Clint Eastwood: l’anti-autore

L’ispettore dai modi rudi ma efficaci.

Il pistolero senza nome.

Il duro dagli occhi di ghiaccio pronto a fare vendetta.

Gran parte del pubblico ricorda così Clint Eastwood, associandolo di volta in volta al personaggio che più si ama tra i tanti magistralmente interpretati dall’attore. Già a partire dagli anni ’70, Eastwood, ha saputo andare oltre il mestiere d’attore, oltre storie e personaggi che lo hanno reso una leggenda vivente. Da un certo momento in poi ha scelto di diventare egli stesso un narratore, un creatore di storie e di mondi. Ed è passato dietro la macchina da presa.

Clint Eastwood è oggi considerato uno dei più grandi “directors” di Hollywood. Non tutta la sua vasta produzione è fatta di capolavori. Anzi, come regista è stato spesso discontinuo nei risultati in termini di qualità e di coerenza poetica. Egli, d’altra parte, ha saputo dar vita a un gran numero di ottimi film, ad almeno due “quasi-capolavori” (Mystic River e Gran Torino) e ad un capolavoro assoluto (Gli Spietati).

Nato a San Francisco in una famiglia protestante fu ben presto affidato alla nonna proprietaria di una fattoria. Crebbe con un carattere timido e introverso. Dopo il conseguimento del diploma, il giovane Clint decise di frequentare una scuola di musica, la sua prima passione. L’amore per la musica accompagnerà Eastwood per il resto della vita. Egli ha, infatti, inciso dischi (su tutti Unknown) e, da regista, ha dedicato diversi film alla musica (Honkytonk Man, Bird, Jersey Boys, il documentario The Blues). Ha inoltre, composto da sé le colonne sonore di alcuni dei suoi ultimi film. Ma torniamo ora al giovane Eastwood fresco di diploma. Le sue ambizioni giovanili in campo musicale si infrangono quando viene richiamato nell’esercito degli Stati Uniti. Per fortuna Clint non partì per la guerra di Corea e fu proprio durante il servizio militare che fece un incontro destinato a cambiargli la vita: David Jenssen, un attore di serie tv, lo spinse a tentare fortuna a Hollywood. Dopo un provino per la Universal, Eastwood, con sua grande sorpresa, venne subito messo sotto contratto. Negli anni successivi recitò in diversi ruoli minori e in alcune serie televisive. Una di esse, dal titolo Rawhide, gli permise di diventare un volto noto negli USA. Ma sarà un italiano a concedergli la grande occasione: Sergio Leone, il padre dello “spaghetti-western” e, (assieme a  Peckinpah), del western moderno “tout-court”. E’ il 1964, l’anno di Per un pugno di dollari. Clint Eastwood raggiunge l’Europa per interpretare il pistolero di poche parole e dall’espressione enigmatica che lo hanno reso un’icona. Sergio Leone lo vorrà ancora in Per qualche dollaro in più (1965) e in Il buono, il brutto e il cattivo (1966). La “trilogia del dollaro” regalò a Eastwood una grande popolarità e il successo commerciale dei film indusse la United Artists a superare le iniziali reticenze e ad acquistrane i diritti. I film vennero distribuiti anche negli USA. La critica dell’epoca non accettò il western all’italiana e bollò Eastwood come attore legnoso ed inespressivo. Tuttavia la sua carriera iniziò a decollare. Nel 1968 fu chiamato a recitare in L’uomo dalla cravatta di cuoio di Don Siegel. Con quest’ultimo nasce un’intensa amicizia e si inaugura una collaborazione duratura. Eastwood sarà protagonista di diversi film di Siegel (Gli avvoltoi hanno fame, La notte brava del soldato Jonathan) e sarà ancora una volta Don Siegel a spingere Eastwood a cimentarsi nella regìa. Il 1968 è anche la data di nascita della Malpaso Productions, la casa di produzione di Clint Eastwood che fino ad oggi ha permesso all’attore-regista di realizzare i propri progetti. A partire dal primo, misconosciuto lungometraggio del 1971 (Brivido nella notte) in più di quarant’anni di carriera Eastwood ha diretto 36 films, prodotti sempre dalla sua Malpaso. Gli anni ’70 segnano per l’attore l’apice della popolarità grazie alla fortunata serie dell’ispettore Callaghan. Le prime prove da regista, invece, sono alquanto modeste, ad esclusione de Lo straniero senza nome (1973). Qui Eastwood, impegnato a dirigere sé stesso, mette in scena la vendetta di un pistolero che ricorda quello immortalato nei films di Sergio Leone. Nella sua prima regìa western Eastwood affronta per la prima volta alcuni temi che diverrano ricorrenti nella sua produzione: l’inaffidabilità delle istituzioni (che ritroveremo ancora molti anni dopo in Changeling), la prospettiva di una missione finale necessaria a chiudere i conti (ancora nei successivi Gli Spietati e Gran Torino). Ne Lo straniero senza nome il regista mette in scena la parabola di un angelo vendicatore destinato a far precipitare una città intera e i suoi abitanti, colpevoli di aver lasciato uccidere l’ex sceriffo, in un vero e proprio inferno. Le case verranno tinte di rosso, il nome del villaggio verrà cambiato da Lago in Hell e la città tutta si trasformerà in uno scenario apocalittico che farà da sfondo alla sparatoria finale.

