«Anna Édes» di Dezso Kosztolányi: una tragedia sociale e umana

Dopo una prima edizione del 2014, la casa editrice milanese Edizioni Anfora ripubblica nel maggio 2018 Anna Édes (acquista), capolavoro del 1926 dello scrittore ungherese Dezso Kosztolányi, autore del primo Novecento ungherese ed esponente di spicco della rivista letteraria ungherese Nyugat, considerato maestro di autori suoi contemporanei come Sándor Márai e Magda Szabó, in edizione critica e con traduzione a cura di Mónika Szilágyi Andrea Rényi.

Dezso Kosztolányi ritratto da Aladár Székely. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Kosztolányi_Dezső_portréja_(Székely_Aladár,_1935)_–_crop.jpg Foto di pubblico dominio

La trama di «Anna Édes»

La storia narrata si svolge in Ungheria, a Budapest, in un arco di tempo che va dal 1919 al 1922 e che vede sullo sfondo la controrivoluzione a seguito del crollo della Repubblica Sovietica Ungherese (detta anche Repubblica dei Consigli) di Béla Kun, passando per la breve parentesi dell’avanzata della Romania fino alla presa al potere del generale Miklós Horthy.

La protagonista di questo romanzo è Anna Édes, ragazza contadina del Balaton, che tramite Ficsor, suo parente e portinaio del palazzo di via Attila nel rione Krisztina, ottiene un lavoro come cameriera presso la famiglia del consigliere ministeriale, poi Sottosegretario di Stato, Kornél Vizy e della sua capricciosa moglie Angéla. Nelle prime pagine la conosciamo come una «ragazza ancora perfettamente estranea, timida, che era visibilmente in ansia per la febbre della ribalta di fronte a lei», una ragazza che comincerà ad abituarsi al «tanfo insopportabile come nelle farmacie» e all’«odore freddo, tagliente che le tormentava il naso e le metteva in subbuglio le viscere sempre più» della casa dei suoi signori, fino al momento in cui desidererà la libertà e una condizione di vita migliore, desiderio che per le costrizioni sociali del suo tempo resterà tale, portandola al triste epilogo che vedrà coinvolti i suoi padroni di casa.

Anna Édes

La commedia umana ungherese del primo dopoguerra

Dezso Kosztolányi dipinge con maestria e con un realismo molto attento ai luoghi della narrazione e alla psicologia dei personaggi la società ungherese del suo tempo. Come scrive la scrittrice Antonella Cilento nella postfazione al romanzo:

«il teatro messo in scena da Kosztolányi è ben più ampio della cronaca dei fatti e disegna un’ironica e dolente commedia umana, che apparenta questo maestro della letteratura ungherese a Dostoevskij, a Maupassant e, soprattutto, a un suo grande contemporaneo, Michail Bulgàkov

L’autore, dunque, vuole rappresentare l’avidità, l’ipocrisia, l’egoismo e l’indifferenza della borghesia del suo tempo, scrivendo una commedia umana ironica e allo stesso tempo feroce nei confronti dei suoi personaggi. L’autore persegue questo obiettivo impiegando una narrazione in terza persona, che suggerisce una posizione di totale distacco evidenziata ancora di più dal fatto che il personaggio dell’autore, che appare alla fine del romanzo, viva in una casa circondata da un recinto verde, quasi come a voler evidenziare una totale distanza dai personaggi del romanzo e dalle loro vicende.

L’ironia: la descrizione dei signori Vizy

L’ironia è data non solo attraverso la distanza, ma anche attraverso gli interventi diretti del narratore e la descrizione dei personaggi e della loro personalità. Nelle prime pagine, ad esempio, il narratore descrive il signor Vizy come «una figura di una vecchia rivista di moda resuscitata dai morti» con addosso delle scarpe di vernice «i cui raggi del sole riflessi brillavano come se avessero buttato davanti a lui una granata che esplodendo copriva tutta la sua figura di allegre scintille dorate».

La signora Vizy d’altro canto, vista dal marito come una bambina che si lamenta per questioni frivole come le cameriere e di cui vengono messi in risalto i «lacrimoni scintillanti sul viso come Asta Nielsen al cinema», è rappresentata come una donna il cui risveglio al mattino viene turbato dall’assenza di Katica, cameriera che per capriccio licenzierà, arrivando a preoccuparsi in maniera esagerata di trovare una nuova sostituta, al punto che:

«Percorreva la città in ogni direzione. Scarpinò tutto il giorno. Si informò da conoscenti dimenticati se potevano consigliarle qualcuna. Come risposta riceveva perlopiù un sorriso compassionevole. Percorreva una via crucis, le cui stazioni già conosceva fino alla noia»

Questa sua ossessione per le cameriere è ritratta dal narratore in maniera molto sarcastica. La signora Vizy, infatti, arriverà persino ad ammalarsi nel momento in cui Anna le annuncia di volersi sposare con lo spazzacamino del rione Árpád Báthory, una malattia che il dottor Moviszter bolla come perenne nervosismo dovuto alla sua ossessione.

