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Arlecchino non invecchia mai: al Piccolo torna
la maschera interpretata da Soleri

8 minuti di lettura

arlecchino piccolo brighellaArlecchino non invecchia mai. Ferruccio Soleri ha ormai 85 anni e ha alle spalle 60 anni di servizio al Piccolo Teatro di Milano nei panni del personaggio più colorato e vivace di sempre. Eppure, solo alla fine dello spettacolo, quando l’attore si toglie la maschera, ci rendiamo conto dei suoi capelli bianchi e degli anni che passano. Con la maschera sul viso, Arlecchino ha ancora vent’anni. Fino al 7 giugno lo spettacolo Arlecchino servitore di due padroni sarà di nuovo sul palco del Piccolo, pronto ad affascinare nuove generazioni e conquistare nuovamente quelle vecchie.

Arlecchino servitore di due padroni deriva da un celebre testo di Carlo Goldoni, Servitore di due padroni, del 1745. Nel 1947 Giorgio Strehler decise di adattarlo per il Piccolo Teatro di Milano, di cui divenne nei decenni un vero e proprio cavallo di battaglia. Il titolo fu cambiato da Strehler perché, in vista della tournée mondiale (dall’America Latina alla Cina, da Parigi a Edimburgo), il nome di Arlecchino, molto noto anche all’estero, doveva essere ben visibile già dal titolo dell’opera.

La trama è molto semplice e suddivisa in tre atti: alle vicende amorose di Clarice e Silvio, ricche di inganni e scambi di persona, si contrappongono le avventure di Arlecchino che, pur di riempirsi finalmente la pancia, diventerà servo di due padroni, contribuendo alla creazione di nuovi e divertenti equivoci. I ruoli e le maschere sono quelli tipici della commedia dell’arte: gli amorosi, senza maschera e dal linguaggio alto; Brighella, oste balbuziente della locanda; Pantalone, mercante non più lussurioso ma, così come lo rappresenta Goldoni, padre di famiglia onesto e amorevole; Balanzone, il (finto) dotto che ama parlare in un improbabile latino; la servetta, voce della verità e dall’indole molto diretta; e infine Arlecchino, burlone e sempliciotto al tempo stesso, ma sempre in grado di tirarsi fuori dai guai.

arlecchinoSe da un lato le scenografie sono efficaci nella loro semplicità (dei teli tirati dagli attori per cambiare ambientazione), i costumi rappresentano al meglio le maschere, così come il pubblico le immagina da sempre: dal pancione di Balanzone al naso pronunciato di Pantalone; dai colori di Arlecchino al panno bianco sul braccio di Brighella. La quarta parete è poi spesso rotta dagli attori in modo delicato e mai troppo invasivo, con riferimenti meta teatrali, come per esempio quelli al suggeritore o alla recitazione, e battute rivolte allo spettatore – i bambini in questo caso sono i primi a farsi avanti e a interagire senza timore con Arlecchino.

Sebbene la commedia sia in scena da più di settant’anni, risulta ancora fresca e coinvolgente. Con dieci edizioni diverse sviluppatesi negli anni e numerosi tour in giro per il mondo, lo spettacolo rimane ancora oggi uno dei più apprezzati, uno di quei classici che non passa mai di moda. Il merito è anche di chi lavora a questa commedia eterna: l’Arlecchino del Piccolo non tradisce mai il testo di Goldoni, ma al tempo stesso si adatta al pubblico contemporaneo inserendo piccoli dettagli sempre nuovi. Lo spettacolo è quindi sempre lo stesso, pur non essendo mai uguale. Giorgio Strehler lo definì infatti “memoria vivente […] sempre uguale e sempre diverso”. E se nel 1987, con l’edizione “dell’addio”, sembrava che Arlecchino fosse ormai giunto alla fine dei suoi giorni, pochi anni dopo lo spettacolo tornò in scena ottenendo il successo di sempre.

arlecchino soleriNon possiamo negare che, pur essendo tutti gli attori molto abili nei vari ruoli, sia il protagonista Arlecchino a tenere vivo lo spettacolo. Interpretato da Marcello Moretti fino alla sua morte nel 1961, fu poi sostituito da un giovane Ferruccio Soleri che aveva ancora molto da imparare. Durante i suoi studi teatrali a Roma, interpretò Arlecchino ne La figlia ubbidiente di Goldoni, con cui cominciò ad approcciarsi alla recitazioni in veneziano (non molto semplice per un attore nato in Toscana!). Poi, durante la tappa a New York di Arlecchino servitore di due padroni nel 1959 – in cui recitava soltanto una parte secondaria – Soleri si ritrovò a dover sostituire Moretti nel ruolo principale. Si trattava di un’occasione unica per lui, ma il pubblico americano non apprezzò il cambio d’attore e accolse Soleri con mormorii di disappunto. Pur non essendo partito con il piede giusto, lo spettacolo ebbe un esito positivo e Soleri ebbe modo di esplorare il personaggio sul palcoscenico per la prima volta. Quando nel 1961 Moretti venne a mancare, Strehler pensò che Soleri avrebbe potuto essere un degno sostituto. Il percorso fu però molto difficile: il regista non si accontentava mai e spronava l’attore, con modi anche molto duri, a fare di meglio. Come racconta Soleri, mentre le abilità ginniche non lo preoccupavano, la voce era per lui la parte più complessa, tanto che Strehler gli consigliò di leggere il giornale di corsa saltando la punteggiatura, così da imparare a parlare come Arlecchino, ovvero in fretta e furia. Sebbene il giudizio del regista fosse inizialmente poco motivante («non fai ridere; non esprimi niente», diceva), quando negli anni Ottanta ci fu quella che doveva essere l’ultima edizione dello spettacolo, Strehler ammise sorpreso che in quei vent’anni l’Arlecchino di Soleri non era invecchiato mai. Oggi infatti Soleri detiene il record dell’attore teatrale che ha interpretato lo stesso ruolo per il periodo più lungo.

Arlecchino è un personaggio vincente perché conquista i cuori dei grandi e dei piccoli: strappa più che una risata, ma riesce allo stesso tempo a intenerire il pubblico. I suoi ragionamenti sono semplici e innocenti come quelli di un bambino, e il suo unico grande bisogno è il più naturale di tutti: procurarsi qualche cosa da mangiare. I suoi lazzi (momenti di improvvisazione) sono ormai conosciuti da chi ama lo spettacolo, eppure sono sempre nuovi, sempre diversi, sempre in grado di sorprendere.

arlecchino soleri pubblico

A chi dobbiamo quindi il merito di questo successo che sembra non avere mai fine? A Goldoni, l’orgoglio italiano per quanto riguarda il teatro? Alla regia di Strehler, conosciuta in tutto il mondo e sempre attuale? A Ferruccio Soleri, con il suo Arlecchino-Peter Pan? Forse la chiave di questo enorme successo è proprio la presenza di questi tre elementi che, insieme, riescono a creare uno spettacolo che sembra non voler tramontare mai.

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Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.

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