Genitali femminili

Arte, scultura e nudità: dove sono finiti i genitali femminili?

Chi non è mai rimasto folgorato dalla bellezza di una statua greca o romana? Le forme sinuose, il corpo in posa dinamica, ben in carne. Quel fascino discreto delle nudità nascoste dai capelli, da una mano, da un panno. Non salta immediatamente all’occhio, ma le sculture classiche che ritraggono le donne non mostrano mai dei genitali femminili realistici, ma sono di solito prive di dettagli o ben coperte, “castrate”. Laggiù, le donne classiche sono tutte delle grosse Barbie dell’antichità: ogni riferimento alla loro sessualità è attentamente eliminato, come non fosse mai esistita. Eppure per le statue maschili la questione è ben diversa. Pensiamo per esempio all’Apollo Belvedere, o al più recente David di Michelangelo. Se abbiamo qualche dubbio sulla loro virilità, non ne abbiamo di certo sulla loro sessualità: i dettagli abbondano in lavori minuziosi che a volte imbarazzano, altre affascinano, altre ancora strappano un sorrisetto allo spettatore.

Genitali femminili
Fotografia di Mimmo Jodice su scultura di Antonio Canova

Un triangolo di marmo

Proprio di questo strano fenomeno – che sicuramente per molti passa spesso inosservato – si è occupata Syreeta McFadden in un recente articolo per il giornale inglese The Guardian. Perché le statue maschili greche e romane mettono gioiosamente in mostra i loro attributi, mentre i genitali femminili sono spianati in un triangolo di marmo? Persino la Venere di Willendorf (23.000-19.000 a.C.), pur così grossolana e antica, mostra la sua femminilità nei dettagli, auspicando fertilità e abbondanza. Ma agli antichi greci la questione piace meno. Le società patriarcali hanno da sempre cercato di eliminare i simboli di femminilità, forse per riuscire a controllare più facilmente il gentil sesso, suppone l’autrice dell’articolo. Così, i genitali femminili sono diventati pian piano sinonimo di oscenità e vergogna, di caos e irrazionalità. Fatta eccezione per le Spartane, che godevano di una certa libertà e di un grande potere per l’epoca, nella società ateniese la donna non era considerata di certo una figura centrale. Così, anche i prodotti artistici dell’epoca mostrano questa tendenza che vede prevalere gli uomini sulle donne. Le conseguenze toccano l’arte quanto la religione: i culti delle divinità femminili vengono in parte cancellati, così come ogni riferimento alla sessualità nelle loro rappresentazioni. Rispetto alla Venere di Willendorf, nell’Antica Grecia l’arte legata alla donna si è evoluta in maniera ben diversa: la sessualità femminile non è più un simbolo di buon auspicio e prosperità, ma si contrappone fortemente alla ragione e viene quindi vista come qualcosa di negativo. L’uomo è colui che deve dominare e l’arte rappresenta senza scrupoli questo ideale: le donne sono “sterilizzate” e neutre, mentre i genitali maschili sono venerati e riprodotti con estrema cura. Lo si nota poi anche nella letteratura: Platone e Aristotele sono i primi a definire le donne una classe inferiore senza troppi giri di parole.

La bellezza come caratteristica maschile

Se le eccezioni a questa regola che vede prevalere l’uomo anche nelle arti visive sono rare, gli esempi sono invece infiniti: i Bronzi di Riace, il Doriforo, Il Cronide di Capo Artemisio, L’Hermes di Prassitele, il Fauno Barberini, tutti completamenti nudi, in mostra, privi di pudore. Osservando queste statue si può notare come la bellezza e la sensualità – ben lontane da come le intendiamo noi oggi – non siano per i greci caratteristiche femminili, ma possono essere invece racchiuse nella nudità maschile, nella forza, nella perfezione di un corpo atletico ed eroico. Le donne, il cui corpo non è legato alla bellezza, sono quindi attentamente rivestite: le rappresentazioni scultoree di Venere mostrano spesso il seno o le natiche, ma tutto il resto viene ben celato sotto a un velo o a una mano.

Michelangelo Buonarroti,
David, c. 1501-1504
Marmo, 517×199 cm
Galleria dell’Accademia, Firenze

Il successo della cultura greca è così grande che l’arte romana non può fare altro che seguirne i canoni. Apollo Belvedere, Laooconte e i suoi figli o Il Gruppo di sant’Ildefonso ne sono un esempio: come con le statue greche, le figure non nascondono nulla allo spettatore, mentre le rappresentazioni di Afrodite sono raramente nude o sessuate.