Per l’attore-regista gli anni 80’ sono inaugurati da Bronco Billy (1980), storia di uno scalcinato circo western e del suo proprietario. Non un grande film ma un’opera in cui un velo di leggerezza e di giocosa bonarietà cela appena una malinconia profonda. Vi si celebra la fine del sogno americano e l’impossibilità di ritrovare nel mondo moderno la purezza e il vitalismo del mito western; eloquente in questo senso la scena in cui Bronco Billy e i suoi tentano di assaltare, a cavallo, un moderno treno in corsa: il risultato è a dir poco imbarazzante. Eastwood, che successivamente sarà spesso accusato di retorica se non addirittura di propaganda filoamericana, già in questo piccolo film mostra al pubblico il paradosso su cui si fonda tutto il suo cinema. Da un lato è palpabile l’amore che egli prova per l’America e per ciò che essa rappresenta. Ma questo non gli impedisce di vedere i limiti e i lati oscuri, talvolta terrificanti, di quella che è forse la nazione più contraddittoria al mondo. Verso la fine del film, il nuovo tendone da circo della compagnia di Billy, fatto di tante bandiere americane, viene cucito, gratuitamente, dai simpatici ospiti di un manicomio. Non potrebbe esserci metafora più calzante.

Il 1982 è la volta di Honkytonk man. Eastwood dirige sé stesso nei panni di un cantante country che, nell’America della Grande Depressione, cerca il successo al Grand Ole Opry. L’odissea moderna (che a tratti ricorda Furore di John Ford) di questo antieroe, minato dall’alcool e dalla tubercolosi, rappresenta per il regista l’omaggio a un mondo che non c’è più, sullo sfondo di un sogno americano inevitabilmente destinato a svanire. Dopo questa delicata elegìa, Eastwood tornerà ad alimentare la sua passione per la musica con altre opere, tra le quali il bellissimo Bird (1988), ricostruzione narrativamente frammentata ma efficacissima della storia di Charlie Parker, il grande sassofonista nero degli anni d’oro del jazz.

Negli anni ’90 Eastwood porterà sullo schermo molti grandi film. Dopo il capolavoro Gli Spietati (1992), il regista firma Un mondo perfetto (1993). La storia di un evaso (un grande Kevin Costner), che prende in ostaggio un bambino cercando una fuga impossibile, diventa la metafora di una sconfitta, quella dell’America che, come un padre assente o violento, non si prende cura dei suoi figli se non nella maniera che conduce al divieto, alla repressione e al facile giustizialismo.

L’aspra demistificazione condotta ne Gli Spietati e portata avanti ne Un mondo perfetto cede il passo al romanticismo ne I ponti di Madison County (1995). Un film classico ed elegante nello stile, che vede l’attore-regista impegnato in un magnifico duetto con Meryl Streep. Nemmeno qui Eastwood rinuncia a riflettere su temi a lui cari quali il valore “tradizionale” della famiglia, l’ottusità delle regole sociali, l’ipocrisia che ingabbia l’individuo, ma tutta questa materia tematica appare sublimata e come purificata da una struggente vena malinconica e sensuale.

