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«Gli abusi di un prete, la dolce vita e quella volta che Fellini volle vedere il mio pene». Storia della Tarantina, l’ultimo femminiello di Napoli

«Dopo tutto quello che ho passato non mi è mai stato possibile amare veramente». La Tarantina è seduta sul suo letto dalle lenzuola maculate. Il suo bilocale è in un vascio, una casa a piano terra, nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Dietro di lei, uno specchio a raggiera le riflette i capelli biondi. Sul comodino, una bottiglia a forma di Madonna con dell’acqua santa dentro.

Il suo nome all’anagrafe è Carmelo Costa, di Avetrana, un piccolo paesino pugliese, dove è nata nel 1936. Sui documenti è un uomo, le sue apparenze sono femminili, ma non si riconosce nelle definizioni di transgender né gay né travestito. A volte si riferisce a sé stessa al maschile, soprattutto quando parla dell’infanzia, più spesso lo fa al femminile.

Sono un femminiello. Mi chiamarono così quando a undici anni arrivai per la prima volta a Napoli. La mia famiglia mi aveva cacciato di casa. La gente di Avetrana mi picchiava di giorno e abusava di me di notte. Mi sputavano e pisciavano addosso. Anche il prete del paese, un giorno, mi portò in sacrestia e mi molestò. Avevo dieci anni. Io non capivo, soffrivo soltanto. Tentai anche il suicidio gettandomi sotto una corriera. Mi trasferì a Taranto dove conobbi un marinaio: mi parlava di Napoli e così decisi di venirci. Arrivai in questa città a settembre nel giorno della festa di Piedimonte. La città era ancora semidistrutta dalla guerra, ma a me parve bellissima.

La parola femminiello ricorre spesso nel suo racconto. La pronuncia come se fosse un nomignolo affettuoso che le hanno attribuito e dice di essere l’ultimo rimasto a Napoli.

I femminielli sono una figura tradizionale e antica, la cui presenza è attestata a Napoli già in fonti del XVI secolo, ma che probabilmente risale a molto prima. Una figura di uomo caratterizzato da atteggiamenti spiccatamente femminili, spesso dal travestitismo, e che nel folklore ha una connotazione quasi sacra, da ermafrodito dell’antica Roma o Grecia.


A Napoli, secondo la tradizione, il femminiello porta fortuna: gli si fa tener in braccio un bambino appena nato perché gli trasmetta energie positive ed è sempre lui che tira i numeri nel tradizionale gioco della tombola. È un personaggio presente nella letteratura, nel teatro, ma anche nella tradizione religiosa: ogni anno, il 2 febbraio, c’è il celebre pellegrinaggio degli uomini “che vivono e sentono come donne” al santuario della Madonna di Montevergine, vicino Avellino.

Oggi la parola femminiello si perde in una categorizzazione più moderna: in dialetto napoletano la parola resta, ma è spesso utilizzata per definire, a volte in senso dispregiativo, altre ironico, un omosessuale o un transessuale. La sua essenza originaria si è dispersa e molte tradizioni e riti rischiano di scomparire. Non a caso a Napoli è nata l’AFAN, Associazione Femmenell Antiche Napoletane, che mira a preservare la memoria storica di questa figura.

A tredici anni decisi di trasferirmi a Roma.
Allora vivevo a casa di una prostituta che ogni tanto mi trovava qualche cliente. Le rubai i soldi per il treno e una gonna e andai nella capitale.
Vivevo di prostituzione. Ero molto ambita perché sembravo una donna a tutti gli effetti, avevo i capelli lunghissimi e un corpo molto minuto. Spesso a pagarmi erano coppie: a quei tempi il sesso a tre era molto di moda.
Un giorno, mentre camminavo, mi fermò un uomo che mi invitò a salire in auto. Pensavo volesse fare l’amore, ma volle solo ascoltare la mia storia. Da quel giorno, ogni sera, veniva lì dove mi prostituivo a portarmi del cibo.
Dopo qualche mese mi invitò a casa sua. Pensai “finalmente si è deciso a voler fare sesso”, ma mi presentò sua moglie. Passai il Natale con loro e i loro amici. Si chiamava Goffredo Parise e scoprii solo molto più tardi che era uno scrittore famoso.
Divenne un amico, un padre, un angelo custode
.


