Campo: borgo fantasma
appeso sul lago di Garda

Sopra Marniga è rimasto un pugno di case a guardarsi negli occhi. Campo di Brenzone è il così noto borgo fantasma sulla sponda veronese del lago di Garda. È sdraiato alle pendici del Monte Baldo, a circa 200 metri di altitudine, e si può raggiungere solo attaccando la strada di buona gamba. Non c’è altro che una mulattiera a scivolare verso la città, e a risalire in alto, dissestata, e percorribile solo dalle fameliche 4×4, che divorano qualsiasi terreno.

La carrareccia fa un anello, una circonferenza in saliscendi che permette di raggiungere altri paesini uncinati sulle colline: Castelletto e Prada. Era, e forse per pochissimi ancora rimane, un collegamento ai pascoli del Monte Baldo per le transumanze. Ad inerpicarsi verso l’alto sul terrazzamento a spalliera si incontrano ulivi su ulivi, tra tasselli di rocce sparse. L’ascesa strappa ansimi e grugniti ed è continuo il rotolare di ciottoli sotto le scarpe, che fanno l’andatura vacillante. Ma quando il lago, dall’alto, si scopre in tutta la sua pienezza, è un balsamo, che subito dissipa la fatica. E tutto intorno è luce forte, verde, arida roccia e un immenso, baluginante, specchio d’acqua.

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Di Campo si hanno testimonianze già dal 1023 d.C., una storia lunga, che scolora a inizio Novecento. Probabilmente fu abbandonato per l’impraticabilità della strada che lo collega a valle, perché quando il paesaggio diventa bellezza quotidiana, e quindi un po’ più scontata, solleva sempre meno la fatica dei corpi. Due manciate di case sono tagliate da una via centrale. Delle case crollate rimangono echi di voci di pietra, e una precisa documentazione nelle mappe del catasto napoleonico del 1818 e in quello austriaco del 1843.

Verso il monte, c’è una coperta di bosco di latifoglie. Rimangono i resti emblematici dell’antico castello e della chiesetta romanica di San Pietro in Vincoli, completamente restaurata nel XVIII secolo, con affreschi del XIII e XIV secolo. Il ciclo frescale è opera del maestro Giorgio figlio di Federico da Riva, come riporta l’iscrizione absidale datata 1358. La struttura, in fondo al tratturo che esce dal paese verso Prada, è di proprietà della parrocchia di San Giovanni Battista di Brenzone. Dalla strada alta si può accedere a una piccola conca, ovattata di muschi e tappeti di foglie, che custodisce un’antica fontana, covo di zanzare voraci.

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Oggi, a respirare tra le sue pareti distrutte, rimangono solo due famiglie, un paio di ristoratori e uno o due artisti, che trascinano capolavori sulla carrareccia disarticolata. Un primo punto di ristoro è appollaiato poco distante dalla lingua di strada che percorre tutto il paesello, verso il lago. Sedie rosse Algida punteggiano il suolo dimenticato. Accolgono grosse masse di tedeschi chiassosi, che ridono sguaiatamente e svegliano anime sopite. Il proprietario è un ometto di giù, che sfodera lattine di bibite fresche e vive tra cascate di depliant del posto, in bella mostra su strutture alle pareti.

Più avanti c’è la signora Olga, attentissima ai suoi ospiti e un po’ leziosa, che ha fatto la portalettere e dispensato figli per le strade del mondo. Spadella quotidianamente e parla un tedesco impeccabile, ferito da carnose imprecazioni in dialetto, in direzione dalla mamma vecchissima e sorda, o dei nipotini. Sforna le torte di una volta, che anche se non si chiede, serve con il caffè. Si sciolgono in bocca in fiumi di glucosio, mentre la nonna picchietta insistentemente sulla spalla, chiedendo di passarle il latte, per il caffè. La signora Olga insiste sempre per far visitare la sua casa/bar, dove tiene affastellate cianfrusaglie raccolte negli anni, per via. C’è la divisa da portalettere e il baule che è stato in America, le foto di figli padri nonni e nipoti, incipriati di polvere densa, un trionfo di moka di tutte le taglie, sulla mensola del caminetto.

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Proseguendo diritto per l’unica stradina, chinando la testa sotto l’arco di destra, si nota una scala di pietra, che porta in alto dentro una casa. Fantocci in legno accalappiano la vista e un gatto grasso zampetta a strusciarsi sulle gambe dei visitatori. L’Atelier è disseminato di scorci di Campo e mosaici di animali strani. Un piano terra e un soppalco dove lavora l’artista si lanciano direttamente sul lago, da una voragine mozzafiato sulla parete principale, accarezzata gentilmente da una veneziana.

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

La Fondazione Campo (istituita con atto notarile nel 2006 e registrata in Regione Veneto nel 2009), accredita presso l’Unione Europea per il progetto di messa in sicurezza e prima ristrutturazione degli edifici, e vuole rianimare le abitazioni in suo possesso (circa il 62% del totale), cucendo questa rinascita con l’apertura di laboratori tradizionali della civiltà contadina baldense. Ci sono punti in ristrutturazione e strutture pericolanti, a cui non si può accedere. Il fascino di questi luoghi dimenticati si può riscoprire negli archivi di fotografie, che raccontano muri sdruciti e colori opachi. Storie instabili, labili, che un vento forte può sradicare.

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali

Campo di Brenzone. Foto di Francesca Leali © il fascino degli intellettuali