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L’istrionico gioco del racconto di sé di Viola Marietti

Al Teatro Franco Parenti di Milano lo spettacolo «ALDST - Al limite dello sputtanamento totale»

5 minuti di lettura

Errori grammaticali

È strano come la coniugazione dei verbi, il modo con cui le azioni prendano effettivamente atto, inizi dalla prima persona singolare. La lingua sembra essersi codificata secondo l’ordine numerale – che procede dall’unità -, nonostante l’azione prenda atto e consapevolezza di essere accaduta solo rispetto ad altro, a una seconda persona, cosa o circostanza in virtù della quale l’azione stessa accade.

Si impara a parlare perché qualcun altro parla: forse proprio per questo motivo fisiologico risulta difficile parlare in prima persona, avere coscienza di sé. La difficoltà potrebbe nascere dallo scarto tra una primarietà dell’io e la sudditanza del tu, relegato al secondo posto (per non parlare delle altre persone, che al terzo gradino rischiano addirittura di tracollare nell’impersonale!).

La grammatica non pare dare adito a una descrizione fedele della realtà, e subisce così la nemesi di diventare l’incubo degli studenti e a volte il vanto di docenti poco illuminati.

Creare l’alternativa

Fortunatamente, tra una prima persona indebitamente consacrata al podio e una seconda condannata all’inferiorità tertium datur. La terza persona si pone come alternativa sempre valida. Proteiforme e camaleontica riflette l’esigenza concreta di coniugare il sé e l’altro da sé: egli, ella, esso, essa sono il calco di come ci si possa raccontare per avere credibilità, in primis per sé stessi.

Per poter parlare di sé è necessario quell’allontanamento, quel porsi a una distanza tale da poter osservare le cose alla debita distanza per cui non vengano distorte. La terza persona è la forma della creatività, della finzione, -etimologicamente della costruzione- di sé.

Per dare voce alla propria voce e comprendere realmente fino a che punto sia possibile capirsi è necessario e inevitabile prendere parte a un gioco. Per capire la propria parte è indispensabile iniziare a giocare, come mostra con inesausto stupore il Teatro, che ogni volta mette in atto la Vita con la consapevolezza dell’impossibilità di farlo, ma di quanto sia bastevole e meraviglioso il tentativo stesso.

Giocare le proprie parti

Così al Teatro Franco Parenti di Milano è andato in scena l’istrionico gioco del racconto di sé, dell’impersonificazione irriverente e scherzosa che consente di uscire dalla tautologia di un io che non può che iniziare a parlare di sé se non immaginandosi come terza persona, come personaggio: ALDST – Al limite dello sputtanamento totale dal 7 al 12 settembre, di e con Viola Marietti.

La compagnia Tristeza Ensemble dell’attrice protagonista insieme al regista Matteo Gatta con il dramaturg Gabriele Gerets Albanese propone con sagacia il monologo irriverente e acuto di una giovane milanese alla prese con la propria vita.

Parlare di sé diventa l’occasione artistica per cogliersi nelle voci e nei corpi degli altri e raccogliere i frammenti dei propri segreti, dei ricordi, delle speranze conferendo la sostanza che perderebbero se destinati a un meditabondo pensiero solipsistico.

Giocare gli altri, le altre parti

La dirompente e vigorosa abilità recitativa della protagonista dà corpo e voce al flusso di coscienza della parola, arginandone le banalità e consentendo al pubblico una condivisione immediata e divertente.

Lo scambio continuo dei punti di vista non si limita al repentino boomerang originato dal cambio di tono o stile, ma riesce a scardinare le convenzioni linguistiche per rendere esperibile la vividezza del racconto attraverso la veracità del movimento. Il racconto fluisce con il movimento e l’attrice è la ragazza eroina, è chi la circonda nella sua vita, è l’insieme variopinto di sentimenti, frustrazioni, speranze e illusioni.

Nonostante la grammatica si faccia portavoce e diventi simbolo di un modo di leggere la realtà cristallizzandola in sterili convezioni egoriferite, la volontà di creare, di essere artisti e dunque artefici di sé si riscopre come tentativo inesauribile di avere sempre un’ennesima possibilità, di ricreare e ricrearsi, nel gioco delle parti per poter voce a sé stessi, a patto di volersi ascoltare grazie all’Altro.

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Anastasia Ciocca

Instancabile sognatrice dal 1995, dopo il soggiorno universitario triennale nella Capitale, termina gli studi filosofici a Milano, dove vive la passione per il teatro, sperimentandone le infinite possibilità: spettatrice per diletto, critica all’occasione, autrice come aspirazione presente e futura.

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