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Alla scoperta dei quadri rubati a Verona:
i ritratti di Giovanni Francesco Caroto

5 minuti di lettura
G. F. Caroto - Ritratto di giovane con disegno infantile
G. F. Caroto – Ritratto di giovane con disegno infantile   Fonte: http://www.artribune.com/

Tra i quadri trafugati dal Museo di Castelvecchio di Verona, di particolare originalità è il dipinto Ritratto di giovane con disegno infantile, piccolo olio su tavola (37×29) dipinto da Giovanni Francesco Caroto nel 1521. Nato e morto a Verona (1480 circa – 1555), figlio di Pietro di Caravaggio, il Caroto è un artista eclettico e difficile da etichettare, come testimonia il continuo mutare del suo linguaggio pittorico influenzato dalle diverse correnti artistiche dell’epoca. Abbandona infatti l’apprendistato presso la bottega del pittore e miniaturista Liberale Veronese, dove aveva forgiato la sua tecnica pittorica, per aderire al modello rinascimentale e innovativo del mantovano Andrea Mantegna, e infine avvicinarsi, nella maturità, alla scuola emiliana e ai motivi più malinconici del ferrarese Lorenzo Costa il Vecchio. Caroto fu anche un eccellente ritrattista, arrivò a rappresentare personaggi del calibro di Isabella d’Este nell’omonimo Ritratto di donna detto anche Ritratto di Isabella d’Este (1505-1510). In particolare, Ritratto di giovane monaco benedettino, olio su tela (43×33), anch’esso parte del bottino del clamoroso furto del Museo di Castelvecchio, sembra appartenere a un momento artistico totalmente diverso e probabilmente più tardo rispetto a Ritratto di giovane con disegno infantile. Il quadro rappresenta un monaco vestito di nero che con sguardo interrogativo stringe tra le mani il proprio breviario, il dito indice tra le pagine indica probabilmente il segno della lettura. Nell’ultima fase della produzione artistica del pittore veronese è infatti possibile notare come il suo stile ormai verta verso rappresentazioni più fredde, oscure e meno vivaci.

G. F. Caroto - Ritratto di giovane monaco benedettino Fonte: http://www.artribune.com/
G. F. Caroto – Ritratto di giovane monaco benedettino
Fonte: http://www.artribune.com/

Se di scuola mantegnana è il suo primo dipinto certo, la Madonna cucitrice (Galleria Estense di Modena) datato 1501, il Ritratto di giovane con disegno infantile è stilisticamente più vicino al gusto manieristico di cui l’artista si fa precursore. Espressione di questa innovativa corrente culturale è il vivace cromatismo che accosta colori puri e complementari, conferendo al quadro un effetto irreale di deformazione. In questo caso, molto suggestivo è l’abbinamento del verde e dell’arancione, colori che il Caroto usa di sovente. Il quadro rappresenta una sorta di spartiacque nella storia dell’arte in quanto per la prima volta viene rappresentato un giovinetto per quello che è e non per quello che rappresenta. Non un Cristo infante, un rampollo dell’aristocrazia, non l’essenza allegorica dell’infanzia stessa, bensì un bambino nel suo aspetto reale. Il fanciullo, che sembra essersi appena girato, mostra all’osservatore con sguardo entusiasta e orgoglioso un suo disegno, che con tratto geometrico e primitivo rappresenta un pupazzo antropomorfo, probabilmente un autoritratto. Il nostro sguardo cade sul piccolo foglio e notiamo con stupore che questi segni decisi e stilizzati rimandano proprio alla nostra quotidianità, potrebbero essere usciti dalla matita di un bambino del XXI secolo, a dimostrazione, nonostante l’evoluzione degli stili pittorici, della trasversalità spazio-temporale delle prime esperienze infantili. Il disegno elementare del fanciullo non ha quindi una valenza pittorica, è vero e proprio specchio e strumento conoscitivo di un’introspezione psicologica che non coinvolge solo l’artista, ma lo stesso osservatore, che si trova di fronte al richiamo di una dimensione artistica estremamente semplice e spontanea, primigenia. Lo sguardo inquietante e furbesco del fanciullo guida lo spettatore nella lettura del quadro, e in particolare il suo corpo esile emerge dal fondo nero della scena grazie a una luce accecante che sembra plasmare le fattezze del giovane protagonista esaltando la dinamicità della torsione.

Nel 1965 il pediatra inglese Harry Angelman visitando il Museo di Castelvecchio rimase folgorato di fronte al dipinto del Caroto, nel quale riconobbe tratti somatici simili a quelli di tre suoi piccoli pazienti affetti da una rara malattia genetica caratterizzata da facilità al riso, postura a marionetta, movimenti a scatti, tanto che tornato in patria, ispirandosi al quadro, li definì «happy puppet children». Oggi la malattia ha un nome: Sindrome di Angelman, in omaggio al suo scopritore. Ma forse fu proprio il Caroto, cinque secoli prima, a fissarne sulla tavola i caratteri distintivi.

Valentina Cognini

Nata a Verona 24 anni fa, nostalgica e ancorata alle sue radici marchigiane, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Tornata a Parigi per studiare Museologia all'Ecole du Louvre, si specializza in storia e conservazione del costume a New York. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.

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