Le delicate atmosfere de I ponti di Madison County vengono presto abbandonate da Eastwood che torna dietro la macchina da presa in Potere assoluto (1997). L’abile montaggio di Joel Cox è qui messo al servizio di un perfetto congegno narrativo che procede attraverso un inestricabile intreccio di verità e menzogne, violenza e intrighi. Un radicale atto d’accusa contro le macchinazioni del Potere. Dal film, attraversato da conturbanti atmosfere degne di un Lynch, emerge la visione di una Politica ingannevole e meschina , alla quale presta il suo rude e beffardo volto un Gene Hackman in forma smagliante. Un’opera cupa e complessa, assolutamente da recuperare.

Nella carriera del regista, gli anni ’90, si chiudono con una serie di film che non si può fare a meno di considerare “minori” se paragonati alle grandi opere degli anni ‘2000, su tutte lo straordinario Mystic River (2003). La storia si svolge a Boston. Tre ragazzi, Jimmy, Sean e Dave, giocano in strada. Dave viene rapito da una coppia di pedofili, ma dopo alcuni giorni riesce a liberarsi. Il ricordo di questo terribile evento è destinato a segnare le vite dei tre ragazzi per sempre. Venticinque anni dopo, Sean (Kevin Bacon), diventato poliziotto, indaga sull’omicidio della figlia di Jimmy (Sean Penn). Dave (Tim Robbins), ancora segnato dal lontano trauma, viene subito sospettato. Le lungaggini della giustizia e i sospetti che si concentrano sempre di più su Dave, spingono Jimmy, che ha un passato da criminale, a vendicarsi uccidendo Dave. Ben presto scoprirà di aver commesso un tragico errore. Al suo venticinquesimo film, Eastwood, che firma anche la colonna sonora, dirige in soli 39 giorni una delle sue opere migliori, ispirandosi al romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane. Il risultato è un film riflessivo e tormentato che, come i suoi protagonisti, si guarda indietro continuamente, con l’uso di flashback e analogìe. Quello che ci propone il regista è ancora una volta un racconto morale incentrato sui temi del destino, della vendetta e della redenzione. E’ Jimmy, l’ex criminale, a incarnare la sete di vendetta. Ma nella comunità in cui vive i sospetti e le colpe sembrano propagarsi caoticamente e Jimmy finirà per uccidere l’uomo sbagliato: Dave. La vittima degli abusi diventa il capro espiatorio con cui la comunità, guidata dal suo Re, vuole ristabilire l’ordine. È la moglie stessa infatti, quasi alla fine del film, a definire Re il violento Jimmy, giustificando l’omicidio compiuto dal marito. D’altro canto Dave, come egli stesso dice in una scena carica di tensione, sente di star divenendo, progressivamente, un essere mostruoso che ha smarrito i sentimenti umani insieme alla giovinezza che gli è stata negata. Sul suo pallido viso è riconoscibile l’impronta della morte: egli è ormai una creatura spettrale che orbita attorno alla vita. Ed è su questa creatura che si abbatte la furia quasi ancestrale di Jimmy. Il regista immerge le figure dei protagonisti in minacciosi chiaroscuri da cui emergono tinte bluastre che ricordano l’acqua. L’acqua, materia indecifrabile e sfuggente tanto quanto il destino, e ancora, l’acqua come strumento di purificazione. Questo è per Jimmy il Mystic: un fiume in cui lavare i peccati di un’intera comunità e in cui disperdere i corpi dei peccatori, alla disperata ricerca di una redenzione impossibile.

Dopo la sinfonia del dolore abilmente orchestrata in Mystic River, Eastwood ci regala un altro grandissimo film: Million Dollar Baby (2004). La storia di una ragazza trentenne (Hilary Swank), decisa a farsi allenare dal vecchio Frankie (Clint Eastwood) nel tentativo di conquistare il titolo mondiale. Ma i sogni della giovane campionessa verranno infranti dalla scorrettezza di un avversaria che la condannerà alla paralisi. La boxe come metafora dell’esistenza. Ma Million Dollar Baby costituisce anche un ulteriore approfondimento del tema eastwoodiano del rapporto padre-figlio, la raggelante scoperta che è il dolore il tratto distintivo dell’uomo, l’idea, eroica e terribilmente “virile”, anche se qui incarnata da una donna, che è meglio mettere fine alla propria vita qualora questa non permetta più di essere ciò che si “vuole essere”.

