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Che cos’è il narcisismo oggi? Una breve disamina

Da mito a disturbo clinico. Capire che cosa si nasconde dietro alla parola "narcisismo" non è così semplice. Numerosi studiosi hanno affrontato il tema e oggi il dibattito è più vivo che mai.

12 minuti di lettura

In un breve saggio intitolato Arcipelago N, Vittorio Lingiardi, uno dei più importanti clinici e teorici italiani, co-curatore del PDM-2 Manuale Diagnostico Psicodinamico, traccia un quadro puntuale e suggestivo delle declinazioni del concetto di narcisismo, partendo dal mito e attraversando i filoni psicoanalitici e psicodinamici fino alla contemporaneità. Con innesti da cinema, letteratura, pittura, sociologia, neuroscienze, l’affresco è vario, in un tentativo di avvicinare un pubblico non specializzato a un termine tecnico, dibattuto e oscuro, sfuggente e spesso banalizzato nel senso comune, rispettandone la complessità.

Il mito di Narciso, l’anti “conosci te stesso”

Il mito, ne Le Metamorfosi di Ovidio, è abbastanza noto. Narciso è un adolescente di estrema bellezza che, da neonato, ha ricevuto un oracolo da Tiresia: arriverà alla vecchiaia «se riuscirà a non conoscersi». Capovolgimento del «conosci te stesso» socratico. A sedici anni, è amato da chiunque e non si concede. Respinge con disprezzo la ninfa Eco, già condannata a ripetere le parole altrui, che si consumerà negli affanni. Finché, per punizione di Nemesi, giunto a una fonte per bere, vedrà la sua immagine riflessa. Abbagliato dallo splendore della visione, preso da amore appassionato, morirà nello struggimento di non poter amare il ragazzo visto, essendo lui stesso. Si è conosciuto. Chiamerà Eco, che spirerà con lui ripetendo i suoi singhiozzi. Anche nelle altre versioni del mito, Narciso, il cui nome viene dalla stessa radice di narcosi, narcotico, il tema è quello di un intorpidimento emotivo, di un freddo o sprezzante diniego dei sentimenti altrui, del non dare nulla di sé agli altri sino alla chiusura sulle proprie illusioni, con esiti tragici.

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Altri miti narcisistici, riletti da autori psicoanalitici, sono il mito di Dedalo e Icaro. Le ali di Icaro possono rappresentare, per lo psicoanalista statunitense Stephen Mitchell, quelle illusioni narcisistiche genitoriali proiettate sul bambino (aspettative, desideri, spinte all’imitazione o al riscatto di sé, ecc), che gli permettono di spiccare il volo nel mondo, ma anche di portarlo alla disfatta, se non elaborate o riconosciute. C’è la figura del Puer nella psicologia junghiana, di cui un esempio moderno è Peter Pan o il Piccolo Principe, che indica spontaneità, creatività, ma che se non compensato dal Senex, rimane nell’immaturità e nella mancanza di responsabilità nei confronti degli altri e della realtà.

Sé e immagine di sé

Il tema, quindi, ruota attorno a queste caratteristiche: lo specchio, l’immagine del sé, i rapporti più o meno difficili che un soggetto intrattiene con essa, l’influenza nelle relazioni con gli altri. In Jacques Lacan, ad esempio, lo specchio è un’esperienza formatrice necessaria dell’Io (moi), distinto dal je, cioè il soggetto dell’inconscio. Nel cosiddetto “stadio dello specchio”, il bambino trova gradualmente nello specchio un’immagine integrata di sé rispetto ai vissuti e alle percezioni corporee disarticolate. Lì c’è una lacerazione originaria: non vi coinciderà mai. L’immagine allo specchio è sempre altro e allo stesso tempo. Vi sarà sempre il rischio di rimanere avviluppati dentro il gioco di erotizzazione e rivalità con questa immagine irraggiungibile: è l’Io ideale. In Donald Winnicott, questa esperienza primigenia avviene attraverso il viso della madre: è lei a rispecchiare il bambino e fornirgli il supporto per questo processo. Dunque, fin dalle origini del soggetto, troviamo un rapporto conflittuale, diviso, ambiguo tra sé e immagine di sé.

Quando il narcisismo diviene un disturbo clinico

Ma come viene concettualizzato a livello di disturbo clinico? Nell’orientamento odierno, il narcisismo rimane una dimensione dell’essere umano da calare nel livello di funzionamento della personalità: diversi rapporti con l’immagine competono a funzionamenti sani, nevrotici, borderline o psicotici. Presente tra i dieci disturbi di personalità nel DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, con diagnosi controversa, più in generale viene tracciato un continuum da un narcisismo fragile, connotato da senso di inferiorità, grandiosità nascosta, ipersensibilità alle critiche, invidia, ricerca di approvazione, a un narcisismo arrogante, fatto di grandiosità esibita, arroganza, scarsa empatia e rimorso, senso di superiorità, fino a un narcisismo maligno, dai tratti sadici, manipolatori, perversi e alla psicopatia vera e propria.

