Coscienza spirituale e conoscenza intuitiva: una strada dimenticata

La partecipazione e la commistione di dottrine di tipo iniziatico e misterico nei sistemi metafisici appare senza ombra di dubbio un elemento costitutivo di buona parte della filosofia antica. Non serve ricordare la cospicua parte di sapienza aforismatica che dai tempi e dalle culture più remote procede, con un significato epistemologico sostanzialmente inalterato, sino al periodo contemporaneo. Ma cosa hanno in comune sistemi filosofici, insegnamenti ed illustrazioni attraverso aforismi ed elementi di natura esoterica, e soprattutto: quale utilità la corretta interpretazione di questi tre elementi presenta nell’attualità?

L’insieme di dottrine che potremmo riassumere nella definizione di “misteriche” viene ad oggi in ottima parte considerato come un sistema di tipo religioso fortemente radicato nelle culture antiche ed in particolare precristiane, volto generalmente ad una pratica cultuale – in molti casi organizzata pubblicamente – con lo scopo precipuo di ottenere favore e ringraziare le divinità. Troviamo un esempio classico osservando i misteri eleusini, nei quali un’interpretazione diffusa nota, nella divisione cerimoniale tra piccoli misteri celebrati in primavera e grandi misteri celebrati in autunno, un riferimento simbolico alla perpetua ciclicità delle stagioni e della vita agreste. Non diversamente, orfismo e misteri dionisiaci mantengono costante riferimento all’ambiente di vita delle popolazioni che li celebravano, di tipo essenzialmente e strettamente legato a cicli stagionali, periodicità della natura e loro influenze sulle colture. Nondimeno, è importante osservare all’interno di questi culti la stretta correlazione con altri elementi che oggi potrebbero passare per desueti e quasi incomprensibilmente arcaici: in particolare, un tentativo di intuizione escatologica e metafisica attraverso la narrazione mitologica. 

Osserveremo come in realtà un’interpretazione di questo genere, ossia di una pratica di tipo strettamente religioso ed inscindibilmente legata alla cultura e allo spirito del tempo che la celebrava, sia una visione piuttosto miope rispetto alla reale e straordinaria importanza, nonché alla singolare coincidenza di elementi, che le dottrine misteriche hanno rivestito nella formazione della filosofia e più in generale della cultura occidentale. Questo non certo per influenza diretta, né per importanza storica o numerica – e del resto rintracciare genealogicamente i singoli elementi che compongono un sistema così sterminato sarebbe impresa impossibile – quanto piuttosto come atteggiamento e disposizione, che vedremo tipiche ed analogiche a forme di pensiero assolutamente contemporanee e non necessariamente di stampo religioso. 

Parallelamente al metodo filosofico e scientifico, cercheremo di riconoscere, circoscrivendola, una terza via, che è storicamente inscritta tra filosofia e religione; da queste ultime però costitutivamente si distanzia. Per designarla si potrebbe utilizzare un termine significativo, ancorché problematico ed abusato: spiritualità.

Un tentativo di discernimento può passare attraverso la considerazione di alcuni elementi:

1. Tipologia ed atteggiamento procedurale.

2. Epistemologia, teleologia, religione.

3. Metafisica ed antropocentrismo.

 

 

Alchimia, Pollock1. Tipologia ed atteggiamento procedurale.

La forza della fantasia è possente soprattutto nell’afferrare ed illuminare fulmineamente le somiglianze”. (F. Nietzsche)

 

La potenza evocativa della narrazione mitologica, simbolica ed allegorica è qualcosa su cui non è necessario soffermarci qui. Il fatto che ancora oggi proviamo emozione, turbamento, partecipazione, in poche parole “esperienza tragica”, dinanzi ad espressioni arcaiche della sapienza come lo sono i miti, è certamente un’espressione dell’indubbio potenziale che essi rivestono sulla nostra coscienza, per quanto questa possa essere orientata ad una visione del mondo matematizzante, scientifica, realista, volta alla concretezza. In che cosa risiede la loro potenza? Perché, pur disposti a giurare che in effetti non sia mai esistita strictu sensu una Persefone strappata a Demetra, ancora oggi proviamo un inesplicabile senso di empatia e comunanza nell’affannoso tentativo di ritorno di quell’anima verso la sua progenitrice? 

Potremmo dare varie plausibili spiegazioni, da una squisitamente letteraria di partecipazione ad una psicologica di riconoscimento di un archetipo; quello che tuttavia è fondamentale riconoscere è che non ha veramente importanza la veridicità – ontologica o storica – di una narrazione mitologica per adempiere il fine che essa si prefigge. In questo senso, l’espressione mitologica è un esempio nella molteplicità di spiegazioni di tipo allegorico. L’identificazione individuale all’interno di una narrazione è, prima ancora che verosimiglianza con una particolare esistenza o vissuto, un riconoscimento della verosimiglianza con qualsiasi esistenza o vissuto. Ciò che il mito intende descrivere è, prima di tutto, una forma comune a qualsiasi tipo di esistenza. 

