Sergio Leone: la lezione italiana

Forse nessun regista più di Sergio Leone merita l’appellativo, spesso pronunciato invano, di “Maestro”. Egli ha saputo creare un linguaggio cinematografico personalissimo, ha rinnovato radicalmente i codici del western e, appunto, da “Maestro” ha saputo dare al cinema mondiale una “lezione” assolutamente imprescindibile.

Sergio Leone nacque a Roma nel 1929. Suo padre, Roberto Roberti (vero nome Vincenzo Leone) era stato un pioniere del cinema muto italiano. La madre, era un’attrice. Il giovane Sergio, a diciotto anni, cominciò a muovere i primi passi nel cinema: lavorò come comparsa in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica e poi lavorò in molti peplum, genere in voga all’epoca. Gli anni ’50 erano quelli della cosiddetta Hollywood sul Tevere e il giovane Leone si ritrovò a lavorare in grandi produzioni internazionali come Quo Vadis? (1951) di Mervyn Le Roy e soprattutto Ben Hur di William Wyler del 1959. Questa data è fondamentale per la carriera di Leone: quell’anno infatti fu chiamato a subentrare a Mario Bonnard come regista de Gli ultimi giorni di Pompei.

Dopo tanta gavetta, Leone debuttò successivamente con un film tutto suo ne Il colosso di Rodi (1961), un modesto peplum in cui però si riescono a intravedere alcuni punti cardine della sua visione del cinema.

Ma è solo a metà anni ’60 che nasce il “fenomeno Leone”. Nel 1964 egli firma Per un pugno di dollari. Il film, che inaugura la cosiddetta trilogia del dollaro, ricalca in gran parte la trama di La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa. Ne nacque una contesa legale: il regista italiano venne accusato di plagio da Kurosawa che vinse la causa. È con Per un pugno di dollari che nasce un modo nuovo di fare western e, in generale, di fare cinema. Il film ebbe anche il merito di lanciare nell’olimpo delle star Clint Eastwood. È, inoltre, da questo film che prende le mosse una collaborazione destinata a diventare una tra le più decantate di tutta la storia del cinema: quella tra Leone e il compositore Ennio Morricone. Egli accompagnerà il regista romano nella realizzazione di tutti i suoi film.

Il 1965 è l’anno del secondo capitolo della trilogia del dollaro: Per qualche dollaro in più, nel quale Leone si limita a riprendere gli stilemi del film precedente.

Dopo Il Buono, Il Brutto, il Cattivo (1966) il regista gira C’era una volta il West (1968). Da un soggetto ideato da Leone assieme agli allora giovani Bernardo Bertolucci e Dario Argento, il film è certamente il western più classico tra quelli firmati dal regista romano, che qui si avvale di un cast stellare (Claudia Cardinale, Henry Fonda, Jason Robards, Charles Bronson). Il respiro epico è tipicamente hollywoodiano (del resto il film fu il frutto di una produzione americana) e abbondano le citazioni da capisaldi del genere (da Mezzogiorno di fuoco a Sentieri selvaggi). Memorabile la lunga sequenza iniziale: si tratta di una scena, letteralmente, “ipnotica”, un capolavoro nel capolavoro.

Successivamente Leone diresse Giù la testa (1971). Western dalle forti connotazioni politiche, oggi ne possiamo apprezzare il gran ritmo, l’ottima interpretazione di Rod Steiger e alcune toccanti scene che denunciano tutta l’atrocità della guerra.

Dalla seconda metà degli anni ’70 il cineasta romano si prese un periodo di pausa e non firmò alcuna regìa. Non rimase comunque inattivo. Egli infatti collaborò alla realizzazione di “spaghetti western” come Il mio nome è nessuno e Un genio, due compari, un pollo. Dopo aver rifiutato l’offerta di dirigere Il Padrino, Leone contribuì a lanciare Carlo Verdone producendo i film Un sacco bello (1980) e Bianco, rosso e Verdone (1981).

In tutti questi anni, parallelamente a queste collaborazioni, il regista romano aveva lavorato a un proprio progetto. Fin dai tempi de Il Buono, il Brutto, il Cattivo, Leone sognava di girare un film gangster. Dopo alcuni anni di ricerche, egli lesse il romanzo autobiografico The Hood di Harry Grey: aveva finalmente trovato la storia che cercava da tempo.

Nell’anno 1984 uscì nelle sale C’era una volta in America. Una storia di gangster ma, soprattutto, una struggente riflessione sul Tempo: sul passato che non si può cancellare, sull’infanzia, sulla colpa, sul rimpianto. L’accostamento a Marcel Proust è d’obbligo.

