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Eredità antifascista: l’omicidio di Giacomo Matteotti

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Nell’aprile 1924 la Lista Nazionale di Mussolini aveva stravinto le elezioni grazie al premio di maggioranza previsto dalla Legge Acerbo, approvata l’anno precedente anche dietro pesanti pressioni fasciste. Là dove non era bastato il voto popolare erano arrivate minacce e violenze degli squadristi neri, oltre ai brogli in numerosi seggi. Le irregolarità non erano poi così ignote, e Giacomo Matteotti, segretario del Partito socialista unitario, decise di alzare la voce. Quell’uomo di nemmeno quarant’anni era stato testimone delle prime violenze fasciste fin dagli inizi della sua attività politica nel Polesine di cui era originario (era nato a Rovigo nel 1885), tra i braccianti agricoli.

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MUSSOLINI ASSISTE ALLA CHIUSURA DELLA 27^ LEGISLATURA  08.12.1928
autore: Istituto Nazionale Luce, Roma

Il 30 maggio, di fronte al Parlamento riunito, interrotto più volte dagli schiamazzi di altri deputati, Giacomo Matteotti contestò «in tronco la validità della elezione della maggioranza», a nome suo e del partito elencando le violenze di cui quei seggi erano frutto. Naturalmente la Camera bocciò la mozione, e da buon eroe Matteotti si rivolse ai compagni del partito con la sua celebre frase da epitaffio: «Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me». Non potremo mai sapere con quale stato d’animo abbia affrontato i giorni successivi. Il pomeriggio del 10 giugno era ancora sotto casa e si stava recando in Parlamento, quando venne prelevato da cinque uomini e portato via su un’automobile dopo una violenta colluttazione, durante la quale Matteotti riuscì anche a lanciare a terra la tessera da parlamentare. Sarebbe morto dissanguato alcune ore dopo, per due pugnalate inferte sull’automobile stessa.

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Entro pochi giorni, nonostante i tentativi di ostacolare le indagini da parte del capo della polizia Emilio Del Bono, vennero identificati i cinque rapitori e l’automobile (e la celerità delle indagini non fa altro che dimostrarci che molti erano precisamente a conoscenza dei fatti fin dall’inizio); Mussolini, confermato Presidente del Consiglio, operò una copertura di facciata imponendo le dimissioni del capo della polizia, ma nel frattempo fece bloccare le indagini e comminare pene blande ai cinque assassini. Alla fine di giugno 123 deputati di opposizione attuarono la famosa Secessione dell’Aventino, astenendosi dai lavori parlamentari fino a che il governo non avesse fatto chiarezza sull’omicidio Matteotti, il cui corpo fu ritrovato solo a metà agosto. Il Parlamento era stato nel frattempo chiuso fino a data da destinarsi, generando un clima di fortissima tensione.

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Mussolini ruppe lo stallo su tutta la vicenda il 3 gennaio 1925, quando in un discorso che per molti storici segnò l’inizio vero e proprio del fascismo, si assunse indirettamente la responsabilità morale di tutti gli stravolgimenti dell’anno precedente, compreso il delitto Matteotti. È ancora oggetto di dibattito il coinvolgimento diretto di Mussolini in tutta la faccenda – nello specifico per quanto riguarda l’effettivo ordine di uccidere il deputato –, e il terreno è delicatissimo a causa del feroce revisionismo degli ultimi anni. Probabilmente non arriveremo mai a una verità definitiva, ma una delle tesi più condivise è stata raccontata vent’anni dopo gli eventi da Giovanni Marinelli, tra i primi fedelissimi del Duce e orchestratore di una violenta frangia che agiva in ambito puramente politico.

Fu effettivamente accusato di essere il mandante del sequestro Matteotti (senza mai chiamare in causa Mussolini) e trascorse per questo un anno e mezzo in carcere fino ad un’amnistia che liberava tutte le persone coinvolte dal caso. Il Presidente del Consiglio potrebbe non aver richiesto esplicitamente al Marinelli di massacrare il deputato antifascista, ma solo essersene lamentato a toni molto caldi con lui dopo il discorso del 30 maggio, e il sequestro ne sarebbe stata un’esagerata conseguenza da parte dello zelante gerarca. Ovviamente la versione ci appare piuttosto fragile, l’estremo tentativo di un fanatico di tutelare la memoria di qualcuno che aveva accompagnato dagli anni della Prima Guerra Mondiale. E a prescindere da questo, è davvero inverosimile che Mussolini non sapesse nulla di una situazione che, nel bene e nel male, lo avrebbe messo sotto i riflettori in modo ancora più clamoroso di quanto già non vi si trovasse.

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A cogliere l’eredità di Matteotti sarebbero stati dei volontari italiani in Spagna, durante la Guerra civile che avrebbe attratto a combattere sul suolo iberico tanti stranieri, sia tra i repubblicani sia tra i franchisti. Nell’agosto del 1936 si era costituita la Colonna Rosselli (o Colonna Italiana) per organizzare i volontari che intendevano opporsi a Franco; provenivano da gruppi di anarchici e socialisti e dal più importante movimento antifascista degli anni Trenta, Giustizia e Libertà, nella maggior parte dei casi esuli del fascismo italiano. Nel dicembre la nomina al comando del cattolico Ottorino Orlandini determinò la scissione dalla Colonna Italiana di un folto gruppo che si ricostituì sotto il nome di Battaglione Matteotti, in memoria del deputato. Il gruppo sarebbe confluito nel più grande Battaglione Garibaldi nella primavera successiva.

Quando Carlo Rosselli, leader di Giustizia e Libertà, aveva esortato gli antifascisti da Barcellona dicendo «Oggi qui, domani in Italia» non si sbagliava nemmeno sull’ispirazione per i combattenti. Dal settembre 1943 varie squadre di partigiani italiani socialisti cominciarono ad agire sul nostro territorio sotto la denominazione di Matteotti; la costituzione di una prima vera e propria brigata avvenne il 12 dicembre sul monte Grappa. Già nel gennaio 1944 le brigate poterono fregiarsi dell’evasione di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. In totale durante la Resistenza si possono contare settanta brigate Matteotti operative in tutto il centro-nord a stretto contatto con altri gruppi, come gli anarchici delle brigate Bruzzi-Malatesta in Lombardia o i comunisti delle Garibaldi in Piemonte.

Per tutto il 1944 Pertini continuò a riorganizzare i partigiani socialisti nel tentativo costante di superare le diverse tendenze intestine, recandosi personalmente tra i gruppi e partecipando anche alla liberazione di Firenze. Alla fine dell’anno sul massiccio del Grappa, là dove erano sorte, un’intera brigata delle Matteotti fu massacrata in uno scontro, e il direttivo decise di abbandonare la lotta in montagna per concentrarsi solo nelle città. Nonostante ciò, al momento della Liberazione del 25 aprile 1945 i partigiani che militavano nelle brigate Matteotti ammontavano a oltre 20.000. I tanti eredi di un solo uomo morto ventuno anni prima, capace di dimostrare che l’antifascismo è un metodo, una condotta, molto più che un fenomeno storico.

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Per saperne di più:

G. Borgognone, Come nasce una dittatura. L’Italia del delitto Matteotti, Laterza, 2013
E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Einaudi, 2000
G. Sabbatucci, 1924. Il delitto Matteotti, Laterza, 2012

Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole, montagne, musei e drink dai nomi bizzarri. Specializzato in storia economica, sociale e culturale del Medioevo, interessato a un po' troppe cose. Credo nel ruolo sociale dell'umanesimo e mi turba chi si prende sempre sul serio. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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