«BANKSY A VISUAL PROTEST», la Street art alla conquista di Roma

Provocatorio,  irriverente, dissacratorio, iconoclasta, sono solo alcuni degli aggettivi più usati dalla critica per descrivere il lavoro dello street artist di Bristol, l’ineffabile Banksy, una delle grandi personalità anonime dei nostri tempi, protagonista di BANKSY A VISUAL PROTEST, la mostra allestita a Roma nel complesso del Chiostro del Bramante, dall’8 settembre 2020 all’11 aprile 2021, con il patrocinio dell’Assessorato alla Crescita Culturale della Regione Lazio, ideata da Madeinart in collaborazione con 24Ore Cultura.

Il Chiostro, che negli ultimi anni si è distinto per la sua grande apertura nei confronti della contemporaneità e del mezzo multimediale per raccontarla, ospita nella sua suggestiva location cinquecentesca il deus ex machina della Street art. Dall’inquietudine esistenziale e intimista post seconda guerra mondiale di Bacon e Freud, protagonisti della precedente esposizione in collaborazione con la Tate Modern di Londra, si passa al racconto dei grandi temi dell’attualità politica, sociale e ambientale, filtrati dallo sguardo ironico e visionario del writer e attivista Banksy, inserito dalla rinomata rivista inglese ArtReview al quattordicesimo posto nella classifica delle cento personalità più influenti del mondo dell’arte.

La mostra BANKSY A VISUAL PROTEST si pone come obiettivo il non facile compito di indagare la poliedrica figura dell’artista, restituendone un ritratto a tutto tondo con l’ausilio delle parole dell’artista stesso, ricavate da alcune sue pubblicazioni e da sporadiche interviste.

L’esposizione vanta un corpus di oltre cento opere, alcune iconiche, come Girl with baloon e Flower Thrower, provenienti da collezioni private e apparse nelle più svariate città, da Londra a New York, passando per Gerusalemme e Tel Aviv, realizzate in un arco temporale ristretto, dal 2001 al 2017, anni di drastici cambiamenti a livello globale.

BANKSY A VISUAL PROTEST
Banksy, Girl with baloon, 2002,  South Bank, Londra

Attraverso la celebre citazione di Banksy: «Non ho il minimo interesse a rivelare la mia identità. Ci sono già abbastanza stronzi pieni di sé che cercano di schiaffarvi il loro brutto muso davanti», la mostra volge lo sguardo al tema della scelta dell’anonimato, comune a numerose personalità influenti nel mondo della cultura, da Elena Ferrante, autrice della tetralogia L’amica geniale, al duo musicale elettronico dei Daft Punk, rivelatisi al pubblico solo nel 2013, fino al recente caso del rapper napoletano Liberato. Nella società dell’apparenza e dell’immagine dove “se non ci sei non esisti”, sono sempre di più gli artisti che scelgono uno pseudonimo e un travestimento per occultare la propria identità, chi per una calcolata scelta di marketing, chi per mantenere un’integrità artistica che la sovraesposizione mediatica derivante dai social media e dalle testate scandalistiche mette a dura prova.  Nel caso dell’artista inglese la scelta di rimanere anonimo deriva anche dalla natura “politica” della Street art, non sempre riconosciuta come manifestazione artistica in quanto non autorizzata dal punto di vista legale.

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La Street art o arte urbana è infatti una forma espressiva che nasce negli anni ‘60 a New York con finalità di contestazione politica e societaria e che raggiunge il suo punto apicale negli anni ‘80 con l’avvento dello spray e del Graffitismo, diffusosi nei quartieri poveri in mano alla criminalità organizzata, come il Bronx. In aperto contrasto con la tendenza sempre più modaiola ed elitaria dell’arte contemporanea statunitense,  divenuta status symbol per l’alta borghesia che fa a gara per accaparrarsi a prezzi vertiginosi l’ultima creazione dell’artista emergente, la street art trasforma gli spazi pubblici della città in gallerie d’arte en plein air e la città in un museo a cielo aperto, dove anche il più sconosciuto ed emarginato  degli artisti può presentare il suo lavoro a un pubblico ben più vasto di quello che solitamente frequenta i circuiti museali. Tra i graffitisti che maggiormente hanno contribuito alla fama internazionale della Street art ricordiamo Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, più volte arrestato nel corso della sua carriera.

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Banksy nasce proprio negli anni della prima diffusione della Street art, gli anni ’70, a Bristol, dove sul finire degli anni ‘90 compaiono le sue prime opere, strettamente legate alla cultura musicale underground della città. La tecnica utilizzata dall’artista per realizzare i suoi graffiti è lo stencil, che consente di realizzare opere in serie nel minor tempo possibile, in maniera analoga alla serigrafia di warholiana memoria.

