Breve storia dell’indifferenza: Sofocle, Dante e le carceri libiche

«Chi è indifferente è salvo» direbbe qualcuno, avvalendosi della presunta neutralità che un’omissione possiede per redimere la propria coscienza. Si sa che il non fare comporta, nell’immaginario comune, una sorta di innocenza, solitamente estesa oltre alla tenue ipotesi dell’indifferenza a quello che di indifferenza è meritevole.

Non è vero che l’indifferenza è il male del nostro tempo. Si tratta di uno stato di inerzia cui sono stati sempre associati meschinità e peccato, sin dai tempi più antichi. Eppure soltanto nel Novecento si è cominciato a coglierne effettivamente la pericolosità, il suo modo subdolo di insinuarsi nei comportamenti come sinonimo di uno status più che come azione (o meglio omissione) e a comprendere come, su larga scala, l’indifferenza faccia più danni della cattiveria.

Nonostante lo sviluppo della comunicazione di massa e dell’accesso ai fatti in tempo reale, l’uomo contemporaneo ha sviluppato un’indifferenza protettiva che, forse, non è nemmeno più indifferenza, in quanto lo porta comunque a fare una scelta: l’uomo sceglie se stesso piuttosto che gli altri e l’indifferenza diventa la negazione di ogni empatia. Non ci si indigna più, né in politica, dove la tracotanza è diventata la norma, né negli altri ambiti della società.

Sofocle e Dante

Tradizionalmente non si ritiene che l’indifferenza sia uno dei temi dell’Antigone di Sofocle. Eppure decidendo di violare le imposizioni del tiranno e di dare sepoltura a suo fratello, Antigone va a dar peso alle leggi non scritte che fanno parte di un istinto naturale. La sua ribellione è la negazione di restare indifferente e, al tempo stesso, l’affermazione del principio secondo cui è impossibile restare indifferenti se si vuole dar voce alla natura umana. Antigone sfida le imposizioni e, oltre ad esse, anche il pensiero maggioritario che voleva l’uomo indifferente alle ingiustizie.

Nella Divina Commedia Dante condanna l’ignavia, ossia il vivere secondo indolenza, viltà e, appunto, indifferenza, nel III canto dell’Inferno. Gli ignavi, per Dante, sono condannati per l’eternità a sostare nell’Antinferno: non avendo preso mai posizione, essi non hanno mai commesso né il bene né il male e, di conseguenza, non sono meritevoli di entrare nemmeno all’Inferno.

indifferenza - antigone

Il Novecento

Durante il Novecento, l’indifferenza è un tema centrale di gran parte della letteratura esistenzialista. Tra gli scrittori italiani, a rivestire un ruolo centrale è sicuramente Alberto Moravia. Nella sua opera più celebre, Gli Indifferenti, Moravia pone al centro della narrazione una famiglia borghese i cui membri manifestano questo disagio profondo in modo differente. Ne emerge l’idea di un animo umano tremendamente assopito ma che, soprattutto nel caso del personaggio di Michele, vive con disagio questa sua natura indifferente. A coprire questa tremenda verità c’è l’ipocrisia del mondo borghese con le sue feste, le sue mondanità, le sue apparenze che rappresentano l’unico lato della vita cui i personaggi si interessano davvero, lasciando alle terribili azioni e pensieri del mondo interiore il benestare di una rassegnazione inevitabile.

Più drastico e pessimista, invece, è l’autore francese Albert Camus. Nel suo romanzo Lo Straniero l’indifferenza è infatti accettata dal protagonista come condizione inevitabile del proprio io. Un’indifferenza che, mentre in Moravia viene coperta dal mondo borghese, qui viene celata da tutte le sovrastrutture morali, giuridiche e religiose che l’uomo è solito imporre a se stesso. Questo meccanismo perverso di consapevolezza della propria vera indole porta addirittura a considerare l’atto più deplorevole che esista, ossia l’omicidio, come l’esito di un semplice fastidio. C’è un’indifferenza totalizzante che sfocia in un’azione spogliata di ogni vero valore e, sotto di essa, un male terribile connaturato all’indole umana.

                                                                                                         Foto da: www.illibraio.it

È possibile condannare l’indifferenza?

Condannare l’indifferenza non è semplice: non appare socialmente accettato l’opporsi a chi si tira fuori da ogni scelta, sostando in un’area di confort in cui ogni circostanza del mondo sembra essergli distante e a lui slegata. Non si può condannare un uomo per l’indifferenza, a meno che questa non integri un’ipotesi di reato. Eppure ci sono situazioni in cui non sembra necessario sfociare nell’illecito per essere di fronte a qualcosa di tremendamente sbagliato.

Ce l’ha dimostrato Antigone, ribellandosi alla stasi che la società le imponeva. Ce l’ha dimostrato chi si è opposto ai totalitarismi, un corto circuito nella scatola chiusa dell’ideologia.

Se Camus avesse avuto ragione, nella storia non esisterebbe alcuna rivoluzione o resistenza e, nella vita, alcuna follia. E se non si può condannare l’indifferente, lo si può compatire e giudicare, fargli sollevare la testa per assistere alla ferocia cui non vuole assistere. Costringerlo, quanto meno, a indignarsi ancora: perché l’indignazione è umana e la legge di natura è più forte di ogni assuefazione.

Non è raro oggi imbattersi nell’indifferenza. Si tratta di un incontro mai breve: con i nuovi mezzi di informazione, quello che accade ci è presentato con una certa ripetitività, a volte insistenza.

Assistiamo ai naufragi in mare, allo strazio delle guerre, alle terribili condizioni di vita cui sono sottoposti i detenuti nelle carceri libiche. Si tratta spesso, come nell’ultimo caso, di cose che già sapevamo ma che si ripresentano con la forza di testimonianze e immagini a sconvolgerci per una breve pausa. Estendere questa pausa di dolore alle scelte quotidiane è una scelta di pochi e questi pochi pagano anche lo scotto di essere scherniti dalle politiche dei populismi. Così la nostra scelta, quella di non posarci sulle cose, anche quelle che vediamo, anche quelle che siamo costretti a conoscere, ha un prezzo enorme.

E’ forse catastrofico affermare che ci stiamo giocando l’umanità. L’umanità è un qualcosa che non si perde mai definitivamente: ad andare perduta è la possibilità di preferire la solidarietà all’individualismo e di fare la cosa giusta, o almeno quello che la legge di natura, di umana empatia, ci dice che lo è.

In un’epoca di informazione di massa, Antigone, per cambiare le cose, deve farsi una moltitudine. Se non lo fa, a non ottenere dignità naturale non sarà solo suo fratello, ma tutti noi.

 

Gianluca Grimaldi

Napoletano di nascita, milanese d'adozione, mi occupo prevalentemente di cinema e letteratura.
Laureato in giurisprudenza, amo viaggiare e annotare, ovunque sia, i dettagli che mi restano impressi.
Gianluca Grimaldi
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