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Bernard-Henri Lévy: il sublime e il ridicolo
dell’intellettuale del XX secolo

15 minuti di lettura

Bernard-Henri LevyGli spalti del Teatro Romano di Verona gremiti di pubblico in una calda serata estiva non sono una novità, ma diventano uno spettacolo nello spettacolo poiché l’attesa, che si respira tangibile nell’aria, non è rivolta alla pop star del momento o all’attore di successo, ma a un filosofo, a uno scrittore, a uno storico dell’arte. Una vera e propria folla di giovani e meno giovani pronti, come studenti diligenti, ad ascoltare in religioso silenzio la “lezione” del professore che non sta seduto in cattedra, ma su di un palcoscenico. È il segno tangibile di una generale fame di cultura e di arricchimento interiore di cui si è fatta portavoce l’Associazione IDEM attraverso l’organizzazione del Festival della Bellezza – I Maestri dello spirito, che si è svolto in questi giorni a Verona. Nessuna scena, nessun effetto speciale, solo qualche breve intervento musicale, una sola protagonista: la “parola”, unica arma che i relatori hanno avuto per affascinare il pubblico, arma che ognuno ha usato a proprio modo: composto Umberto Galimberti, affabulatorio Philippe Daverio, istrionico Bernard-Henri Lévy. Al filosofo francese, protagonista della serata inaugurale, è andato il Premio Maestri dello Spirito 2015, che negli anni passati la IDEM ha attribuito a Claudio Magris, Amos Oz, Salman Rushdie.

Personaggio controverso, a tratti spigoloso, ma di sicuro impatto mediatico, Bernard-Henri Lévy è un intellettuale a 360 gradi, che alla sua attività di docente e filosofo ha nel tempo affiancato quelle di giornalista, saggista, drammaturgo, regista, non disdegnando frequenti incursioni nell’ambito della politica francese e internazionale (è uno degli 89 politici occidentali messi al bando da Putin). Formatosi alla prestigiosa École normale supérieure di Parigi – «pur di entrare nel tempio della filosofia mi facevo di anfetamine per sostenere i ritmi di studio» rivela Lévy – è stato fondatore e massimo esponente negli anni ’70 della Nouvelle Philosophie di stampo esistenzialista, che si è posta in modo radicalmente critico verso il marxismo, il conservatorismo e tutti i totalitarismi, il libro La Barbarie dal volto umano (1977) ne rappresenta il manifesto ideologico.

Jacques Derrida
Jacques Derrida

La sua formazione è stata influenzata da quattro grandi Maestri, Roland Barthes, Louis Althusser, Michel Foucault e Jacques Derrida, con il quale ha avuto negli anni un rapporto conflittuale. Dopo numerose pubblicazioni Lévy è approdato al romanzo con Gli ultimi giorni di Charles Boudelaire (1988), al cinema con la regia di Le Jour et la Nuit (1997) interpretato da Alain Delon e Lauren Bacall, ed al teatro con il dramma Hotel Europe presentato in prima mondiale al Teatro La Fenice di Venezia la scorsa estate, un testo politico nel quale affronta la difficile ricerca di un comune sentire in una Europa ormai agonizzante.

Attraverso la lettura di alcune pagine della sua pièce teatrale in cui il protagonista, chiuso in un albergo di Sarajevo in attesa di pronunciare un discorso nel centenario della Grande Guerra, si aggira tra le immaginarie camere dei geni e intellettuali della storia, Lévy guida il pubblico alla ricerca delle origini dello spirito europeo. «Se si crede veramente nell’Europa e nei suoi valori, se si vuole dare futuro a questa cultura condivisa si deve rileggere Dante Alighieri, tra i grandi fondatori del comune sentire europeo. Dante è il primo pensatore a sconfessare la Bibbia, che riporta che all’inizio dell’umanità vi erano 70 nazioni. Nel suo De Monarchia egli afferma che all’origine dell’Europa vi erano solo grandi Imperi, e le nazioni nate dalla loro disgregazione ne rappresentano la degenerazione, consacrando come primigenia l’idea di uno stato transnazionale. Altro grande spirito europeo è Johann Wolfgang von Goethe che, in aperta polemica con Friedrich Schiller, il quale condanna il saccheggio di opere d’arte perpetrato da Napoleone Bonaparte nei Paesi conquistati, ritiene di poca importanza che le opere d’arte rimangano nel luogo natale, poiché l’arte appartiene al regno dello spirito ed ha una sola patria: l’Europa. Goethe supera pertanto il concetto di opera d’arte -nazione, ad eccezion fatta per il vostro Paese affermando che c’è un solo luogo al mondo dove esiste un rapporto sostanziale tra opera d’arte e luogo in cui è stata concepita, e questo luogo è appunto l’Italia».