La mostra BANKSY A VISUAL PROTEST, che si dipana su due piani, segue un andamento non tanto cronologico quanto tematico, prendendo in analisi i macro temi affrontati da Banksy, artista anti-establishment per antonomasia che con la sua arte ridicolizza i potenti della terra, abbracciando posizioni antimilitariste e antiproibizioniste: «Ci vuole del fegato, e anche tanto, per levarsi in piedi da perfetti sconosciuti in una democrazia occidentale e invocare cose in cui nessun altro crede – come la pace, la giustizia e la libertà».

Il primo tema affrontato da BANKSY A VISUAL PROTEST è quello degli animali, vero leitmotiv della produzione banksiana, ricorrente anche in installazioni e azioni di protesta, come l’incursione in zoo per lasciare messaggi contro il trattamento disumano degli animali. Scimmie, maiali, elefanti e cani vengono rappresentati da Banksy in atteggiamenti umanoidi, alle prese con la realtà quotidiana, o addirittura nei luoghi di potere, come accade in Devolved Parliament, dove le scimmie prendono il posto dei deputati, vero e proprio atto di denuncia nei confronti della progressiva involuzione delle figure di potere.

banksy
Bnaksy, olio su tela, 2009, ubicazione sconosciuta.

In una delle sue opere più controverse, Monkey Queen, il writer arriva a sostituire il volto della regina Elisabetta con la faccia sorridente di una scimmia, provocando l’immediata reazione della stampa inglese, ferita profondamente nella propria identità nazionale.  La scimmia, che nella storia dell’arte è sempre stata metafora della componente istintuale dell’uomo, diventa in Banksy una spietata caricatura di alcuni comportamenti umani.

Nella produzione banksiana un altro animale ricorrente è il ratto, alter ego dell’artista di strada: «Esistono senza permesso, sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà».

Un’altra tematica affrontata nel percorso espositivo è il rapporto di Banksy con la cultura pop e, in particolare, la sua capacità di rielaborare in maniera innovativa citazioni cinematografiche e musicali per stabilire un contatto immediato con lo spettatore. L’immagine in Banksy ha in sé tutta la potenza e la semplicità dell’icona bizantina, destinata a cristallizzarsi nella memoria collettiva, abbattendo differenze culturali e di classe e comunicando con la stessa efficacia di un film di Quentin Tarantino e di un’opera fumettistica di Roy Lichtenstein.

L’arte di Bansky rifugge dall’ermetismo tipico di alcune tendenze dell’arte contemporanea di cui l’artista dice: «L’arte contemporanea ha, a volte ingiustamente, la reputazione di essere difficile. Mentre il mio lavoro non lo è affatto». Nella produzione banksiana è spesso ricorrente una vena citazionistica che ha la funzione di depotenziare e ridicolizzare il soggetto attraverso la “sostituzione”, come accade nell’opera Pulp Fiction del 2002, dove i cattivissimi Vincent Vega (Jhon Travolta) e Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) vengono immortalati mentre brandiscono una banana che sostituisce le letali pistole.

Spesso l’artista accosta immagini gioiose a soggetti drammatici, come in Napalm, una delle immagini più emotivamente disturbanti presenti in BANKSY A VISUAL PROTEST, dove l’urlo della bambina vietnamita gravemente ustionata durante il bombardamento del suo villaggio, protagonista di una delle foto più emblematiche del ‘900 che valse al fotografo Huynh Cong Ut il premio Pulitzer nel 1973, è accostata alle icone sorridenti dell’americanità, il clown McDonald e la star disneyana Mickey Mouse.

BANKSY A VISUAL PROTEST
Napalm, Banksy

Un’intera sala dell’esposizione raccoglie le stampe esposte nel 2006 nella prima mostra-evento personale di Banksy negli Stati Uniti, Barely Legal, a cui prese parte il gotha del mondo dell’arte e dello spettacolo. La mostra, una delle più controverse, espose la serie denominata Barely Legal Print Set, realizzata in cinquecento copie a partire da sei matrici, successivamente distrutte. I facoltosi visitatori, accorsi per accaparrarsi le opere a ogni costo, furono accolti da un elefante che gironzolava per la mostra, mentre un volontario distribuiva volantini con la scritta: «C’è un elefante nella stanza: venti milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà», mettendo in questo mondo al centro dell’evento il tema delle diseguaglianze socio-economiche generate da un capitalismo sempre più sfrenato. 

La critica di Banksy, lungi da una visione manichea buoni-cattivi, spesso mira a ironizzare sul falso anticonformismo di talune personalità anti-establishment, come avviene nell’opera Festival (Destroy Capitalism), dove un gruppetto di soggetti “alternativi” è in fila per comprare una t-shirt con la scritta Destroy Capitalism alla “modica” cifra di 30 pounds.

