Ciro, Paola e la logica tradizionalista: perché uscirne è così difficile?

Violenza di genere. Omofobia. Transfobia. Sono tutti termini che sentiamo spesso, di cui probabilmente moltissimi conoscono il significato, eppure si è ancora così lontani dalla loro estirpazione all’interno del tessuto sociale. 

Vi è un fatto di cronaca avvenuto recentemente, quello relativo alla morte di Maria Paola Gaglione, una ragazza 22enne di Napoli. Caso che è stato sulla bocca di tutti ed è l’esemplificazione eccellente della mentalità di un Paese rimasto ancora troppo indietro. 

I fatti: di cosa stiamo parlando?

Una ragazza sul motorino insieme al suo ragazzo vengono speronati dal fratello della giovane perché non in grado di accettare la relazione della sorella con un ragazzo trans di nome Ciro. Il fratello, sceso dal motorino, picchia il fidanzato, non occupandosi della sorella – rimasta uccisa sul colpo – facendolo finire in ospedale. 

Cosa ci dicono questi fatti? Innanzitutto, si sta parlando di un caso di femminicidio: il fratello trova inaccettabile una libera scelta della sorella e per questo causa l’incidente. Si tratta di un atto di potere compiuto da un uomo nei confronti di una donna perché si percepisce in diritto di decidere lui della sua vita. Viene completamente scavalcata la volontà della donna perché lui, in quanto uomo, sa cosa è meglio per lei. 

Si sta parlando di un caso di transfobia: Ciro non viene riconosciuto e accettato nella sua identità di genere maschile, viene preso in considerazione solamente il suo sesso biologico, tanto è vero che il fratello di Maria Paola nelle sue dichiarazioni successive parlerà dell’accaduto come la volontà di “dare una lezione a quella che ha infettato” la sorella. 

Infine, si sta parlando di un caso di omofobia: l’idea di una relazione tra due donne (seppur errata in questo caso non trattandosi di una relazione omosessuale, ndr) non viene concepita, ma ostacolata e ritenuta ancora frutto di una malattia contagiosa. 

Una narrazione mediatica errata

Sebbene l’accaduto sia l’ennesimo esempio di una società ancora poco e mal educata a temi sociali di una tale portata, ciò che fa più pensare è come sia avvenuta la narrazione mediatica. Nelle prime ore di comunicazione della notizia, testate giornalistiche e telegiornali hanno palesato la totale mancanza di conoscenze nella trattazione di narrazioni concernenti persone transgender, suscitando rabbia e indignazione nella popolazione. 

Dopo ore di polemiche nate sul web da parte degli utenti, giornali e telegiornali si sono apprestati a effettuare correzioni negli articoli e nei servizi successivi riguardanti l’accaduto. Ma questo basta? Per chi scrive la risposta è no. La completa mancanza di interesse verso la conoscenza di una certa tipologia di tematiche – ma anche l’assoluta assenza di rispetto verso tutte le persone che nella storia di Ciro si riconoscono e che quotidianamente convivono con una rappresentazione mediatica in cui non trovano alcun tipo di riconoscimento – è un fallimento dell’informazione. Per l’ennesima volta, l’impressione che si ha è che “sono stati gli utenti a educare i professionisti del settore” circa il linguaggio da utilizzare nel loro stesso mestiere. E questo denota la presenza di un sistema educativo e sociale ancora troppo indietro rispetto all’epoca in cui viviamo. 

da NegZone.

I media, in ogni loro forma, sono lo specchio della nostra società e in quanto tali non solo riflettono quello che siamo, con tutte le note positive e negative del caso, ma, spesso, “educano” grazie alla loro pervasività assoluta nella quotidianità. Tematiche così complesse e ancora oggi, purtroppo, controverse, meritano educazione a riguardo. Se, però, il sistema educativo scolastico è ancora troppo rigido per un’educazione di questo tipo e i media se ne disinteressano a un tale livello (o la veicolano a loro piacimento), risulta impossibile effettuare passi avanti con la conoscenza e presa di consapevolezza circa certi temi. Per aprirsi e volgersi verso l’altro bisogna uscire da quella logica così radicata e intrinseca della nostra società, una logica patriarcale, fortemente eterosessuale ed esclusivamente binaria, in cui concepire la presenza e l’esistenza dell’altro nella sua essenza, lontano dalle categorie conosciute, risulta quasi impossibile. 

La lezione di Maria Zambrano

Secondo Maria Zambrano, filosofa e saggista spagnola, per riuscire a relazionarsi con l’altro e concepirne l’esistenza l’io deve retrocedere, lasciandogli spazio nella sua essenza, attraverso un ridimensionamento dell’io stesso, della sua onnipotenza e della sua arrogazione di potere. L’obiettivo della filosofa è mettere in evidenza la trappola presente dietro la volontà di potenza della soggettività, tentando di esporre il valore del tessuto relazionale e intersoggettivo di cui l’essere umano è costituito. La Zambrano parla di una “educazione alla pace”, che può avvenire solamente come risultato di un lavoro critico e introspettivo, in cui si riconosce e rivaluta il proprio posto nel mondo, comprendendo di non essere il tutto, ma solo una parte di qualcosa di molto più vasto. Tale processo è basato non su una cultura del simile, cioè che conosca e riconosca colui che è simile all’io, ma su una cultura della differenza, fondata sull’altro e su ciò che è diverso da me. Fare propria tale condizione di pace significa mutare il proprio sguardo verso il mondo, cambiando mentalità e atteggiamento nei confronti della realtà e della propria soggettività. Senza questo sviluppo verrà lasciato il posto all’egoismo, all’indifferenza e ad una insensibilità generalizzata, ben lontane dalla pace, e caratteristiche principi del fatto di cronaca di cui si è parlato in apertura. 

La cultura “dell’altro”

Ciro. Oltre ad aver perso la donna che amava, oltre a non aver visto riconosciuta la propria identità di genere da parte della famiglia della sua compagna, oltre ad essere stato vittima di un incidente in moto, oltre ad essere picchiato ed essere ricoverato in ospedale, è stato costretto a svegliarsi in un mondo che ha ancora difficoltà nel riconoscerlo. Nella sua identità, in primis, subendo l’ennesima violenza da parte di una società non ancora pronta per lui. Società che non è in grado di chiamare le violenze con il loro nome e che preferisce attribuire giustificazioni e attenuanti pur di fare riferimento a ideologie e mentalità da cui quelle stesse violenze derivano. 

ciro e paola vignetta biani
Illustrazione di Mauro Biani per l’Unità

Maria Paola e Ciro sono le ultime vittime della omotransfobia. E ci dimostrano, tra timidi passi avanti, errori e ferite ancora aperte, quanti sono gli ostacoli da rimuovere per un vero cambiamento. Educhiamoci alla cultura dell’altro. 

Shari Giordano


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Redazione
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