Il 2006 è per Eastwood l’anno del grande dittico costituito da Flags of our fathers e Lettere da Iwo Jima. Entrambe le vicende si svolgono sullo sfondo delle battaglie che videro fronteggiarsi americani e giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma le due opere vanno ben oltre gli stereotipi del genere bellico. Nel primo film Eastwood si scaglia contro le manovre propagandistiche di una politica cinica, sempre pronta a sfruttare, offendendolo, quello che per il regista è il vero “eroismo”: il sacrificio di tanti giovani uomini sui campi di battaglia. Egli muove dal principio che “i veri eroi sono i caduti”, per giungere ad affermare che forse gli “eroi non esistono”. Un percorso concettuale di certo non inedito (basti pensare a Uomini in guerra (1957) di Anthony Mann), ma che il regista di San Francisco sa elevare ed arricchire, illuminando la materia con la tensione morale che gli è propria. Scrive Luca Celada: «Flags of our fathers è l’ultima esplorazione dei fantasmi e dei demoni che rimuginano nell’anima di un’America orfana di idealismi e certezze…qui escono fuori l’atrocità e la contraddizione intima della guerra, il sacrificio, l’ubbidienza agli ordini irrazionali, la paura della morte, la difficoltà di uccidere».  Eastwood restituisce allo spettatore una dolorosa riflessione su guerra, eroismo e propaganda, frammentando la narrazione, giocando abilmente sulle dislocazioni spazio-temporali e posando su tutto uno sguardo cupo, sostenuto da una fotografia terrosa e sporca, ottenuta con l’impiego di filtri grigio-blu; la forte attenuazione dei colori accesi che ne deriva, allontana ogni tentazione voyeuristica nelle scene di giovani corpi orribilmente dilaniati, che ricordano l’iperrealismo di Salvate il soldato Ryan (non a caso Spielberg è coproduttore). Una simile impaginazione visiva e una stessa tensione morale sorreggono il film “gemello” di Flags of our fathers, ovvero Lettere da Iwo Jima (2006). Con quest’ultimo film Eastwood completa, con estremo rigore, la sua operazione volta contro la retorica e i facili manicheismi. In Lettere da Iwo Jima la guerra viene mostrata dal punto di vista dei “nemici”, i giapponesi, e il regista ci lascia appassionare alle loro vicende. Il suo dittico sulla guerra non vuole affatto veicolare un messaggio buonista. Eastwood non è pacifista. Egli è consapevole dei tanti elementi in gioco nella Seconda Guerra Mondiale e non si risparmierà, successivamente, nel mostrarsi convinto della necessità di alcuni conflitti (si pensi al recente American Sniper). Ma in Lettere da Iwo Jima il regista ha la forza, l’onestà e l’intelligenza di denunciare il fanatismo guerrafondaio delle alte sfere militari e di mostrare anche le crudeltà perpetrate dalle forze americane in territorio giapponese.

Dopo il magnifico affresco dei due film precedenti è la volta di Changeling (2008). Qui l’eroina è Angelina Jolie, nei panni di una “madre coraggio” alla ricerca inesausta del proprio figlio scomparso. Al di là dell’ottima prova attoriale della Jolie e della precisione filologica dell’elegante scenografia, il film mette in scena la lotta, tipica della poetica eastwoodiana, tra l’individuo e il Potere, rappresentato in questo caso da un corpo di polizia violento e corrotto.