L’ironia e il contrasto tra empatia e indifferenza

L’ironia del narratore, però, non risparmia nemmeno quelli che, oltre ad Anna, in questa commedia umana sono i personaggi positivi del romanzo, come ad esempio il dottor Moviszter, personaggio che ha a cuore il destino degli ultimi come Anna. Di questi il narratore dice che «era più malato di qualunque suo paziente. Era diabetico all’ultimo stadio. Tutti i suoi colleghi, tutte le cliniche avevano rinunciato a lui», un uomo con un piede nella fossa che la gente considera limitato al punto da deriderlo e considerarlo insignificante, e di cui alla fine del romanzo il narratore si stupisce che sia ancora vivo, poiché «già stato seppellito da tante persone, in primo luogo dalla scienza ufficiale, dai professori di Medicina, dai colleghi, poi dai conoscenti e dai suoi estimatori». Il motivo di tanta ironia nei suoi confronti è dovuto al fatto che ogni tentativo di far ragionare gli altri e di richiamarli all’empatia risulta vano, al punto da suonare ridicolo. L’ironia, dunque, emerge nel contrasto tra il richiamo all’empatia del dottore e l’indifferenza degli altri personaggi.

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La società ungherese: l’ideale dell’egoismo

La società ungherese descritta in questo romanzo è, dunque, una società che, oltre a essere ridicola e ingenua, è anche indifferente e feroce verso il prossimo. È una società i cui membri pensano a se stessi e vogliono mantenere a tutti i costi l’ordine delle cose. A questo proposito, si osservi questo brano tratto dal dialogo tra il dottor Moviszter e l’amico Gábor Tatár tenutosi nella casa dei signori Vizy:

 «- La misericordia. 
– La misericordia? – Ripetè Tatár contento della nuova linfa che avrebbe alimentato il dibattito. 
– Esiste un paese dove tutti sono padroni e servitori insieme. E uguali. Sempre, ogni giorno dell’anno. 
– Quale paese è? 
– Quello di Cristo. 
– Ma sta su, sopra le nuvole.
– È nell’anima.
– Ci provi pure a realizzarlo qui. Con i bolscevichi, con i compagni. 
– Non bisogna realizzarlo – rispose Moviszter irritato, perché la sua malattia lo rendeva nervoso.
– Non occorre. Era questo l’errore anche dei comunisti che volevano realizzare un ideale. Nessun ideale deve essere realizzato. Altrimenti fallisce. Che rimanga su, sopra le nuvole. In questo modo resta efficace e sopravvive.»

Dopo che Gábor Tatár ha affermato che tra servi e padroni non può esserci uguaglianza, il dottor Moviszter fa appello alla misericordia, al rispetto dell’uomo, ma sembra contraddirsi subito, poiché sa bene che purtroppo questa idea di misericordia, nella vita reale, è impraticabile e può solo restare nel proprio intimo, soprattutto perché «Il genere umano è l’ideale dell’egoista, del subdolo, di quello che non dà nemmeno un pezzo di pane al proprio fratello.»

È questo subdolo genere umano quello con cui ha a che fare Anna ÉdesAnna, infatti, comincerà a rendersi conto di vivere una realtà in cui viene trattata solamente come un oggetto da esposizione, una merce da vantare davanti agli altri e che bisogna custodire gelosamente, e desidererà liberarsi dalla propria condizione. Dopo essere stata sedotta, abbandonata e costretta ad abortire da Jancsi, nipote dei signori Vizy, il quale la considera solo uno sfogo da usare a suo piacimento, Anna trova nella proposta di matrimonio di Bathory una seconda possibilità di liberarsi dalla sua condizione di serva, possibilità a cui, però, è costretta a rinunciare dopo le insistenze della sua padrona.

Veduta di Budapest nel 1914.
Fonte: https://www.flickr.com/photos/alfredo-grados/19618797722
Foto di pubblico dominio

Anna Édes: la misericordia contro l’indifferenza

Paradossalmente, però, una vera liberazione arriva con l’omicidio dei suoi padroni. Anna si lascerà arrestare e subirà il processo in maniera passiva e senza opporsi. Dezsó Kosztolányi non dà delle risposte precise riguardo il motivo dell’omicidio. Una delle tante risposte plausibili può essere quella che dà il dottor Moviszter durante il processo alla giovane, secondo il quale i signori Vizy «l’hanno resa una macchina. […] L’hanno trattata in maniera disumana. L’hanno trattata ignobilmente.», una risposta che si ricollega al dialogo avuto con Gábor Tatár.

Quello di Anna può essere interpretato come un grido disperato per richiamare all’empatia, alla misericordia, all’uguaglianza con gli altri, sia a livello sociale che umanoAnna desidera essere libera di scegliere la vita che vuole vivere, vuole il rispetto dei suoi diritti ed essere trattata non come una merce, ma come una persona. Ma questo grido resta inascoltato, al punto che tutti nel rione Krisztina si dimenticano di lei una volta mandata in prigione. Tutto ciò perché, come scrive Antonella Cilento, «a nessuno importano le vere ragioni di Anna, così Kosztolányi non le rivela: del resto, mai a nessuno sono importate le ragioni degli ultimi, donne, bambini o poveri, le ragioni dei diversi.»

Anna la «dolce» in un mondo senza tenerezza

Dezsó Kosztolányi scrive con Anna Édes la storia di un’eroina di quella che non solo è una tragedia sociale, ma anche umanaAnna Édes non si fa solo portavoce degli ultimi che rivendicano l’uguaglianza a livello sociale, ma rivendica anche la misericordia, il rispetto dell’essere umano in quanto persona, in un mondo, come sottolinea Antonella Cilento, di «categorie, etichette, slogan, invece di persone», che l’autore ritrae sì come una commedia umana ingenua e ridicola, ma che attraverso l’ironia mostra in tutta la sua ipocrisia, indifferenza e ferocia verso il prossimo. In un mondo così indifferente e feroce, perciò, non c’è spazio per la tenerezza che Anna Édes, cognome che in ungherese vuol dire “dolce”, incarna.

Immagine di copertina: White metal railings, Photo by Maria Teneva on Unsplash

Alberto Paolo Palumbo
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