Intende tuttavia farlo con un metodo particolare, che per via della natura degli argomenti di cui tratta non vuole, né può, essere di tipo logico. Esso si nutre invece di analogia, di similitudine, di somiglianza, di illuminazione. Esso muove i suoi passi come il filosofo nietzschiano che intuisce i sassi sotto il pelo dell’acqua, al quale un “non so che” indica la loro presenza. 

Diciamo più facilmente ciò che la “via spirituale” che si nutre del mito e dell’allegoria non può essere, non deve essere, non vuole essere: certamente non una spiegazione razionale. Certamente non una spiegazione onnicomprensiva o convincente. Certamente non una rigorosa dimostrazione. Certamente non un ragionamento deduttivo, né induttivo. In questo senso il suo atteggiamento procedurale è cositutivamente diverso da quello filosofico e da quello scientifico. 

Dobbiamo tenere a mente, ancora una volta, che il suo obiettivo non è quello di una certezza, o più precisamente: non è quello di una certezza nei termini in cui siamo abituati a conoscerla. Se si può storicamente tentare di considerare che ciò derivi da un’impossibilità di incardinare sui sensi e sulla conoscenza empirica una qualche forma di certezza nell’ottica dualista tipica della maggior parte delle culture classiche, questo tuttavia non esaurisce l’interezza delle possibilità che ancora oggi offre un pensiero di tipo non dimostrativo, e si potrebbe quasi dire non logico. Dire che la ragione voglia rendere conto di ogni nostra azione e di ogni nostro vissuto, significa non essersi mai fermati un istante a considerare il perché di un’azione, sia essa un gesto banale o una ragione di vita. I presupposti assiologici di un’esistenza hanno mezzi ben più potenti della ragione per plasmare il comportamento umano, spesso proprio in quanto essi stessi non hanno prima facie l’aspetto di una ragione: sono proprio questi che la narrazione allegorica va a indagare e, nei limiti in cui essa se ne discosta, a intaccare.

Vento

 

2. Epistemologia, teleologia, religione. 

 

“Il filosofo cerca di far risuonare in sé l’armonia totale del mondo”. (Id.)

 

Se tuttavia il metodo se ne distanzia, l’indirizzo e l’obiettivo verso cui l’atteggiamento spirituale tende non è differente da quello di molta filosofia, ossia principalmente una qualche forma di consapevolezza di ordine metafisico. Ma dobbiamo notare qui la differenza che passa tra certezza logica, ipotesi plausibile e conoscenza intuitiva. Se la filosofia – ammesso che si possa intendere il termine come nome collettivo che intende “sistema esplicativo che utilizza la ragione” – si pone come obiettivo principalmente la ricerca di un’ipotesi logicamente plausibile per quanto riguarda le asserzioni di tipo metafisico (principalmente, quelle di ordine cosmogonico ed escatologico), ancora una volta non può essere questa la direzione di una disposizione spirituale. E difatti, nei confronti dell’allegoria, non è il dubbio logico ad ostacolare il cammino, ma semmai un’oscurità o un’incomprensione totale del suo rimando. 

Il fine è quello di fornire un orientamento, un ordine, una struttura che possa essere riconosciuta comune in quanto cogente alla forma stessa dell’esistenza. Non tanto quindi l’esercizio di una facoltà teoretica, creativa, poietica nella sistematizzazione ontologica, quanto uno strumento decostruttivo di processi essenzialmente innati e, per lo più, sopiti. Il fatto che una narrazione di tipo allegorico e mitologico fosse nell’antichità fonte di assai più certezze di quante poteva fornirne un’indagine filosofica è stato per qualcuno motivo di ritenere che in tali civiltà fosse più alto il tipo di considerazione media di una facoltà spirituale, ma questa non pare ragione sufficiente per sostenere una tale tesi. Semmai, si potrebbe pensare che vi fosse una maggiore consapevolezza della sua struttura: non che oggi vi sia meno disposizione innata ad un tale tipo di esperienza. La narrazione favolistica ne è lampante esempio, e la fortuna che ancora oggi questo genere esercita, tanto sulla mente infantile quanto su quella adulta, dovrebbe farci considerare quanto l’allegoria possa parlarci. Tuttavia, è diminuita la considerazione su quanto vaste possano essere le conseguenze di ordine metafisico che l’allegoria può suscitare nella nostra visione del mondo. L’obiettivo di una “via spirituale” è esattamente quello di riportare alla giusta importanza questo tipo di consapevolezza, come strumento di indagine della nostra intera esistenza e delle sue strutture fondamentali. 