Sono utili le distinzioni tra covert e overt di Paul M. Wink o tra a pelle spessa e a pelle sottile di Herbert Rosenfeld, che rendono l’idea delle polarità, spesso in rovesciamento l’una nell’altra: da un’ipervunerabilità a un’intolleranza per la vulnerabilità stessa. Dalla fragilità sottilmente ricattatoria, segretamente rivendicativa, all’esibizione fino alla distruttività. Vari fili le legano: lo spettro della vergogna, l’invidia, fantasie d’onnipotenza più o meno latenti, concentrazione esasperata su di sé, negazione della dipendenza, impossibilità o grande difficoltà di relazione. Da qui vengono alla luce una serie di personaggi: narcisi ad alto funzionamento, narcisi fragili, narcisi grandiosi, narcisi maligni, fino ai narcisi psicopatici.

L’interessamento della psicoanalisi

La psicoanalisi ne vede e ne ha esplorato ampiamente le dinamiche e le cause. Dopo le teorizzazioni di Sigmund Freud, Melanie Klein si concentrò sul ruolo dell’invidia nella psiche, come innato attacco distruttivo verso gli oggetti buoni interiorizzati, che possiedono, rappresentano, tutto ciò che è desiderabile. L’incapacità di stare in relazione, il distacco dagli altri, la grandiosità, il dominio, sarebbero una difesa per preservare gli oggetti buoni dall’invidia, proiettando esternamente le parti cattive del Sè. Inoltre, per Rosenfeld, questo proteggerebbe dall’angoscia depressiva, cioè dalla sensazione penosa di aver danneggiato e danneggiare quegli oggetti buoni, preferendo così negare la dipendenza dagli stessi e dalle persone in generale. Questo intacca il sentimento della gratitudine, che implica il dover riconoscere una dipendenza da un oggetto buono.

Tradizione diversa è quella di Donald Winnicott: per lui sono le carenze ambientali e parentali a non aver permesso al bambino di sviluppare la capacità di affrontare la dialettica tra autosufficienza e dipendenza da una realtà esterna, fuori dal controllo onnipotente. Il bambino, quindi, ha dovuto sviluppare autonomamente strategie adattive, dovendo però rinunciare all’espressione e al vissuto di parti di sé più spontanee, sviluppando un “falso sé” in chiave protettiva. Il ritiro narcisistico sarebbe quindi una protezione di quel Sè che non si è potuto esprimere e costruire nel rapporto primario con la figura genitoriale.

Un ampio dibattito fu aperto tra due figure fondamentali della psicoanalisi moderna: Heinz Kohut e Otto Kernberg, l’inventore del narcisismo maligno. Per Kohut, che elaborò una complesso filone speculativo e clinico, il bambino necessita dei cosiddetti oggetti-sé, cioè oggetti esterni che soddisfino il suo bisogno narcisistico. Questi oggetti sono la base dello sviluppo del Sé: l’oggetto-sé speculare, che dà ammirazione, bontà, accettazione, l’imago parentale idealizzata, che dà la sensazione di fusione con un altro significativo dotato di potere, saggezza, e l’oggetto-sé gemellare, che dà senso di similarità. Col tempo, queste funzioni devono essere interiorizzate gradualmente attraverso frustrazioni genitoriali non traumatiche. I disturbi narcisisti proverrebbero da un fallimento ambientale nel fornire tali oggetti, provocando intoppi o danni nella costruzione e nello sviluppo del soggetto: la terapia deve fornirglieli. Al versante opposto, è la teorizzazione di Kernberg, di matrice kleiniana, dove l’emergere di un Sè Grandioso del narcisista, in particolare di quello maligno, intriso di aggressività e invidia, segue la logica sopra descritta di protezione degli oggetti buoni dagli attacchi invidiosi e di difesa estrema dall’angoscia, utilizzando meccanismi primitivi come scissione, proiezione, idealizzazione (di sé), identificazione proiettiva, svalutazione (degli altri), negazione. Si può pensare che i due filoni cerchino di spiegare i due estremi del narcisismo sopra citati.

Il Narcisismo, oggi

A queste teorie, si aggiungono gli studi contemporanei delle neuroscienze sul funzionamento delle aree dell’empatia. Un ultimo affondo del libro verte sull’idea di un narcisismo di massa, come tratto culturale odierno: al di là del disturbo clinico e di una certa retorica anche qui presente, ma per fortuna non marcata, è innegabile che c’è un tratto di “vetrinizzazione sociale” nella contemporaneità, così chiamata da Vanni Coldeluppi, e che la pressione sull’immagine di sé, dai social ormai fondamentali nella vita pubblica e privata ai dibattiti sul corpo, la rappresentazione, la fitness e diet culture e i vari shaming, sino alla comunicazione dei leader politici, è molto forte. Se si è, ci si sente o ci si mette più o meno volontariamente in vetrina, e in modo costante e totale, è difficile che la percezione della propria immagine non assuma centralità, con tutte le oscillazioni e le oscurità che comporta.

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Se il narcisismo è dunque un arcipelago, al di là dei qualunquismi, navigarcisi in mezzo può apparire più difficile di quanto si creda. 

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Mattia Giordano

Classe 95', milanese, laurea magistrale in Psicologia, appassionato di psicoanalisi, filosofia, teoria critica, letteratura per lo più italiana e francese. Anche di cinema e teatro, perché ci sono, e ci saranno sempre, film e spettacoli belli. Musicista e scrittore a tempo perso, si spera un giorno a tempo pieno. Ha fatto un po' di tutto, quindi, probabilmente, niente.

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