Nel suo excursus attraverso la storia, tra i paladini dell’ideale europeo Lévy cita poi gli Illuministi, in

Denis Diderot
Denis Diderot

particolare tre «immensi profeti ed apostoli» quali Voltaire, Jean-Jacques Rousseau e Denis Diderot. «Sono uomini che mi fanno venire le lacrime agli occhi, perché mi danno la misura del passo indietro che abbiamo fatto. Il progetto di Diderot di raccogliere nell’Encyclopédie tutto il sapere dell’epoca supera il concetto di cultura nazionale. Rousseau, uomo apparentemente provinciale, reazionario, antimoderno parla in realtà un linguaggio europeo che nonostante l’apparente cosmopolitismo attuale noi non abbiamo più trovato. Voltaire, il primo uomo d’azione della letteratura moderna, diviso tra Parigi e Francoforte, tra Ginevra e San Pietroburgo, rappresenta il vero modello di intellettuale europeo».

Ma gli illuministi sono gli ultimi uomini sublimi. Dopo la lettura della poesia Il Cigno di Charles Baudelaire, Lévy prosegue:«Da Baudelaire in poi non c’è più spazio per i grandi personaggi. Il suo modello di uomo moderno è un Don Chisciotte che, come il cigno e l’albatro, racchiude in sé il sublime ed il ridicolo. Due concetti apparentemente antitetici. Anche Victor Hugo, a cui Baudelaire dedica Il Cigno, è ridicolo e sublime. Baudelaire odia la grandezza schiacciante di Hugo, è l’anti-Hugo. Tanto questi è esuberante, verace, ottimista, con il suo ritenersi un profeta che può cambiare il mondo, quanto Baudelaire è taciturno, riservato, pessimista, convinto che il mondo sia colpito da un male radicale, che la natura sia maligna, che l’uomo sia una bestia, e che il poeta non possa rigenerare ciò che è destinato alla dannazione». «Sartre e Camus? Anche loro ridicoli e sublimi, sono il volto del XX secolo da cui deriviamo», secolo che Lévy definisce con due aggettivi ancora una volta antitetici: glorioso e infame. Dei due filosofi Lévy offre una lettura “incrociata” e paradossale: politicamente Albert Camus è libertario, anti-totalitarista, convinto nemico di tutti i fascismi, assertore dell’idea che i campi di concentramento non abbiano colore, ma la sua metafisica tende in realtà al sentimento dell’essere, e “l’Essere è un tutto” è la filosofia implicita dei totalitarismi. Dall’altra parte c’è Jean-Paul Sartre, con il suo sguardo strabico che gli mostra un mondo imperfetto, claudicante; in politica – afferma testualmente Lévy – Sartre ha detto delle vere «porcate» sull’URSS e su Fidel Castro, inaccettabili per i dissidenti degli anni ’60, ma nella sua metafisica ci sono tutti gli elementi di una filosofia e di una politica anti-totalitaria.

Tornando ai Maestri dello spirito europeo del novecento Lévy cita Franz KafkaJames Joyce e Marcel Proust, romanzieri accomunati dall’ambizione “dell’arte totale”. Per loro il grande romanzo è l’arte che fagocita le altre arti, quali la poesia, il teatro, la filosofia. Ambizione fatta propria oggi dai cineasti, loro eredi e rivali. Il cinema ha liberato il romanzo dal dovere della narrazione, della descrizione del personaggio, cosa che l’immagine riesce a fare in modo egregio, alleggerendo le finalità e dando nuovi

