L’assenza della madre: una riflessione

Articolo della newsletter n. 60 - Aprile 2026
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Per chi perde un affetto, si sa, il dolore del lutto è insopportabile. Lo scrittore inglese C. S. Lewis, celebre autore delle Cronache di Narnia, paragona la sofferenza per la perdita della moglie all’ingresso in uno stato di confusione totale della coscienza. Scrive Lewis che è come arrivare alle cose, alle cose che si fanno, ogni volta tre secondi dopo averle fatte; come vivere un senso di distacco fra il sé reale, che agisce ed opera nel mondo, e il sé vissuto, dentro il proprio cervello.

Questa nebulosa esperienziale avvolge anche il dolore per la perdita di un genitore, che è peculiare. E lo è perché non vi sono casi che assomiglino a tale perdita: nel momento in cui perdiamo chi ci ha generato, o che ha generato chi ci ha generato, perdiamo anche l’uso della parola che designa tale soggetto: “papà”, o “mamma”. Quando la mamma non c’è più, non c’è più nemmeno posto per l’uso della parola “mamma” nelle nostre vite.

Ci spingiamo ad affermare che nel caso della madre quest’assenza, questo lutto, questo ridimensionamento integrale della nostra esistenza che deriva dalla perdita del nome e della cosa che esso designa, sia ancora più radicale. E lo è perché è la madre che ci ha reso figli e figlie, è nella madre che la nostra carne ha preso forma, è uscendo dalla madre che siamo proiettati in questo mondo. Così come in questa vita noi tutti viviamo due esistenze, una immemore nel ventre della madre, e l’altra di progressiva composizione in questo mondo, allo stesso modo il nostro tempo è scandito dalla vita con lei e da quella dopo di lei.

La confusione che si avverte nell’imminenza del lutto è generata dalla perdita del punto fisso che, fino ad allora, ha orientato la nostra esistenza, nel riavvicinamento o nell’allontanamento – per l’appunto, il ventre della madre. E tale confusione, tale sensazione di, per così dire, ovattamento, porta con sé un irrimediabile disincanto sul mondo, lo colora di un’altra tinta, per sempre. Disincanto perché le cose, tutte, perdono una loro parte di vita, che se ne va quando, da figli, sappiamo non potremmo più condividerle con – o nasconderle a – nostra madre.

Ciò non significa, ovviamente, che il mondo sia svuotato in toto della vita: tutt’al contrario, si riaffaccia un nuovo significato da dare ad ogni aspetto dell’esistenza, che sarà però – per l’appunto – inevitabilmente velato del grigiore di un’assenza. È un rapporto negativo, un non messo davanti ad ogni cosa, così come è negativo il tipo di mancanza che si prova nei confronti di questo lutto. Manca qual…

Giovanni Fava

25 anni; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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