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Cento poesie d’amore a LadyHawke: Michele Mari poeta di un amore fantasma

Dicevano gli antichi che la poesia era un dono divino. Le Muse soltanto potevano cantare in versi, l’uomo prescelto poetava esclusivamente per invasamento, mai per singolare vena o virtù. L’unico surplus, rispetto a un altro uomo, era il privilegio di essere invaso di una sublime essenza divina. Dunque, alla fine dei conti, la poesia non è cosa da tutti. Lo sanno i poeti per vocazione e lo ha sperimentato anche Michele Mari, che ha prestato la sua penna, abituata alla prosa, al verso, nella raccolta intitolata Cento Poesie d’amore a Ladyhawke. 

Mille sfumature d’inchiostro

Michele Mari è uno dei più importanti e riconosciuti narratori della contemporaneità. La sua è una scrittura complessa e composita, che affonda le radici nella passione per il genere avventuroso e fantastico sette-ottocentesco, gotico e, a tratti, per la letteratura d’infanzia e per ragazzi.

Affascinato dal mito in tutte le sue ramificazioni, dalle tinte fosche e spettrali, dal fiabesco e dal viaggio “fantasmagorico” e piratesco, Mari, nei suoi romanzi, è stato sempre in grado di unire questi elementi alla sua profonda conoscenza del panorama letterario nella sua quasi totale complessità, creando uno stile unico che, a tratti, riecheggia la tradizione espressiva che ha in Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, Gesualdo Bufalino e Giorgio Manganelli i suoi autori più rappresentativi.

Il tema centrale della maggior parte dei suoi scritti è l’infanzia, mai trattata con banalità o spensierato incanto, ma sempre delizia e tormento dolce-amaro, seme di tutte le nevrosi dell’uomo che sarà e, contemporaneamente, unico spiraglio di innocenza e pura verità per l’adulto mascherato nel mondo ipocrita di ipocriti. 

Intellettuale cosciente di cosa sia la lingua italiana e di quali potenzialità essa abbia insite, nella sua struttura, Mari dimostra sempre di saperla utilizzare a pieno. Il suo è un linguaggio complesso, che dagli arcaismi si volge ai più sfrontati neologismi, intessendo una rete che imprigiona l’inesperto, cattura con fascino e meraviglia il lettore esperto. 

Non solo un narratore

Oltre ad alcuni saggi sulla letteratura italiana (Eloquenza e letterarietà nell’Iliade di Vincenzo Monti; Il genio freddo. La storiografia letteraria di Girolamo TiraboschiI demoni e la pasta sfoglia ed altri), Mari è anche traduttore (tra tutte ricordiamo quella di Robert Louis StevensonL’Isola del tesoro edita per Rizzoli nel 2012) ed illustratore-fumettista (I Sepolcri illustrati, Torino, Portofranco, 2000; Il Visconte dimezzato, “Il Caffè illustrato”, 2001-2004).

cento poesie d'amore a LadyHawke
“Cento poesie d’amore a LadyHawke”, M. Mari, Einaudi 2007

La raccolta Cento Poesie d’amore a Ladyhawke, edita nel 2007 da Einaudi, è la prima – e per ora l’unica – prova poetica del noto narratore. Il libro si presenta come un Canzoniere d’amore che riecheggia una tradizione millenaria. Dal Liber catulliano, per i Tibullo e Properzio, ai Canzonieri siciliani e stilnovisti, fino agli insuperabili Dante Alighieri e Francesco Petrarca.

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Nella poesia contemporanea questa tendenza al libro di poesia unitario, raccolto attorno a un unico tema cardine, sembra essersi persa. Non per Mari, che confermando il suo amore per la tradizione, affronta, in questa raccolta, in modo totalizzante uno dei più usurati dei temi, l’amore, appunto.

Sospiri d’amore

Non è certo una sfida facile: come si è dimostrato, quello dell’amore è un tema, così come un sentimento, che affonda radici nell’alba dei tempi e, per questo, trattato e ritrattato, in svariate modalità e sfaccettature. 

Mari, però, sceglie di raccontare non tutto l’amore, ma solo una delle sue declinazione: l’amore sospirato, vissuto prima da soli, platonicamente, poi assieme, ma in modo effimero e quasi totalmente intellettivo, e poi finito, senza in realtà mai aver avuto modo di realizzarsi concretamente, carnalmente e quotidianamente. Non sarebbe difficile cadere nel banale e nel già detto: le passioni immaginate e i fantasmi di amori sfumati che portano con sé grandi pulsioni e grandi tormenti sono alla base di tanta poesia e di ancor più narrativa.

