Come Constable ha cambiato l’arte del paesaggio

In una lettera del 19 maggio 1824 indirizzata a John Fisher, vescovo di Salisbury, il pittore inglese John Constable (East Bergholt, 1776 – Londra, 1837) pone le basi di un nuovo modo di leggere il paesaggio. Secondo lui, l’arte non ha nulla a che vedere con uno stile necessariamente sontuoso e appariscente in quanto, al contrario, ha la capacità di raccontare l’ordinario, ovvero il “nulla” («to do something out of nothing») generando un vero atto poetico.

Constable si iscrive con uno spirito nuovo nella tendenza pittorica del XIX secolo che con uno sguardo storico si interessa alla rappresentazione di monumenti ormai abbandonati e caduti in rovina.

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John Constable, Castello di Hadleigh (1814), olio su tela, Yale Centre for British Art, Connecticut

Constable e la rappresentazione delle vestigia nel Romanticismo

Il termine rovina deriva dal verbo latino «ruĕre», ovvero ciò che si disfa, ciò che crolla. Originariamente strutture di grande valore monumentale, le rovine affascinarono per secoli artisti come William Turner e Hubert Robert in quanto testimonianza del passare del tempo. Rispetto però ad alcuni suoi precursori, come per esempio Ernest Hébert, Constable non considera la rovina un soggetto storico a sé stante, ma la integra nel paesaggio circostante.

Qui la rovina diventa un “tumulus ormai riabitato da nuovi villaggi, traccia di un momento passato, forse di un paesaggio o di una civiltà che non c’è più. La rovina viene assimilata dalla terra e la natura spontaneamente se ne riappropria.

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La riscoperta del paesaggio

Il punto di vista tecnico di Constable infrange anche le regole sulla gerarchia dei soggetti definite dalla Royal Academy of Arts. Se il paesaggio era solo sfondo di una storia, qui ne diventa il protagonista. Secondo lui, infatti, con la crisi dei grandi generi artistici, è la più modesta narrazione del paesaggio locale a doversi assumere la responsabilità di trasmettere i valori di una storia ormai frammentata in tante «micro-storie», come le definisce Carlo Ginzburg.

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John Constable, Old Sarum (1855), olio su carta, Tate Gallery

Il tema della caduta della città fortificata e della sua metamorfosi in paesaggio pone, inoltre, nuovi spunti di riflessione che rendono per questo le sue tele enigmatiche e affascinanti.

Constable si fa infatti capofila di un nuovo modo di concepire l’arte della rappresentazione del paesaggio, genere considerato inferiore dalle maggiori istituzioni artistiche inglesi. Rifiutando inoltre lo studio degli scenari più spettacolari e ammirati, rivendica la dignità delle realtà paesaggistiche minori, coltivando un singolare interesse per luoghi apparentemente ordinari, come quegli anonimi «percorsi di campagna», «dove nessuno ritiene sia interessante andare», dove tutto passa inosservato e nasconde una piccola meraviglia.

La rovina, connubio tra uomo e natura

Constable si ispira quindi ai lineamenti di una campagna modesta per riscoprire rovine e resti architettonici che hanno cambiato il loro volto e che sono rinati grazie al connubio tra pietra e terra, tra attività umana e animale, tra artificiale e naturale. Questo dialogo universale tra le due forze che muovono e animano il mondo si riflette nella metamorfosi delle vestigia che, plasmate dalla mano dell’uomo, gradualmente tornano a far parte del ciclo della vita. Tale vestigia non sono quindi corpi estranei, ma partecipano esse stesse all’attività della natura, diventando un punto di incontro tra ciò che l’uomo produce e ciò che la natura anima.

L’incontro fra queste due forze scatena nell’osservatore un senso di vertigine, di orrore e allo stesso tempo di attrazione che la letteratura inglese riassume nel termine di “sublime”. La rovina infatti provoca in chi guarda una reazione di stupore in quanto esempio tangibile di una possibile vita oltre alla morte. Constable è affascinato dalle vestigia in quanto ci proietta con la propria mano gli interrogativi distintivi della sua condizione mortale, chiedendosi quale sia il destino che riserva la natura e quale sia la sinergia che lega queste due forze tanto diverse quanto complementari.

La rovina diventa anche manifestazione della tensione tra il visibile e il non visibile, tra assenza e presenza. Tale struttura architettonica destinata all’oblio, infatti, esiste, è presente ma allo stesso tempo perde la sua ragion d’essere, diventando simbolo di qualcosa che non è più.  È proprio grazie a questa ambivalenza che Constable definisce le sue campagne esempi di un vero e proprio paesaggio ideale.

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John Constable, Baia di Weymouth: Bowleaze Cove e Jordon Hill (1816), olio su tela, National Gallery di Londra

L’arte per comprendere la natura

L’approccio di Constable al paesaggio della campagna non è però sempre lo stesso. L’artista ha una chiara predilezione per gli scenari che gli sono famigliari, quei luoghi per lui “sacri” dove è solito tornare spesso. In particolare, si affeziona ai grandi spazi verdi di Old Sarum. Sfrutta le sue passeggiate per realizzare gli schizzi preparatori dei successivi progetti artistici. Il suo è quindi uno studio dal vero che gli permette di cogliere appieno le più intime sfumature del paesaggio naturale. Il piacere dell’intelletto si lega qui alla salute del corpo permettendo all’artista, attraverso il cammino, di entrare in simbiosi con la campagna che lo circonda. La sua sensibilità si fa tanto raffinata che l’artista arriva anche a realizzare studi di meteorologia. Dal suo atelier di Hampstead osserva con religiosa dedizione le stelle, le nubi, i giochi di luce prodotti dai raggi del sole per migliorare la propria tecnica: «I made a lot of skying» dichiara l’artista.

Per questo motivo, dietro all’apparente banalità dei suoi paesaggi dobbiamo leggere uno studio certosino che si traduce nella volontà da parte dell’artista di costruire una profonda connessione con le altre forme di vita. Ritrovare quella primigenia empatia che permette all’uomo di identificarsi nella natura è per lui una vocazione che si riflette nell’immagine della rovina, una struttura immobile ma allo stesso tempo in mutazione, che esaurita la sua funzione si riconcilia con la madre di tutte le madri. Per questo, secondo un Constable molto credente, il paesaggio è il miglior interprete della realtà in quanto più si studia l’universo più se ne comprendono le leggi e la volontà dell’Architetto Divino che sta all’origine di questa terrena teologia della Natura.

John Constable, Stonehenge (1835), acquerello, Victoria and Albert Museum



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Valentina Cognini

Nata a Verona 23 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Dopo uno stage al Museo del Louvre e alla Pinacoteca di Brera, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Ora è tornata a Parigi per specializzarsi in Museologia all'Ecole du Louvre, la cricca di storici dell'arte più ganzi che ci sia. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.
Valentina Cognini
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