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Biden e la politica estera americana nel segno di un’inaspettata continuità

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14 minuti di lettura

Tra le tante promesse che Donald Trump fece ai suoi sostenitori prima delle elezioni del 2016 vi era quella che, durante una sua eventuale presidenza, non avrebbe impegnato il paese in una nuova guerra da combattere in qualche paese sperduto per il globo, e che avrebbe concentrato tutte le risorse disponibili per fare di nuovo grande l’America, ponendo quindi le basi per un lento ma continuo disimpegno statunitense dai principali teatri di conflitto. Questa promessa si può dire essere tra le poche effettivamente mantenute dall’ormai ex Commander in Chief, ma se qualcuno avesse mai sperato di vedere un disimpegno americano legato all’appiattirsi delle tensioni nel campo della politica internazionale sarà probabilmente rimasto profondamente deluso nell’analizzare lo scenario quattro anni dopo. A Trump è ora succeduto Joe Biden, uomo politico profondamente diverso dal predecessore, che frequenta gli ambienti di Washington dal 1972 quando, ancora meno che trentenne fu eletto senatore in rappresentanza del Delaware.

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Biden fa quindi dell’esperienza e della conoscenza dell’amministrazione e dei vari apparati dello stato, compresi quelli bellici, un chiaro punto di forza, dal quale probabilmente prenderà il via per dipanare una matassa che, soprattutto relativamente alla politica estera, ed in particolar modo su due fronti: quello europeo e quello asiatico, appare decisamente complicata da sbrogliare. Capire come si muoverà in questo senso Biden non è semplice, e non sempre la linea di discontinuità con il predecessore (è molto importante dirlo, indipendentemente dalla volontà o meno dell’inquilino della Casa Bianca) potrà essere netta, come alcuni osservatori potrebbero aspettarsi.

Biden Trump Usa
Photo by Markus Spiske on Unsplash

Con Biden l’Europa di nuovo al centro

Sul fronte europeo si può dire che l’amministrazione Trump abbia fatto, nell’ottica di chi prova ad indirizzare la politica estera americana, più danni di quanto ci si potesse immaginare il giorno dell’insediamento. Da un punto di vista storico l’Unione Europea è in parte figlia della potenza egemone del dopoguerra, senza il placet della quale sarebbe stata utopica la nascita di un soggetto dal così considerevole peso demografico, che rappresenta un importantissimo mercato a livello globale, con un livello tecnologico e produttivo certamente di primo piano e potenzialmente autonomo e forte sul piano militare e politico. Anche il progetto della moneta unica, culminato con il Trattato di Maastricht del 1992 non sarebbe mai divenuto realtà senza il benestare della politica americana (al tempo peraltro assolutamente egemone a livello globale dopo la caduta dell’Unione Sovietica) che prevedeva, in questo appoggiata in modo quasi assillante dai francesi, di ingabbiare la rinata potenza tedesca in un’unione monetaria che avrebbe dovuto, almeno sulla carta, imbrigliarne l’ascesa a livello continentale.

L’amministrazione Trump ha da una parte chiaramente mostrato un aspetto della visione americana nei confronti del progetto europeo, ovvero che questo debba essere funzionale ad una strategia americana più ampia, dove possibilmente il ruolo giocato dalla Germania non abbia il peso preponderante che sta avendo ora.

Probabilmente sotto l’amministrazione Biden non assisteremo più agli attacchi frontali a cui, come europei, siamo stati abituati negli scorsi anni. Vedremo sì un ritorno netto alla dialettica del multilateralismo (e probabilmente gli screzi sui dazi resteranno un lontano e cattivo ricordo insieme alle continue minacce sul possibile venire meno dell’ombrello militare americano tanto caro persino a Berlinguer), ma il fil rouge lungo il quale si muove la politica estera americana manterrà molto probabilmente dei capisaldi ben chiari: l’Unione deve rimanere monetaria ed il meno possibile politica, soprattutto su determinati temi come quello militare o dal punto di vista delle politiche sociali, e soprattutto non permettere che la Germania, attraverso la sua costante ascesa economica, diventi capace di imprimere quella svolta politica che alcuni europeisti si auspicano ma che certamente a Washington molti temono, in quanto permetterebbe all’Europa di diventare un soggetto decisamente più autonomo sulla scena internazionale.

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Il varo del Recovery Fund, soprattutto nei termini in cui è stato concepito con una parte di esso a fondo perduto e con la Germania che per la prima volta ha in parte superato il paradigma dell’austerity, non può che essere stato un campanello d’allarme per gli analisti sull’altra sponda dell’Atlantico. Vanno letti in questo senso sia i continui e feroci attacchi che Trump non ha mai smesso di scagliare contro la Cancelliera Merkel durante tutto il suo mandato sia soprattutto, parlando ora della nuova amministrazione, il fatto (a prima vista neutrale ma in realtà decisamente strategico) che il primo capo di Stato europeo al quale Biden si è personalmente rivolto non sia stata la già citata cancelliera, bensì il presidente francese Macron. A Brexit avvenuta infatti, gli Usa hanno perso un alleato importantissimo che agiva all’interno dell’Unione frenando il processo di integrazione, ed hanno bisogno di appoggiarsi maggiormente a quella che è diventata la seconda potenza economica del continente e la prima a livello militare. Senza certamente dimenticare che gli screzi franco tedeschi hanno radici profonde, avendo segnato in modo indelebile gli ultimi due secoli di storia (anche se è assai difficile, se non impossibile, affermare che si tratti di una rivalità rimasta ai paradigmi novecenteschi) è certo, altresì, che le leve su cui l’amministrazione potrebbe agire per rallentare od indirizzare al meglio il processo di integrazione europea nei confronti degli Usa sono molteplici e non esiterà ad utilizzarle. Che il Presidente fosse democratico o repubblicano non ha mai fatto grosse differenze in questo senso, al di là delle esternazioni verbali talvolta sopra le righe di questo o quell’esponente.