La censura medievale

Con il Medioevo e il Cristianesimo abbiamo la svolta: i nudi – tutti, che siano maschili o femminili – sono attentamente censurati con foglie di fico o panni di stoffa, come per esempio nel celebre episodio del Giudizio Universale di Michelangelo, di cui Daniele da Volterra, soprannominato “il Braghettone”, aveva censurato tutti i genitali per non dare troppo scandalo. Questa visione estremamente chiusa della sessualità nell’arte continuerà fino al Rinascimento, quando, ripresi i canoni classici tanto ammirati in questo periodo, la nudità maschile torna a essere il prodotto artistico per eccellenza. Lo possiamo vedere nell’Uomo vitruviano di Leonardo o nel David di Michelangelo o di Donatello; mentre le donne, come nella Nascita di Venere di Botticelli, sono di nuovo coperte e caste. Il corpo dell’uomo è al contrario sinonimo di potenza e bellezza e si mostra nella forza tipica degli eroi greci.

Il nudo femminile nell’Ottocento

Nell’Ottocento, il nudo maschile e i valori a lui legati tornano a essere di moda grazie al Neoclassicismo, di cui l’esponente più noto è lo scultore Antonio Canova, che segue perfettamente le regole greche riguardanti la sessualità delle statue. La società però sta ormai cambiando e il corpo maschile viene pian piano sostituito dal nudo femminile, che – in un ambiente che è comunque ancora fortemente patriarcale – non è più considerato osceno, ma viene reso vagamente più esplicito e riscuote un grande successo agli occhi del pubblico maschile. Se chi comanda è l’uomo, perché non rendere arte l’oggetto del suo desiderio? È di certo più piacevole (per l’eterosessuale medio) guardare un corpo femminile che uno maschile. Così, le regole del gioco si ribaltano: è la donna ora la regina dell’erotismo. Peccato che se per i nudi maschili si trattava principalmente di esaltazione della forza, della bellezza e del vigore, per quanto riguarda i nudi femminili l’arte è raramente celebrazione della donna, ma è spesso – anche se non sempre – legata al piacere che l’uomo ne trae guardandola. Seguendo questa nuova corrente, l’arte in cui viene mostrata la sessualità dell’uomo – e in particolare la fotografia di nudi maschili – viene fortemente legata all’omosessualità, reato e tabù in quegli anni, e inizia quindi a perdere valore.

Genitali femminili
Dettaglio,
Hiram Power,
The Greek slave (La schiava greca), modello c. 1843, marmo c. 1844–1860
Marmo, 165.7 cm × 53.3 cm × 46.4 cm
National Art Gallery, Washington, D.C. (1846)

I genitali femminili nell’arte contemporanea

Nonostante al giorno d’oggi il corpo della donna sia spesso considerato più artistico rispetto a quello dell’uomo, l’arte in fondo non è si è affatto liberata dai cliché della Grecia antica: se le statue, i quadri o le fotografie che ritraggono il corpo femminile sono numerosissime, davvero rare sono quelle che ne mostrano i genitali, proprio come più di duemila anni fa. Un esempio molto attuale è quello dei graffiti, che raramente rappresentano gli organi sessuali femminili stilizzati, ma riproducono molto spesso quelli maschili. Ancora oggi siamo influenzati da quell’antica (ma neanche troppo) mentalità greca che vede la sessualità maschile come l’unica possibile e giusta. Quella femminile – quando c’è – deve essere nascosta, resa invisibile.

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Ovviamente ci sono delle eccezioni, che vengono però percepite dal pubblico come arte sperimentale, provocatoria, ribelle. Si può citare il grande classico di Gustava Courbet L’origine del mondo, o il più attuale Needed to Erase Her di Hannah Wilke, o ancora Judy Chicago e la sua opera Dinner Party. L’artista Jamie McCartney ha poi intenzione di creare quello che in italiano tradurremo con Il grande muro della vagina, ovvero una parete dove verranno esposte le riproduzioni dei genitali di quattrocento donne. Lo scopo non è scandalizzare o far parlare di sé, ma far sì che le ragazze che vogliono sottoporsi alla labioplastica possano riflettere, confrontarsi e trovare qualcuno di fisicamente simile a sé, accettando così il proprio corpo. Un’idea molto moderna, sempre se non si avrà vergogna di guardare, considerando quanto ancora ci suoni strano affrontare questo tipo di arte femminile sessuata.

Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.
Dalila Forni
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