Degli anni romani parla quasi con noia. Dice di averli vissuti con inconsapevolezza. Con la stessa inconsapevolezza ha conosciuto i protagonisti della dolce vita di quegli anni, diventando la musa della pittrice Novella Parigini, conoscendo anche Brigitte Bardot e tutti gli altri nomi più famosi della Roma degli anni ‘50.

Alberto Moravia era antipaticissimo, quasi insopportabile.
Pierpaolo Pasolini era il più divertente. Federico Fellini, invece, non credeva che fossi uomo finché, un giorno, non lo portai in una stanza e gli feci vedere il mio pene.
Mi presentò Anita Ekberg di cui divenni gelosissima!
Ero un po’ la mascotte di tutti loro, andavo sui set cinematografici, ma non sapevo nemmeno cosa fosse un film.

Mentre racconta, le persone del quartiere entrano in casa sua, la salutano, si siedono su alcune sedie disposte vicino l’uscio, si versano del caffè da una moka che lei tiene all’ingresso, a disposizione di chiunque, passando fuori casa sua, voglia berlo. «Per questo sono tornata a Napoli, qui potevo essere davvero libera».

Ma libera non lo è stata sempre. È stata arrestata più volte per multe non pagate per travestitismo o atti osceni. Era al carcere di Poggioreale durante il terremoto del 1980 quando, approfittando del sisma, ci fu un regolamento di conti tra bande rivali con risse e rivolte che portarono a tre morti e moltissimi feriti.

Ho visto e vissuto cose orribili, dentro e fuori dal carcere.
Sono io ad aver fatto veramente le lotte per i diritti, pagandole sulla mia pelle. Quando uscivo vestita da donna rischiavo la vita, ma non mi importava.

Ed è proprio per la sua figura di involontario simbolo di lotta che negli ultimi anni la Tarantina è stata riscoperta dal mondo LGBTQ+ e da quello artistico. Su di lei è stato girato un documentario, sulla sua storia è stato scritto uno spettacolo teatrale, su di lei stanno scrivendo una biografia. Due anni fa le è stato dedicato anche un murales, a Montecalvario, imbrattato poi da una scritta che diceva «Questa non è Napoli».

Più che del presente, però, lei ama riportare il discorso al passato. Mette altrove gli articoli di giornale che parlano di lei, mostra le foto delle sue amiche. «Sono tutte morte» dice, indicandole ad una ad una. «Erano miserabili, ma speciali. Nella mia vita ho conosciuto i ricchi e i poveri. Ma nella povertà c’è una bellezza che non c’è da nessuna altra parte».

Ogni tanto, mentre parla, controlla il suo smartphone. La chiamano proprio da Avetrana dove l’hanno invitata per ritirare un premio. Dice che forse ci andrà, anche se non ama tornare in quel posto.

Oggi le cose sono un po’ diverse rispetto al passato, ci sono più diritti, ma il pregiudizio resterà sempre. Spero solo una cosa: che i genitori non abbandonino più i propri figli.
Della mia famiglia oggi sono in contatto solo con una delle mie sorelle maggiori che ha più di cento anni. I miei genitori io non li ho più visti da quando avevo nove anni e mio fratello si rifiutò di parlare con me anche in punto di morte. Però, una volta, sono tornata ad Avetrana. Sono andata al cimitero dove riposano i miei parenti per posare un fiore. Quella volta ero vestita da uomo
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Foto in copertina di Gianluca Grimaldi


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Gianluca Grimaldi
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