E tuttavia, questa consapevolezza non può né vuole prendere la forma di un’esperienza di tipo religioso, e in questo si evidenzia il grave errore interpretativo che vuole nelle dottrine misteriche rintracciare essenzialmente una ragione cultuale. La religione, che etimologicamente e strutturalmente ha la forma di un affidamento, di una fiducia, e si esercita  tramite un’azione orante, non risponde a questo tipo di esigenza, ma ad un’altra. Il mito non è preghiera. La coscienza spirituale rintraccia nel mito qualcosa che non ha bisogno di fiducia perché se ne possa riconoscere la forma, il fine o addirittura l’esistenza. Un falso indizio che può portare a questa opinione è riconoscere una forma simile nella assoluta maggioranza delle narrazioni cosmogoniche che stanno alla base della quasi totalità dei sistemi religiosi viventi: non a caso possiamo ravvisare sorprendenti rassomiglianze strutturali tra le Sacre Scritture di ogni epoca e un immenso patrimonio mitologico non solo occidentale. Fenomeni come la “caduta dell’uomo” e una conseguente ricerca terrena di ciò che è perduto in vista di un ricongiungimento dopo la morte sono il trait d’union che collega il biblico Paradiso perduto, l’ebraica ricerca della Parola, la greca e filosofica ricerca della Sapienza, la Persefone che ricerca la madre perduta. Ma fare di queste narrazioni la base per una pratica di culto è qualcosa di essenzialmente diverso dal ritenerle simbolo e fugace sguardo di qualcosa che riguarda la nostra esistenza. Oggi, come nell’antichità, la via spirituale non intende praticare un culto, non intende fare affidamento, ma utilizzare uno strumento decostruttivo.

 

Eleusi3. Metafisica ed antropocentrismo.

“Γνῶθι σεαυτόν”

(“Conosci te stesso”)

 

Quale dunque è oggi, e quale in realtà è sempre stato, insieme il fine e il mezzo per giungere non a una logica, non a una fede, bensì a una consapevolezza, in altre parole: a una sapienza?

Il celebre motto delfico “conosci te stesso” è forse la fondamentale chiave interpretativa di tutto quanto concerne ad una sfera allegorica e spirituale. La distinzione fondamentale che qui ci permetterà la comprensione della sua ragion d’essere è la considerazione della dimensione della temporalità, ed in particolare della temporalità relativa che è fondamento di ogni esperienza.

Distaccata la pratica spirituale dalla pratica filosofica, manca il secondo fondamentale cardine, dopo la distinzione dall’esercizio cultuale, per distinguerla da quella religiosa. La religione prevede costitutivamente un rimando, una fiducia, anche nel senso di una temporalità. Il fine di ogni pratica religiosa è principalmente quello di ottenere, sulla base di certe indicazioni morali, un qualche tipo di sicurezza per l’eternità, quello di un rimandare ad un momento successivo di differente consapevolezza la comprensione delle strutture che reggono la nostra esistenza, il concederci del tempo e il guadagnarci la fiducia di una divinità attraverso pratiche di tipo ordinario, il risparmiarci il peso di un’esegesi, la possibilità di essere nel giusto anche non comprendendo il perché.

Totalmente diverso è l’atteggiamento sottostante ad una via spirituale della conoscenza: la ricerca terrena di ciò che è perduto significa esattamente la volontà di impiegare il tempo per come lo conosciamo come ordinario per la consapevolezza – perché dire comprensione forse è eccessivo – di qualcosa che ordinario non è certamente. La vis spirituale è quella che con forza d’animo desidera un’anticipazione, una sostituzione di una comprensione globale con la forza di un’illuminazione, con il subitaneo lampo di un’impressione, godendo l’inestimabile ricchezza del suo riverbero di luce. Ricerca come un viaggiatore scorge la sagoma delle montagne e la direzione del sentiero attraverso i lampi di una tempesta. 

Che cosa ricerca? Ricerca l’autentica, più propria e più semplice posizione di sé stesso nell’ambiente. Ricerca un orientamento, ricerca dei segni che permettano di dire dove si trova. In questo senso, piuttosto che essere focalizzata su qualcosa di altro da sé, come un dio, un paradiso o un principio, cerca di scorgerne il riflesso sulla propria essenza, poiché è l’unico metro che possa conoscere con una sincera ed autentica certezza. 

Il discernimento non può dirsi concluso: molto più approfonditamente ci si potrebbe intrattenere nel considerare quanto descritto sotto una prospettiva storica, e ancor più storico-filosofica. L’analisi dell’opera platonica in questo senso offrirebbe prospettive entusiasmanti e sotto alcuni aspetti è già stata compiuta, in particolare per quanto riguarda la tradizione di insegnamento orale attribuita all’Ateniese. Nondimeno, il terreno è fertile per qualunque considerazione di tipo etnografico e antropologico. L’intento tuttavia era quello di fornire in uno spazio relativamente breve un semplice sguardo su quanto si possa riconoscere come autentica ricerca di tipo spirituale.

Questa ricerca non conosce limiti di tempo e di luogo. Non conosce il costoso vincolo della ragione. Essa si nutre di sapienza, non del suo amore; intuisce i sassi sotto il pelo dell’acqua, e permette il balzo che fa avanzare con leggera sicurezza e meraviglia, lasciando libero lo sguardo di non preoccuparsi e di godersi il cammino, nell’attesa della sera, per l’alba di un nuovo giorno.

 

 

Liedrich Frietzsche

 
Redazione

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