Caronte

Professione psicopompo: Caronte, il primo demone della «Divina Commedia»

La metamorfosi del traghettatore dei morti: da custode dell’Ade a demone iracondo che inaugura l’Inferno di Dante.
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Centinaia di umani sono ammassati sulle rive di un largo fiume. Sgomitano, si lamentano, imprecano: sembrerebbero dei turisti domenicali in attesa di un qualsiasi traghetto sulle sponde di un qualsiasi lago lombardo. La differenza è che si tratta di anime appena entrate nell’Inferno dantesco, sono nude e infreddolite, non hanno ancora nemmeno scoperto quale sarà la loro punizione e vagano seguendo l’istinto. Il fiume paludoso che hanno davanti è lì a sbarrare il passaggio, a fare da confine come se fossero su una cartina nel mondo terreno. Siamo nel terzo canto dell’Inferno, e non abbiamo ancora avuto tempo di prendere fiato: in rapida successione e in un’ottantina di versi il Sommo poeta ha già presentato ai suoi lettori la porta del regno di Lucifero, oltre la quale va abbandonata ogne speranza, e la torma degli ignavi, tanto odiosi da essere indesiderati sia in Paradiso sia all’Inferno. Dopo il celebre non ragioniamo di lor, ma guarda e passa di Virgilio, l’attenzione di Dante è attratta dalle numerose anime in attesa sulle sponde dell’Acheronte, primo fiume infernale. Tutto sembra immobile per un attimo, quando all’improvviso…

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!     
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo […]»    

Inf. III, vv. 82-87

Ci aspetteremmo un’atmosfera più solenne dall’incontro con Caronte, il primo dimonio infernale. E invece sembra solo un vecchio arrabbiato. Ma la verità è più profonda di così: di chi si tratta? E da quale tradizione attingeva Dante?

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Caronte alle origini

Molte mitologie antiche avevano affidato i morti a un traghettatore. L’idea che la morte sia un passaggio fisico – attraverso un fiume, un varco, uno specchio d’acqua – è sorprendentemente universale. Gli Egizi avevano i loro rituali di passaggio, i Fenici pensavano a un viaggio marittimo, alcune tradizioni ebraiche parlavano di acque che separano il mondo dei vivi da quello dei morti – tutti evidenti richiami alla presenza di un imprecisato grande oceano da qualche parte al di là delle terre conosciute. È nel mito greco che la figura del traghettatore prende una forma riconoscibile: Kharón, il nocchiero dell’Ade, pagato con un obolo deposto nella bocca o sugli occhi del defunto. Anche nelle necropoli etrusche troviamo raffigurato Charun, un demone alato armato di martello, incaricato di colpire e trascinare le anime nel mondo dei morti.

Il traghettatore come mediatore tra mondi

Il Caronte latino di Virgilio (esplicita ispirazione di Dante), che incontriamo nel VI libro dell’Eneide, è innanzitutto un custode, un funzionario dell’aldilà che vigila sul traffico delle anime. La sua rabbia è quella di chi difende un ordine preciso, un confine che non va violato. Quando Enea tenta di attraversare l’Acheronte da vivo, Caronte non si lascia impressionare dall’eroe: il problema non è la sua sfacciataggine, ma la sua condizione di mortale. La vita ha un peso che disturba l’equilibrio dei morti, e il nocchiero è lì per impedire che i due mondi si mescolino. Solo l’intervento della Sibilla riuscirà a placare la sua diffidenza. In questo senso, il Caronte di Virgilio più che un demone è un guardiano, una figura che incarna la legge dell’aldilà senza trasformarsi in simbolo di punizione. Ed è proprio questa differenza a rendere il Caronte della Divina Commedia tanto più inquietante.

A livello antropologico e sociologico, la figura del traghettatore di anime rappresenta il passaggio tra due mondi, tra vita e morte. Affidare a una figura esterna dalle caratteristiche non esclusivamente umane il compito di condurre le anime offre un senso di controllo sull’ignoto, una mediazione tra l’umano e il divino. Il traghettatore, con la sua regolarità e la sua capacità di muoversi in un ambiente ostile, trasforma la morte in un rito con regole precise, in cui il viaggio stesso diventa momento di trasformazione e riflessione a posteriori sulla condotta di vita.