Il Tempo è protagonista del film anche in senso strettamente cinematografico e narrativo. Il racconto perde ogni linearità, e il film procede a colpi di flashback e flashforward. Il film ebbe un grande successo in tutto il mondo tranne che negli USA, dove i produttori proposero una versione dimezzata nella durata e completamente stravolta nella struttura temporale. Quanto accaduto fu molto doloroso per Leone. Negli anni successivi il regista romano non tornò più dietro la macchina da presa e nel 1989 morì per un attacco di cuore.

Un frame dal film Per un pugno di dollari

Un frame dal film Per un pugno di dollari di Sergio Leone

Sergio Leone ha saputo creare un modo assolutamente nuovo di guardare e di fare il cinema, non solo western. Ciò che lo rende unico è la straordinaria capacità di sublimare il triviale e di rendere mitici anche i gesti più quotidiani.

Egli ebbe la capacità di reinventare le modalità della narrazione cinematografica, giocando con il Tempo (le dilatazioni narrative quasi parossistiche di C’era una volta il West o la struttura frammentata di C’era una volta in America) e con il rapporto tra immagine e suono. Per raccontare la sua personale “storia del West” (la storia dell’estremo Occidente) egli ricorse a moduli narrativi estremo orientali (ancora l’uso del tempo e l’impaginazione visiva di alcune scene). Leone seppe, inoltre, fare sua la grande lezione del cinema muto (la capacità di raccontare solo con le immagini e la musica, riducendo il dialogo allo stretto necessario).

Per sua stessa ammissione il suo cinema oscilla tra il realismo e la fiaba; da questo paradosso nasce l’aura leggendaria che egli riesce a infondere alle sue storie e ai suoi personaggi. Sergio Leone disse di ispirarsi a Omero e a William Shakespeare. E chi meglio dei due sommi poeti “barbari” seppe meglio fondere il più crudo realismo (anzi iperrealismo) e la fiaba più fantasiosa, più delicata, più aerea, sempre pronta a trascolorare nel Sogno?

Su questa componente fondamentale del cinema di Leone sono forse le parole del regista stesso ad essere le più esaurienti e precise, ed è a esse che lasciamo il lettore:

«Amo l’autenticità quando è filtrata attraverso l’immaginazione, il mito, il mistero e la poesia. Ma è essenziale che, alla base, tutti i dettagli sembrino giusti. Mai inventati. Penso che una favola possa catturare l’immaginazione solo quando la storia è una favola ma l’ambientazione è estremamente realistica. La fusione di realtà e fantasia ci porta in una dimensione diversa: di mito e di leggenda».

Il film della settimana

Il buono, il brutto e il cattivo

(1966; con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Mario Brega, Aldo Giuffrè)

Durante la guerra di secessione americana, tre avventurieri, “il Buono” (Eastwood), “il Brutto” (Wallach) e “il Cattivo” (Van Cleef), cercano un carico d’oro. Tenteranno di uccidersi a vicenda, ma dovranno anche affrontare le insidie della guerra e vedere da vicino i suoi orrori, cambiando più volte “divisa”.

Li attenderà un duello finale in un cimitero.

Il film completa la “trilogia del dollaro” costituendo una vera e propria summa del cinema leoniano. Non solo dal punto di vista estetico. Il film, infatti, presenta risvolti etici, politici e sociali affrontati molto meglio qui che in un film più apertamente politico-rivoluzionario come Giù la testa.

L’opera costituisce una feroce denuncia dell’assurdità della guerra e della violenza che sta alla base della nascita delle nazioni. Leone mostra i campi di concentramento nordisti (vero tabù della storia a stelle e strisce) e il pensiero non può che correre ai campi di sterminio nazisti; e ancora, la macelleria quotidiana di esseri umani inviati a prendere postazioni inutili, non può non far pensare agli insensati massacri della Prima Guerra Mondiale.

Splendida fotografia di Tonino Delli Colli che, nell’uso dei toni corda e di tinte calde desaturate, si ispira a grandi maestri del colorismo quali Jan Vermeer e Rembrandt.

Il duello finale fra i tre protagonisti, esaltato da un gioco di primi piani, dettagli degli occhi ed un montaggio sempre più veloce, è entrato di diritto nella storia del cinema. Imitatissimo da altri cineasti, ancora oggi, nelle scuole di cinema di mezzo mondo, i giovani aspiranti registi studiano l’abile sinfonia visiva orchestrata da Leone per il “triello” finale di uno dei più grandi film della storia del cinema.

 

 

 

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