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L’«altro sguardo» sull’Italia di Porry Pastorel

La mostra, visitabile a Palazzo Braschi a Roma fino al 28 novembre, racconta la nascita del fotogiornalismo in Italia attraverso gli scatti incredibili del primo grande fotoreporter italiano.

6 minuti di lettura

Oggigiorno sarebbe impossibile immaginare un’informazione senza immagini. Che si tratti di un giornale online o di uno cartaceo, ogni notizia viene accompagnata da un reperto fotografico e talvolta audiovisivo che attesta con maggior forza il reale avvenimento dei fatti. Eppure, non è sempre stato così: c’è stato un tempo in cui le parole erano le sole a raccontare al pubblico di lettori cosa stesse accadendo nel mondo. Quand’è allora che le cose cominciano a cambiare? E come arrivano le foto sui giornali? È a questi interrogativi che la mostra Adolfo Porry-Pastorel. L’altro sguardo. Nascita del fotogiornalismo in Italia, visitabile a Palazzo Braschi a Roma fino al 28 novembre, cerca di rispondere, e lo fa utilizzando gli straordinari scatti di Adolfo Porry Pastorel, il primo grande fotoreporter italiano.

Chi è Adolfo Porry Pastorel?

Nato nel 1888, a soli 20 anni Porrì (così pronunciavano il suo cognome franco- inglese) lavora come fotografo per le più importanti testate giornalistiche dell’epoca, come Il Messaggero, La Voce, Giornale d’Italia. Ben consapevole di quanto la cronaca e l’esigenza di rappresentare l’attualità stessero ormai diventando degli obiettivi sempre più importanti per i quotidiani, egli si fa pioniere di questa nuova arte, il fotogiornalismo, sperimentando stratagemmi per procacciarsi eventi e scoop, trasmettere le immagini e trovare innovative tecniche di stampa. Per essere ancora più autonomo e fornire un tipo di informazione indipendente, Pastorel fonda ben presto l’agenzia VEDO (Visioni editoriali diffuse ovunque), che durerà fino al 1960, non senza screzi con la concorrenza. Interessante difatti sono i documenti originali esposti alla mostra, alcuni dei quali riguardano incarichi di lavoro provenienti da istituzioni statali e che lasciano evincere il ruolo sempre più importante che il fotoreporter stava andando ad assumere in quegli anni; altri che invece dimostrano la difficile convivenza con varie agenzie, come testimoniato dall’intimidazione rivolta a Porry e al Giornale d’Italia da parte dell’istituto LUCE.

Incarico a Porry da parte del Ministro per gli Affari Esteri
Intimidazione diretta al Giornale d’Italia e a Porry-Pastorel

Il ritratto del fascismo

Tra più di ottanta scatti in mostra, la maggior parte risale al periodo fascista, e ritrae in maniera irriverente alcuni dei momenti più significativi di questa porzione di storia.

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Quando il fascismo di Mussolini arriva in Italia, Porry è ormai un fotografo maturo e affermato, e i suoi scatti mai banali circolano ovunque. Per il regime, fautore della censura ma allo stesso tempo attento a utilizzare i media per la propria propaganda, il fotoreporter è una figura scomoda: egli riesce con la sua estrema bravura a realizzare le foto migliori per il fascismo e per Mussolini, il quale però fatica a tollerare l’indipendenza e la forte autonomia di un professionista che non si fa problemi a immortalare anche i momenti più compromettenti del regime. E così la mostra, accanto alla celebre immagine del Duce, che avendo riconosciuto Porry guarda dritto in camera e gli sorride, espone anche altri reperti che documentano invece avvenimenti clamorosi come il suo arresto, oppure il ritrovamento dei vestiti di Matteotti dopo l’omicidio.

Adolfo Porry Pastorel
Inaugurazione della nuova sede dell’Istat, Roma,1921
Arresto di Mussolini in un comizio interventista a Roma
Adolfo Porry Pastorel
Ritrovamento della giacca di Matteotti dopo il rapimento e l’arresto

Le foto di costume

L’interesse del fotografo, tuttavia, non sta solo nella politica, ma anche nell’Italia del popolo, del costume, della semplice quotidianità. In questo caso, le foto in mostra sorprendono per l’incredibile autenticità che lasciano trasparire, riuscendo realmente a far respirare il clima dell’epoca. Ne emerge un’Italia dalla doppia faccia, quella di un’anziana signora che si appresta a vendere sedie pieghevoli ai pellegrini in occasione dell’inizio dell’Anno Santo a San Pietro, e quella di giovani ben vestiti a una festa, o intenti in una passeggiata.  

Il Papa è importante, ma anche una donna che lavora con dignità lo è
Adolfo Porry Pastorel
Sguardi

La mostra in effetti esprime tutto il potenziale artistico e documentario del mezzo fotografico: gli scatti, dalle angolature sempre diverse, a volte ironici, altre sacrali, concretizzano l’immaginario di un’Italia ormai perduta, quell’Italia popolare, semplice ma che allo stesso tempo si stava avvicinando a un’entusiasta modernità; l’Italia del regime, anche, che spesso e volentieri leggiamo nei libri di storia, guardiamo nei film, ma che mai come in questa mostra è stata meglio messa in luce.

E dunque è questo che accade se si visita L’altro sguardo a palazzo Braschi: si viene travolti da pezzi di passato, e incredibilmente non si guarda più con i propri occhi, ma con quelli di chi, magnificamente, era proprio lì a scattare, con gli occhi attenti e appassionati di Adolfo Porry Pastorel.

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Chiara Esposito

Sono di Napoli, laureata in Archeologia, Storia dell'arte e Scienze del patrimonio culturale. Sono giornalista pubblicista, mi piace scrivere e ho tanta voglia di farlo

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