Ultimo punto, ma non meno importante, è il fatto che l’amministrazione Trump è stata percepita dagli apparati come troppo morbida nei confronti della Russia. Oltre al peso che questa ha raggiunto sui teatri di guerra medio orientali, un esempio della linea seguita lo si può ricavare dalla questione legata al gasdotto Nordstream, destinato ad aumentare considerevolmente il flusso di gas russo verso la Germania, la quale non si è piegata alle continue spinte di Washington che guarda con occhio negativo al progetto. In questo senso è probabile che Biden torni a utilizzare toni più accesi con l’omologo insediato al Cremlino, sulla falsa riga di quanto già visto quando era vicepresidente sotto l’amministrazione Obama, una delle più dure in questo senso.

Xi non interromperà l’ascesa cinese

Il progetto di contenimento americano nei confronti dell’ascesa cinese ha assunto toni duri solo di recente, ma sarebbe errato pensare che il suo inizio coincida con la presidenza di Donald Trump. Che la Cina costituisca un pericolo per quello che è ora l’unico impero è chiaro agli analisti da ormai diversi anni, e già Obama aveva cominciato a muoversi in questo senso dichiarando esplicitamente che il focus americano si sarebbe spostato sull’estremo oriente già agli inizi del decennio appena conclusosi.

In questo senso l’amministrazione Biden probabilmente smorzerà considerevolmente i toni nei confronti del gigante asiatico, ma ciò non vuole necessariamente dire che le azioni intraprese dagli Stati Uniti subiranno drastici cambiamenti. In questo senso la strategia americana si basa, e continuerà a basarsi su due direttive principali: quella economico-commerciale e quella invece strettamente militare. Dal punto di vista commerciale è verosimile, ma non scontato, che la nuova amministrazione Biden ponga un freno alla guerra dei dazi iniziata dal predecessore, che ha portato solo in parte gli effetti sperati in quanto hanno sì ridotto il deficit commerciale americano, ma non hanno, ovviamente, riportato in patria i milioni di posti di lavoro perduti nel campo manufatturiero ed hanno ridotto notevolmente le esportazioni verso il principale mercato globale.

È vero che una sorte di pace è stata firmata, ma la tregua è fragile e, ad esempio, è estremamente poco verosimile che il nuovo inquilino dello studio ovale revochi ad esempio il ban commerciale nei confronti di decine di multinazionali cinesi, tra le quali ovviamente il colosso Huawei, molto attivo anche nella fondamentale gestione delle nuove reti 5g non solo nel continente asiatico.

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Dal punto di vista militare invece il solco sembra tracciato e una svolta sembra essere molto difficile. Gli Usa hanno costruito il loro secolo di gloria sul controllo degli oceani, sono una talassocrazia in questo senso e il Pacifico, ed ancora di più il mar cinese meridionale sono teatri fondamentali tanto a livello economico, per gli immensi traffici che vi transitano, sia a livello militare per il controllo di alcuni tra gli stretti e colli di bottiglia più importanti. Si tratta inoltre di un teatro di confronto obbligato, in quanto la Cina si trova a livello terrestre accerchiata da nemici che la temono fortemente, chi per motivi storici (India, Russia) e chi invece per paura di essere letteralmente inglobato da una potenza che conta su un peso demografico ed economico preponderante (Laos, Vietnam). In tutto ciò mantengono un peso significativo sia le due Coree, con i problemi che rappresentano, che il Giappone, il quale contende alcuni territori alla Cina e che sta riscoprendo una tradizione militarista, di stampo diremmo prussiano, a lungo sopita da una costituzione imposta. Il contenimento cinese è quindi cruciale nei confronti di un paese che si pone come un’alternativa credibile all’attuale egemonia americana nell’area, e poi, tra qualche decennio, probabilmente se lasciata fare, anche a livello globale.

Le provocazioni tra le flotte americane, giapponesi, australiane, financo indiane e quella cinese rimarranno probabilmente all’ordine del giorno ed una soluzione in questo senso appare francamente difficile. La Cina rivuole il ruolo che per millenni ha avuto, ha rialzato la testa dopo le “umiliazioni” patite durante il diciannovesimo e ventesimo secolo per mano di inglesi, americani e giapponesi, ma per gli Usa accettare un ritiro vorrebbe dire accettare il declino di un impero. E pochi nel corso della storia ne sono stati capaci.

Michele Corti

Immagine di copertina: Photo by Jacob Morrison on Unsplash

 


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Michele Corti

Nato a Lecco nel 1996, studente di Scienze Politiche. Amo la montagna in ogni sua veste, il vento in faccia in bicicletta, la musica e provo a destreggiarmi nella politica internazionale, cosa fortunatamente più semplice rispetto a quella italiana."

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