Sempre nel 2008 arriva sugli schermi Gran Torino. Eastwood dirige ancora sé stesso nei panni del protagonista, quasi una sorta di “summa” dei personaggi che il regista-attore ha interpretato nel corso della sua lunga carriera. Il film narra di Walt, un veterano della guerra di Corea che non sopporta i suoi vicini: una famiglia di asiatici di etnìa Hmong. La sua più grande passione è un’auto modello Gran Torino, sottoposta a continua manutenzione. Il vecchio Walt riuscirà progressivamente a superare le iniziali diffidenze e ad avvicinarsi a quella famiglia, soprattutto ai due membi più giovani: Thao e sua sorella Sue. Quando poi quest’ultima sarà vittima delle violenze di una gang, Walt, anche se vecchio e stanco, saprà fare vendetta, immolandosi. Walt è un giustiziere fuori tempo massimo, un uomo che sente di appartenere a un’epoca ormai definitivamente conclusa. Quelli che egli considera i valori dei “padri” l’Occidente li ha dimenticati o addirittura rovesciati. Ad un certo punto, al protagonista pare che quei valori possano ancora incarnarsi, paradossalmente, in dei giovani orientali e per questo è pronto a sacrificarsi per loro, in una rilettura, straziata e definitiva, del mito del cavaliere solitario.

Dopo questo ennesimo gioiello cinematografico sarebbe stato difficile per qualsiasi regista mantenere lo stesso livello qualitativo. Negli ultimissimi anni Eastwood ha realizzato Invictus (2009), sulla storia di Nelson Mandela, ma il film non riesce ad andare molto oltre i limiti del biopic ben confezionato. In Hereafter (2010) l’attore-regista  si è avventurato con coraggio a sondare i territori della morte e della dimensione oltre la vita, ma forse il tema è inarrivabile per chiunque o ancora la sceneggiatura si disperde in troppi spunti narrativi. Nel 2011 arriva nelle sale J. Edgar, sulla vita di J. Edgar Hoover, capo dell’FBI per quasi cinquant’anni. La storia voleva essere paradigmatica del labile confine tra legalità e illegalità, ma il regista non riesce a far emergere con la giusta forza quei quesiti morali che sorreggono le sue opere più riuscite.

Dopo J. Edgar è la volta dell’ultima prova di Eastwood come regista: American Sniper (2014). Tratto dalla storia vera di Chris Kyle, il cecchino americano che in mille giorni in Iraq ha abbattuto centosessanta uomini, il film, andato benissimo al botteghino negli USA, ha scatenato molte polemiche e c’è chi lo ha accusato di propaganda. L’opera è stata addirittura accostata al finto film nazista, nel quale si celebra un cecchino della Wehrmacht, girato da Eli Roth per Inglorious Bastards di Quentin Tarantino. Se nel caso di American Sniper risulta esagerato parlare di aperta propaganda, di certo il film glissa (sbagliando) su molti aspetti contraddittori della vicenda umana e militare del vero Chris Kyle e della stessa missione americana in Medio Oriente. Più che un atto di propaganda il film appare un’occasione sprecata.

Clint Eastwood appare talvolta non un autore bensì un anti-autore. Perché l’autore di solito è colui che, talvolta anche inconsapevolmente, desidera imporre la propria weltanschauung, la propria visione del mondo. Egli invece non vuole imporre il proprio punto di vista, ma cerca, al contrario, di cogliere più punti di vista su uno stesso argomento. Eastwood è un antiautore perché, come già detto in precedenza, il suo cinema è tutt’altro che monocorde, vive anzi di contraddizioni insanabili. Egli vuole essere antiretorico e crepuscolare, ma finisce per creare una nuova decadente epopea. Il suo è un cinema morale che si interroga in maniera quasi ossessiva sul tema della giustizia mostrando però allo spettatore una serie interminabile di vendette. La messinscena eastwoodiana appare classica e limpida, ma il regista ricorre spesso a barocchismi, all’iperrealismo post moderno e ancora a un montaggio frenetico che ricorda il cinema degli anni ’70. Clint Eastwood, infine, è un anti-autore o comunque un autore assolutamente atipico (e per questo unico nel panorama del cinema mondiale), perché la sua produzione da regista non può essere compresa se non si tiene presente la sua carriera d’attore, i personaggi che ha interpretato, i registi con i quali ha lavorato.