BANKSY A VISUAL PROTEST
Banksy, Festival (Destroy Capitalism), 2006

Attraverso una scalinata, dove è riprodotta una strada della Parigi del ’68, anno dell’esplosione del movimento di contestazione giovanile, tappezzata da manifesti politici e copertine di giornali, si accede al secondo piano del complesso museale. I manifesti riprodotti sono un interessante trait d’union tra la protesta politica e societaria di quegli anni e il messaggio degli street artist del nuovo secolo, che continuano a scegliere la strada per comunicare con le masse.

Le opere presenti in questo spazio indagano il rapporto strettissimo tra Banksy e la musica, in particolare i generi legati alla cultura underground di protesta, come il Punk e il Rap. L’amore per la musica, fil rouge nel corpus artistico di Banksy, è legato indissolubilmente alla sua città natale, Bristol, come emerge dalle sporadiche interviste rilasciate dallo stesso artista. La Bristol degli anni ‘90 è musicalmente e artisticamente fertile, dominata da gruppi come i PortisHead e i Massive Attack, che hanno contribuito a plasmare l’immaginario in cui si muoverà Banksy.

Secondo l’ipotesi formulata dal giornalista musicale Craig Williams, Banksy potrebbe essere lui stesso un musicista, forse lo stesso frontman degli amati Massive Attack, Robert Del Naja. L’inchiesta condotta da Williams, pubblicata sul quotidiano britannico Daily Mail nel 2016, ha infatti rilevato una certa coincidenza temporale tra i numerosi tour musicali di quegli anni dei Massive Attack e la comparsa di alcune opere di Banksy nelle città che avevano ospitato il gruppo.

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Uno spazio della mostra BANKSY A VISUAL PROTEST è dedicato a circa venti progetti elaborati da Banksy per le copertine degli album di band del calibro dei Blur, per i quali l’artista ha realizzato l’artwork del disco del 2003 Think Tank, primo di una lunga serie di collaborazioni (Good Song, Out of Time, Crazy Beat).

Le ultime sale del percorso espositivo si soffermano sul ruolo di Banksy nell’ambito della Guerrilla Art, una forma di arte che prevede anche azioni dimostrative e spettacolari, spesso ai limiti della legalità. Banksy, infatti, si è spesso introdotto nei più famosi musei di arte contemporanea del mondo, come il Louvre e la Tate, per affiggere le proprie opere tra quelle dei numi tutelari dell’arte, come a voler ridare dignità alla Street art, equiparandola a forme espressive più istituzionalizzate.

La Guerrilla art di Banksy, travalicando il concetto stesso di arte, si è spinta ben oltre i graffiti sui muri, in veri e propri progetti alternativi ideati e finanziati dall’artista e realizzati in tempi di esecuzione brevissimi, avvalendosi di una nutrita équipe di collaboratori. Tra questi progetti emerge per originalità Dismaland, un parco giochi da incubo “non adatto ai bambini” aperto per poco più di un mese in Inghilterra nell’estate del 2015, antitesi e parodia dei parchi divertimento, specchio delle storture della realtà attuale.

Dismaland

La mostra BANKSY A VISUAL PROTEST racconta, in particolare, la realizzazione di un vero e proprio Hotel-Museo a Betlemme a pochissimi metri dal muro che separa la città da Gerusalemme, chiamato The Walled Off Hotel, inaugurato nel 2017 e pubblicizzato dallo stesso Banksy come «l’albergo con la peggiore vista al mondo». L’Hotel, personalmente arredato dall’artista con alcune sue opere, nasce con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla barbarie dei muri che, in epoca trumpiana – ci dice Banksy– sono tornati ad essere “cool”.

L’ultima sala del percorso raccoglie opere realizzate agli inizi degli anni 2000, vera e propria “protesta visiva” contro la crescente militarizzazione seguita all’intervento americano nella guerra del Golfo. Opere diventate slogan visivi, che hanno animato proteste e manifestazioni pacifiche in tutto il mondo. Protagonisti sono spesso i bambini, la cui innocenza è sistematicamente violata nei conflitti armati, come Jack e Jill (Police Kids), immagine scelta come manifesto promozionale della mostra BANKSY A VISUAL PROTEST, che ritrae due bambini che corrono spensierati con indosso un giubbotto antiproiettile.

Chiudono l’allestimento due celebri opere che trasmettono un forte messaggio di pace e tolleranza: Cnd Soldiers, dove due soldati disegnano il simbolo della pace, realizzato per protestare contro la guerra in Iraq, e Flower Thrower, che ritrae un giovane dal viso coperto che si appresta a lanciare un mazzo di fiori in sostituzione di una molotov, a testimoniare il sempiterno messaggio “Omnia Vincit Amor”.

Arianna Trombaccia


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Arianna Trombaccia
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