Dante eredita e sintetizza tutte le tradizioni dei Caronte mediterranei, ma si spinge oltre. Il demone dantesco è il primo vero incontro con la punizione eterna, una presenza che incute timore con il suono delle sue parole prima ancora che con la vista. L’autore gli fa interpretare il ruolo di un ostacolo, capace di farci dubitare dell’effettiva capacità di proseguire il viaggio: possibile che tutto possa già interrompersi? La voce che tuona nel buio dell’Antinferno è una sentenza, perché il traghettatore non educa, non spiega, non consola. Vuole solo fare bene il suo lavoro eterno.

«[…] E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».

Inf. III, vv. 88-93

L’ordine dell’aldilà disturbato dal vivo

È la prima volta nel poema in cui Dante – che ne approfitta per auto-profetizzarsi il Purgatorio – viene respinto per la sua condizione di vivo; il primo momento in cui l’ordine naturale dell’aldilà è visibilmente disturbato dalla sua presenza. Caronte avverte Dante che il suo viaggio è una forzatura, un’invasione nell’ordine abituale delle cose. L’intervento di Virgilio, con i celebri e bellissimi versi «vuolsi così colà dove si puote/ciò che si vuole, e più non dimandare» (si vuole così là nel luogo dove è possibile realizzare tutto ciò che si vuole, e non chiedere oltre), ricorda che lo stesso Creatore che ha generato quel sistema ha anche la facoltà di fare eccezioni.

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Inf. III, vv. 97-99

Solo a questo punto le guance di Caronte, coperte dalla barba bianca (e quel lanose ce le fa sempre immaginare fastidiosamente morbide) possono chetarsi, e la sua rabbia verso quell’anima viva scemare. Salvo rivolgersi subito alle anime in attesa, loro sì, meritevoli della sua ira implacabile:

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.

Inf. III, vv. 106-111

Torna a galla tutto l’odio spietato di Caronte verso tutto il materiale umano che Dio non vuole né in Purgatorio né in Paradiso. Di fronte alla prima evidenza di ciò che li attende, i dannati si disperano, bestemmiano, maledicono persino il seme che li ha generati. Il traghettatore non pronuncia discorsi morali, non dice nulla sulla colpa o sulla pena. Ma la sua presenza, ora trasformatasi in cieca violenza, induce negli altri il comportamento che da ora li definirà per l’eternità. In questo senso, Caronte è un perfetto meccanismo narrativo che rivela la natura delle anime che trasporta e riaccende l’attenzione del lettore dopo due canti piuttosto introspettivi.

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Un personaggio burbero ma necessario

È difficile, in fondo, avercela con Caronte. Ricorda il vecchio burbero del quartiere, senza il quale la vita non sarebbe la stessa.  E in effetti è anche il suo mestiere a permettere all’Inferno di funzionare: un ruolo umile, ripetitivo, privo di gloria; e proprio per questo Dante lo investe di una potenza sorprendente. A differenza delle tre fiere, che sono animali allegorici (e quindi espedienti meno coinvolgenti), Caronte è un individuo. Al contrario di Minosse, che verrà subito dopo, non giudica, perché non è il suo mestiere. Qui sta la più pura essenza dell’Inferno: un luogo dove ogni ruolo è immobile, dove ogni essere – umano, demoniaco, mostruoso – è fissato in un compito eterno.

Come tutti gli ottimi archetipi, Caronte poggia su una solida tradizione, ma è capace di fondarne una nuova. Tramite lui si passa dall’altra parte, verso un luogo da cui non si può tornare: terrificante nella nostra epoca di pendolari. E forse è proprio in questo che la sua figura, così antica e così tremenda, parla ancora a noi: non perché ci minacci, ma perché ci ricorda che da non tutti i viaggi si può tornare. A occuparsene ci sarà sempre qualcuno pronto a traghettarci (ma non facciamolo arrabbiare).

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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole e di pace. Sono specializzato in storia medievale, insegno lettere alle medie. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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