problema introducendo fasce luminose tra un piano e l’altro, che illuminano gradualmente la rampa continua.
Il Guggenheim di Wright diventa così il primo museo progettato per l’arte astratta, dove spazio, luce e percorso influenzano la percezione delle opere. L’architetto muore pochi mesi prima dell’inaugurazione, senza poter ammirare il museo completato.
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Il museo come esperienza totale
Tra Wright e Gehry vi sono altri esempi significativi. La Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies van der Rohe propone un museo-manifesto: vetro e acciaio sono ridotti all’essenziale, con una grande copertura sospesa su pilastri sottili. Qui l’architettura diventa dichiarazione estetica e teorica, autonoma.
Il Kimbell Art Museum di Louis Kahn lavora invece sulla luce naturale come materiale. A calibrare l’illuminazione sono le volte, trasformando la visita in un’esperienza percettiva e meditativa. In entrambi i casi, il contenitore orienta il modo in cui si leggono le opere, confermando l’importanza dello spazio.
È così che il museo si trasforma in un vero e proprio dispositivo narrativo dove l’esperienza comincia in primis nell’architettura che la ospita. In questo modo il visitatore attraversa un’idea, un flusso progettuale che condiziona la percezione, fin dal primo sguardo.
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