Potremmo definire la poetica del regista americano come la poetica dell’Impossibilità. Egli nei suoi film celebra costantemente la fine del Mito, la perdita di ogni speranza, l’infrangersi dei sogni. Il suo è un inno malinconico all’Impossibilità: l’impossibilità della giustizia e la necessità della vendetta, l’impossibilità di instaurare un rapporto di fiducia con le istituzioni (Potere assoluto, Changeling), l’impossibilità di superare ipocrisie e convenzioni sociali per far trionfare l’amore (I ponti di Madison County), l’impossibilità di chiudere i conti con il passato (Mystic River), l’impossibilità di proteggersi dalla vita stessa e dal dolore che essa ci riserva (Million Dollar Baby).

Il miglior cinema di Eastwood propone allo spettatore una riflessione di natura etica, contraddistinta da un’irrefrenabile necessità di sondare costantemente i territori del peccato, della caduta e della redenzione.

Cantore disilluso ma lucidissimo di personaggi e valori ormai al tramonto, egli ha saputo creare una lunga galleria di figure depositarie di una saggezza conquistata attraverso il dolore e la violenza. I suoi eroi appaiono spesso piegati dal loro passato e sentono a loro precluso ogni futuro. Non trovano più spazio nella società, nel mondo, nel tempo in cui vivono e cercano allora il riscatto e l’espiazione votandosi al sacrificio e alla morte.

 

GLI SPIETATI:

(1992, Usa, regia di Clint Eastwood, con Clint Eastwood, Gene Hackman, Morgan Freeman, Richard Harris, Jaimz Woolvett, Saul Rubinek)

Dopo la morte della moglie, Wiliam Munny (Clint Eastwood) continua a vivere nella prateria dedicandosi ai figli nel tentativo di dimenticare il terribile passato di criminale e assassino. Per vendicare lo sfregio di una compagna, un gruppo di prostitute mette una taglia sui responsabili: il giovane e spaccone Schofield Kid (Jaimz Woolvett) convince Munny e il suo amico nero (Morgan Freeman) a partecipare alla spedizione punitiva. Ma ben presto si arriverà allo scontro con lo sceriffo del paese (Gene Hackman). Quando quest’ultimo tortura e uccide il suo amico, Munny lo vendicherà compiendo una carneficina.

 

Se John Ford ha stabilito i canoni del western, Peckinpah e Sergio Leone hanno scompaginato la classicità del genere, è con Gli Spietati di Clint Eastwood che l’epopea western giunge a uno stadio finale, a un punto di non ritorno.

Da quest’opera in poi sarebbe stato difficile (ed effettivamente finora lo è stato) segnare una nuova, importante tappa nella storia del genere.

Se c’è qualcosa di davvero spietato in questo film è l’occhio del regista che mette a ferro e a fuoco tutti i topoi del western, distruggendoli ad uno ad uno con precisione chirurgica e con piglio quasi fanatico. Non ci sono eroi, non ci sono antagonisti e non ci sono pistoleri infallibili. Eastwood cala i suoi personaggi in un’orizzonte nichilista senza via d’uscita, dove a dominare sono il passato, i rimorsi e la colpa impossibile da espiare. Questa estrema demistificazione del West e del western trova uno dei momenti più espliciti nella figura del biografo Beauchamp, che sta redigendo in forma romanzata le memorie del pistolero Bob l’Inglese. Attraverso gli occhi di questo pseudo-scrittore Eastwood smonta la presunta verità sulla quale si pensa poggi la mitologia western.

Come scrive Gianni Canova, ne Gli Spietati «il passato non è più memoria ma ossessione, il mondo non è scontro leale ma cinismo, lo sguardo non è western ma noir, il protagonista non è esempio ma disperazione».

Il film è anche una meditazione sul tempo, capace di distruggere e corrompere ogni cosa tranne forse una: l’istinto. Quello che porterà Munny ancora una volta ad uccidere, dopo tanti anni. La conlusione è la più eastwoodiana possibile: dopo la strage finale, dopo aver regolato i conti, il protagonista si allontana a cavallo, inghiottito dal nero di una notte tempestosa, correndo incontro al nulla.

Quattro premi Oscar: miglior film, regìa, attore non protagonista e montaggio.

 

Una scena tratta da Gli Spietati

Una scena tratta da Gli Spietati di Clint Eastwood

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