Francoise Sagan
Francoise Sagan

stimoli ai romanzieri. Cita Jean Cocteau, cineasta e scrittore sottovalutato in patria a causa della sua cattiva reputazione : «Quando morì questo genio immenso della Nouvelle Vague avevo vent’anni e pensavo che, se la sua vita aveva fatto torto alla sua opera, questa con il tempo sarebbe comunque riemersa come uno scoglio dalle acque. Ma sono trascorsi quarant’anni e la sua riabilitazione non è ancora avvenuta. Un destino comune alla scrittrice Françoise Sagan. Drogata, cleptomane, invischiata in loschi traffici, ossessionata dal denaro, perseguitata dal fisco e dai creditori, questa scrittrice di rango ha pagato a caro prezzo la sua dissolutezza. Citando Francis Scott Fitzgerald “non c’è una seconda chance per gli eroi americani”, potrei dire che questa cattiva legge vale anche nel mondo della letteratura e che non c’è una seconda possibilità per gli scrittori francesi, naturalmente con l’intima speranza di sbagliarmi».

Cosa può far rinascere «l’Europa morta nel ’14, quando iniziano le fosse comuni; l’Europa morta in Spagna, quando abbandona i repubblicani; l’Europa morta ad Auschwitz, e non serve aggiungere altro; l’Europa morta a Sarajevo e in tutte le Sarajevo di oggi; l’Europa pietrificata mentre i giovani ucraini muoiono nel Majdan stringendo al petto la bandiera stellata»? La soluzione per Lévy è una sola: voltarsi indietro per ritrovare lo spirito europeo dei grandi letterati, dei grandi pensatori, che «sono più vivi dei morti viventi che siedono oggi nei posti-chiave dell’Europa». E per voce del protagonista del suo dramma teatrale, in una sorta di delirio logico, afferma: «Per far bene le cose dovremmo cacciare via l’intero governo europeo! È Schumann che deve prendere il posto di Barroco. John Locke ai diritti dell’uomo, al posto di Catherine Atchoum. Far fuori Van Trompette e richiamare Vaclav Havel. Diderot all’educazione non nazionale con mandato di vietare Wikipedia nelle scuole e mettere in linea l’Encyclopédie. Jan Karski agli affari esteri. Le Pussy Riot ai diritti delle donne. Houellebecq ai diritti degli animali, sarà ancora il male minore. Salman Rushdie alla laicità. Non esiste il ministero della laicità? E allora? Non esiste nemmeno più il portafoglio delle Belle Arti, eppure lo do a Goethe. Né quello dell’Assurdo – eppure lo do a Kafka, che per di più sarebbe capace di

Bernard-Henri Levy al Teatro Romano di Verona
Bernard-Henri Levy al Teatro Romano di Verona

rifiutarlo. All’Essere metto Sartre. Pessoa al Nulla. Semprun alla Memoria e Camus alla Rivolta. A Rosa Luxemburg darò la Difesa. A Virginia Woolf la Sanità. Do la Resistenza a Lucie Aubrac e la Giovinezza alla Gioconda… Il Tempo a Proust… Le Finanze a Madre Teresa… Ricreo un ministero delle Religioni e lo assegno a Voltaire, con il compito di risolvere una volta per tutte il caso del burqa. A Leibniz do la Ricerca. A Dante il ministero dell’Inferno. Il Riso lo do a Bergson. Oppure il contrario. Il ministero della Felicità… non a Saint Just… dovremmo preferirgli Stendhal o anche Françoise Sagan, in caso di stallo. Metto Hermes ai trasporti… a Malraux servo su un vassoio il suo regno stravagante. E al fantasma di Izetbegović il ministero della Grandezza. […] Trasferisco il Consiglio d’Europa a Lampedusa, il Parlamento Europeo a Babi Yar, costruisco un Pantheon a Missolungi e oltre a Byron ci metto anche Stefan Zweig, Sacharov, Edith Stein, Walter Benjamin, Stefan Fry, Lou Andreas-Salomé, Pasolini, Wallenberg, Alberto Moravia, Anna Frank. E qui a Sarajevo trasferisco la sede della Commissione Europea […]. Dante Alighieri, Immanuel Kant, Pericle, Erasmo, Signor Goethe, amici fantasmi, siete d’accordo a fare questo colpo di Stato? Un’unica soluzione, la rivoluzione. Un unico rimedio, il ritorno del coraggio e della furiosa chimica dei sogni».

 

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Valentina Cognini

Nata a Verona 24 anni fa, nostalgica e ancorata alle sue radici marchigiane, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Tornata a Parigi per studiare Museologia all'Ecole du Louvre, si specializza in storia e conservazione del costume a New York. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.

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