Giorgio Strehler: una vita per il teatro

«Io so e non so perché lo faccio il teatro ma so che devo farlo, che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto me stesso, uomo politico e no, civile e no, ideologo, poeta, musicista, attore, pagliaccio, amante, critico… me, insomma, con quello che sono e penso di essere e quello che penso e credo sia vita. Poco so, ma quel poco lo dico».

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Giorgio Strehler (Trieste, 1921 – Lugano, 1997), regista eclettico e fecondo, è considerato uno dei più rappresentativi del teatro europeo ed ha affrontato un vasto repertorio di autori, elaborando una concezione del teatro come sintesi di svago e didattica, che aiuti l’uomo a riconoscersi in ciò che è umano, non in ciò che è disumano.

Diplomatosi all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, esordì come regista nell’ambiente del teatro universitario e in Svizzera, dove si era rifugiato durante la guerra e aveva fondato la Compagnie des Masques. Nel 1945 tornò a Milano dove alternò il lavoro di regista per alcune compagnie a quello di critico teatrale per il quotidiano Milano Sera.

Storico e determinante fu l’incontro con Paolo Grassi – allora critico teatrale e redattore dell’Avanti! – all’angolo di via Petrella alla fermata del tram 6 in corso Buenos Aires, che sancì il sodalizio tra i due e che portò nel 1947 alla fondazione del Piccolo Teatro di Milano, inaugurato con la rappresentazione dell’Albergo dei poveri di Maksim Gorkij, dove Strehler si riservò il ruolo del ciabattino Alijosa. L’attore Gianni Antuccio raccontò che la sera della prima, alla fine dello spettacolo ci fu un silenzio di alcuni secondi e che Strehler, dietro le quinte, pensò di aver fallito: gli spettatori di fronte ad uno spettacolo così nuovo ed intelligente non poterono che provare un  iniziale shock silenzioso, poi esploso in un applauso pieno di entusiasmo che sembrava non finire più.

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Nel 1947, infatti, Milano viveva un periodo di grande fervore culturale e dopo la guerra era stato ricostruito il Teatro alla Scala, considerato come un atto di speranza: si capì che era estremamente importante dare un segnale di ripresa della città con la cultura in prima linea. Non a caso, nel manifesto programmatico del Piccolo Teatro si legge :

«Noi non crediamo che il teatro sia una decorosa sopravvivenza di abitudini mondane o un astratto omaggio alla cultura. Il teatro resta il luogo dove la comunità, radunandosi liberamente a contemplare e a rivivere, rivela se stessa; il luogo dove fa la prova di una parola da accettare o da respingere: di una parola che accolta, diventerà un domani il centro del suo operare, suggerirà ritmo e misura ai suoi giorni».

Dal 1947 in poi diresse per il Piccolo spettacoli che sono entrati nella storia del teatro e della regia, positivamente eclettica, al cui interno di può rintracciare una costante: l’interesse per l’uomo in tutte le sue azioni. Questa scelta, che perseguì per tutta la sua vita, è un atto di fedeltà alle ragioni profonde dell’esistenza di cui si fa portatore Satin, uno dei protagonisti dell’ Albergo dei poveri: Tutto è nell’uomo. Ponendo l’uomo sotto la lente d’ingrandimento del teatro, vengono alla luce alcuni rapporti cui il regista è interessato: l’uomo in relazione alla società, a se stesso, alla storia e alla politica. Tale attenzione si riflette nella predilezione per alcuni autori, veri e propri compagni di strada nel lavoro teatrale del grande maestro, tra cui William Shakespeare, Carlo Goldoni, Luigi Pirandello, Anton Cechov e Bertolt Brecht.

Nel 1978 il regista riprese in mano La Tempesta di Shakespeare, per riportarlo in scena con una nuova consapevolezza. Il drammaturgo britannico per l’ultimo dei suoi lavori inventò un nuovo linguaggio drammatico per i protagonisti di un utopico Nuovo Mondo, nel quale creature mostruose come il mago Caliban e l’etereo Ariel convivono con gli abitanti di quello Vecchio. Nel suo allestimento, il regista  non si limitò a inscenare la storia del mago Prospero e del suo percorso di conoscenza, ma espresse scenicamente la propria riflessione sull’opera come gigantesca materia di spettacolo, che pone in atto un processo metacritico sulla scrittura teatrale, sul mestiere del drammaturgo e del regista. Un capolavoro, dunque, e una summa del metodo di lavoro di Strehler.

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Chi assistette a quello spettacolo non avrà dimenticato la fascinazione iniziale del mare in tempesta che avvolgeva la platea, ricorderà un Calibano dolente (Michele Placido), i duetti di Stefano e Trinculo allestiti come una falsa Commedia dell’Arte e lo sprepitoso Tino Carraro, che mescolava in sé suggestioni shakespeariane e strehleriane, come un genio che percepisce la caducità della sua genialità. Celeberrima fu, inoltre, l’interpretazione di Giulia Lazzarini, reincarnazione di Ariel e fondamentale interprete del teatro strehleriano, che apparve in scena priva di una sua fisicità: appesa ad un fune volteggiava nella scena, elastica e lieve. Nessuno, ora, può interpretare questo personaggio senza che il pensiero volga verso di lei e verso la mirabile versione che le suggerì Strehler.

Indimenticabile la sua regia ne Arlecchino servitore di due padroni (testo di Carlo Goldoni del 1745), spettacolo del 1947 tuttora in scena dopo ben undici stagioni, che nel 1960 con una tournée mondiale raggiunse anche il Nord America, consacrando il Piccolo Teatro nel coro del teatro mondiale. Nel 1959 Strehler scelse Ferruccio Soleri come sostituto dell’allora protagonista Eugenio Moretti.

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Grazie al lavoro con Strehler, Soleri capì nel profondo l’Arlecchino e la Commedia dell’Arte. All’inizio non fu facile e le difficoltà furono molte, dai problemi con la voce al rapporto con la maschera: «Ferruccio, qui la voce non va. Devi trovarla, devi rinforzarla» e «Non fai ridere; non esprimi niente», diceva Strehler durissimo, gettando Soleri nel panico.

Quanto al mestiere del teatro, Strehler lo definì difficile e scomodo, un mestiere dell’anima in cui si rimescolano delle cose terribili che ci sono nell’uomo: qualcuno ci si perde dentro e diventa sciocco, esibizionista e vanesio, altri si purificano, si affinano e diventano più profondi. D’altronde, Louis Jouvet diceva:«Bisogna essere proprio nel delirio per poter mettere il proprio cuore tutte le sere nelle mani della gente».

Nicole Erbetti

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Redazione

Frammenti, rivista online di attualità e cultura, nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.
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