La storia narrata nel Canzoniere di Mari è quanto mai quotidiana, al limite dell’adolescenziale: un ragazzo si innamora di una compagna di classe, ma sentendosi un candidato nemmeno lontanamente appetibile per lei, decide di tenere nascosto il suo amore e di viverlo solipsisticamente, non riuscendo, nel corso della vita, a dimenticare questa prima e mai consunta fiamma d’amore. Trent’anni dopo il loro primo incontro, i due riescono, dopo un casuale ritrovamento, a confessare il reciproco innamoramento adolescenziale e iniziano una corrispondenza d’amore alla maniera moderna (via e-mail). L’uomo vorrebbe che la donna amata, finalmente trovata, facesse un passo concreto verso di lui, ma lei, probabilmente non abbastanza innamorata, non riesce a fare quel salto che significherebbe abbandonare tutta la vita finora costruita, con tanto di marito e figli. Così termina la loro muta storia d’amore, o meglio la loro corrispondenza d’amore, che in realtà è sempre vissuta nel silenzio. 

A metà tra prosa e poesia

Ciò che permette a Mari di fuggire la dabbenaggine di una lirica eccessivamente “melensa” è la sua immensa abilità nell’uso della parola.

Non si può dire di lui che sia un poeta eccelso, anzi, emerge tra le righe il fatto che si sia piuttosto improvvisato poeta; a tratti, infatti, fallisce nel suo intento di creare versi e riecheggia, piuttosto, il ricordo di una prosa molto più poetica della sua poesia, che diviene, in alcuni epigrammi, eccessivamente prosastica.

Una cultura a 360°

L’impasto linguistico che attraversa tutte le liriche non lascia però insoddisfatti: abbondano citazioni, sia colte e letterarie (Dante, Guido Cavalcanti, Kantor, Arthur Rimbaud, Onan, Edgar Allan Poe; solo per citarne alcuni), sia pop, ed è qui che Mari sa sorprendere di più.

È quasi entusiasmante vedere come un raffinato letterato e colto intellettuale, professore universitario e scrittore dalla penna sottilissima, sappia muoversi a suo agio anche tra miti, leggende, film e cronache popolari come possono essere Alfred Hitckock, John Ford, Sergio Leone, Clint Eastwood, la zucca di Cenerentola, la favola dei Tre porcellini, persino una citazione al simbolo della Mulino Bianco attraversa la breve lirica:

Fra il mulino bianco
e gli anelli di Saturno
la tua scelta era scontata

Ma non immaginerai mai
quanta farina
possono macinare quegli anelli

(M. Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, p. 95)

Ladyhawke
fotogramma dal film LadyHawke fonte: www.wikipedia.it

Al panorama popolare fa riferimento anche lo pseudonimo con cui l’io lirico si riferisce all’amata, una sorta di senal in onore della migliore tradizione lirica cortese. LadyHawke è, infatti, un film di Richard Donner nel 1985, che narra la storia di due innamorati «sempre insieme, eternamente divisi», come afferma uno dei protagonisti, Philippe Gastone, i quali sono maledetti da un sortilegio che impedisce loro di poter vivere il loro amore: l’uno è uomo di giorno e lupo di notte, l’altra è falco di giorno e donna di notte. In questi personaggi fantasy (ancora una volta tornano gli amori di Mari), i due protagonisti delle poesie d’amore si identificano.

La fiaba degli amanti

cui un maleficio tolse
d’incontrarsi

(donna di notte lei
                   e con la luce falco
lui con la luce uomo
                 e nottetempo lupo)

ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

(M. Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, p. 53)

ed ancora:

Il nostro fidanzamento extramondano
ha avuto l’incriticabile bellezza delle fiabe

Io ti ho affidato
un anello

con l’occhio azzurro del lupo argentato
tu mi hai messo al dito
un anello
con l’occhio marrone del falco pellegrino

così amarsi
sarebbe stato guardarsi

Quando mi hai reso l’anello
l’ho aggiunto all’altro
come le vedove
che sposano vera con cera
e adesso la mia mano sinistra sembra
la faccia schizofrenica di un huscky

 (M. Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, p. 63)

Le cento poesie assieme formano un racconto, se lette consequenzialmente, e si legano e spiegano l’una con l’altra.

