Dal 3 ottobre al 21 novembre Roma ospita Letterature senza esercito, festival promosso da Roma Capitale con Zètema Progetto Cultura e organizzato dal Centro Culturale Connessioni, tra le sale della Sapienza e librerie indipendenti come la Ubik di via Tiburtina. Si apre sabato 3 ottobre alle 17, nella Sala degli Affreschi della Sapienza, con la presentazione di Exit Poetry (La Nave di Teseo), l’antologia curata da Gilda Policastro con Aldo Nove e Lello Voce. Subito dopo, un assaggio di poetry slam. Di solito è una gara: tre minuti a testa, niente musica né oggetti di scena, una giuria scelta tra il pubblico. Il 3 ottobre, invece, nessuna competizione: Nicola Argenti, Martina Di Lorenzo e Fulvio Arpini, tre poeti che frequentano le serate slam, porteranno i loro testi per dare un’idea delle voci che si possono incontrare.
Arpini fa parte del collettivo Castelli in versi, nato nel 2014 per dare alla poesia uno spazio di ritrovo ai Castelli Romani, una terra ricca di storia e d’arte. È romano di San Pietro, fa il tecnico biomedico e di sé dice di non essere un letterato. Allo slam è arrivato tre anni fa, quasi per caso, e non se n’è più andato. Lo abbiamo incontrato in videochiamata lunedì 28 settembre, a pochi giorni dall’apertura del festival. Si scusa spesso di «andare lungo» nelle risposte, e proprio andando lungo arriva, a metà conversazione, alla frase che dà il titolo a questa intervista.
La parola detta
Che voci arrivano ai vostri slam?
Da noi il tema è libero, quindi arriva di tutto. Chi ha passato i cinquanta sta più vicino alla poesia classica, i trentenni vanno sullo slam ritmato. Io sono un ibrido: faccio una specie di stornello romanesco, senza musica. Mio padre mi ha cresciuto a Trilussa e Giuseppe Gioachino Belli, e col Tevere lì vicino, scherzo sempre, qualcuno nelle mie poesie deve morire per forza. Però cerco soprattutto le cose che mi fanno paura o mi fanno male, e le persone a cui non fa caso nessuno, come il vecchietto che fa la spesa o il povero all’angolo della chiesa.
Il festival parla del «rischio della parola detta». Qual è questo rischio?
Per me è più piccolo di quello della parola scritta. Una poesia classica la devi rileggere e rileggere, perché ogni verso ti apre una cosa diversa. Un pezzo da slam spesso il poeta te lo presenta prima di cominciare, e in cinque parole ti ha già detto tutto. Al massimo il tema non ti piace, non ti va di sentir parlare del mutuo o della guerra. Ma perdersi è difficile.
E il tono? Detta in due modi, la stessa frase cambia significato.
Ecco, mi hai dato un aggancio: è lo stesso rischio di chi litiga su WhatsApp. Lì il tono non c’è, e le emoticon, per quanto le usi bene, non bastano. Io dico sempre: se dovete discutere, chiamatevi. Anche perché io non sono né Trilussa né Giacomo Leopardi: se ti scrivo, magari ti arriva tutta un’altra cosa.
Lo slam e il teatro
Lo slam toglie tutto quello che il teatro aggiunge: costumi, scene, musica, personaggi. Cosa resta?
Ti dico la verità: di recente mi sono rivisto Natale in casa Cupiello su YouTube. Due ore e quattordici. Uno slam difficilmente dà un’emozione di quel tipo perché, per sua natura, è concentrato. Però ti fa amare un momento piccolo, tre minuti, a volte la metà. Se hai avuto una brutta settimana al lavoro e qualcuno sale con un pezzo sul lavoro, la botta la senti. Ti innamori di un’idea in poco tempo. Non è male, credo.
Questo per chi ascolta. E chi sale sul palco? L’attore ha un personaggio dietro cui stare, il poeta no.
Devo essere onesto, non lo so. Posso dirti cosa mi è successo la prima volta. Un’amica attrice, Maria Teresa Battista, mi ha detto: ricordati che ogni volta che sali sul palco il generoso sei tu. Stai dando qualcosa di te agli altri, e se parti da lì non andrà storto niente. Magari non piacerai. Una volta una signora che era stata scelta per la giuria mi ha dato come voto uno e mezzo, arrabbiatissima, perché il romanesco vero per lei era quello del Belli. E io: signora, mi scusi, ma quel romanesco non lo conosco nemmeno io. Poi non porti solo la tua vita, sennò ne servirebbero dieci. Il campione europeo dell’anno scorso ha vinto con una poesia sul monopattino. Un genio. Dentro c’era la fretta, il traffico da saltare, la vita che ti corre dietro, e magari sul monopattino non ci è mai salito. Quando sei lassù rivivi quello che hai scritto: ho una poesia di vent’anni fa che sento come fosse di oggi. In quel momento stai interpretando la poesia. Il personaggio è la poesia. Ecco, ci sono arrivato adesso.
A teatro il pubblico alla fine applaude, nello slam vota. Per chi scrive cambia qualcosa?
Oddio, spero di no. Lo slam è un bellissimo gioco: se cambi quello che ami per inseguire il voto, ci perdi tu. Una sera ho sentito uno dire: spero di non uscire per primo, così vedo come tira il pubblico. Ma che vuol dire? A che ti serve? Si scrive prima di tutto per sé. Ad agosto ho visto una fotografia e in cinque minuti ho scritto un pezzo che amo tantissimo, come mi succedeva trent’anni fa. Per me, però.
Dal bar alla Sapienza
Lo slam nasce nei bar. Portarlo alla Sapienza è riconoscerlo o addomesticarlo?
Il rischio di addomesticarlo c’è sempre, pure se passi da un locale da venti persone a uno da duecento. Io preferisco dire accompagnarlo, in posti dove non è mai stato. Come quando entri in casa d’altri: non è casa tua, stai più attento, e dici «guarda, questo è quello che ho da dire, ascoltalo e magari ne parliamo». Se poi qualcuno si alza e se ne va, pazienza. Con tutti gli altri hai fatto un pezzo di strada insieme.
Per chiudere: cosa diresti a un abbonato del teatro di prosa per portarlo a uno slam?
Una frase di mio padre: «Fulvio, la storia tua la scrivi te. Quella degli altri la puoi sentire, vedere o leggere. Resta sempre curioso delle storie degli altri, che fanno bene pure alla tua».
Immagine in evidenza: foto di pH501 (@piaccacinquecentouno)