Topoi stravaganti

Ritorna ossessivamente il numero trenta, ad indicare la durata interminabile di quell’amore platonico vissuto solo nella mente dell’io lirico. Altra immagine corrente è quella del poker: l’autore si trova ora al tavolo con la donna amata ed il marito di lei, in un gioco di bluff e tradimenti, ora escluso dallo stesso gioco come spettatore inerme. Quella del poker è un’altra di quelle immagini popolari a cui Mari fa affidamento per concretizzare e quasi de-sacralizzare quel sentimento che per troppo tempo lui, e lui solo, ha ritenuto puro, sostanziato esclusivamente dalla letteratura. Probabilmente è in questo senso che vanno letti il susseguirsi di immagini per nulla letterarie o comunque confacenti ad una lirica che si vuol dire amorosa (come, appunto, i titoli di film western o horror, il poker, la Ducati, il trapano eccetera), il ricorso a un linguaggio basso ed a tratti scurrile (ricorre la parola «vagina» e la parola «scopare») e, infine, il richiamo alla poesia cortese, usato quasi esclusivamente per essere disilluso e contraddetto:

Amor ch’a nullo amato amar perdona
sempre suonommi assioma nauseabondo

Or s’è avverato
ma tale è il suo ritardo
ch’è come se nel punto di mia morte
dopo una vita di identiche giocate
venissero a informarmi
ch’è uscito finalmente il 10000
sulla ruota
Di Alpha Centauri

(M. Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, p. 47) 

Solo un’illusione d’amore

Mari traccia un percorso che pone sotto gli occhi del lettore un amore che lentamente si svela ma rimane sempre, quasi nostalgicamente, ancorato alla sua inconsistenza, come se chi ama da solo e solo un’immagine, stregato dal filtro della letteratura, non sia mai del tutto in grado di rendere quell’amore reale: ciò significherebbe affrontare le nevrosi quotidiane, che causerebbero la contaminazione di quell’immacolato amore, nato per essere solo pura illusione.

A testimonianza di questo assurdo e contraddittorio elemento sine qua non questa storia non esisterebbe è il dittico Tertium dabatur, che rovescia nel verso iniziale il principio di non contraddizione aristotelico: tertium non datur (non è possibile la terza via):

Tertium dabatur
e sarebbe stato il nostro capolavoro
ma tu ben di questo hai avuto paura
che la buia cantina
o la polverosa soffitta
diventassero la parte più importante
della tua grande e bella e luminosa casa

(M. Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, p. 78)

Tertium dabatur
e sarebbe stato vivere
sfiorandoci

(M. Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, p. 79)

Armonia di contrasti

Cento poesie d’amore a LadyHawke si presenta, infine, come un libro dalla doppia anima. Carico di contrasti e contraddizioni, dalla dolcezza e delicatezza del sospiro d’amore alla violenza della carnalità immaginata, al dolore del continuamente sfuggente: tra armonia ironiche e drammatiche esso disegna un sentimento carico di incompatibilità connaturata nel rapporto stesso, la quale, però, non attenua il bisogno di cercarsi.

Verrà la morte e avrà i miei occhi
ma dentro
troverà i tuoi

(M. Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, p. 101)

Un’ossessione privata e nevrotica di un io lirico che alla fine ci si chiede se sia o non sia autobiografico ma anche una lucida analisi della mente brutale e debole dell’uomo: questo è ciò che ha cercato di creare Michele Mari, sebbene dilettante poeta, sempre grande scrittore.

Costanza Motta

Laureata triennale in Lettere (classiche), ora frequento un corso di laurea magistrale dal nome lungo e pretenzioso, riassumibile nel vecchio (e molto più fascinoso) "Lettere antiche".
Amo profondamente i libri, le storie, le favole e i miti. La mia più grande passione è il teatro ed infatti nella mia prossima vita sono sicura che mi dedicherò alla carriera da attrice. Per ora mi accontento di scrivere e comunicare in questo modo il mio desiderio di fare della fantasia e della bellezza da un lato, della cultura e della critica dall'altro, gli strumenti per cercare di costruire un'idea di mondo sempre migliore.
Costanza Motta
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