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Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti (al centro)

Giacomo Matteotti:
dalla parte giusta

7 minuti di lettura

Morire per delle idee si può. Alzare la voce e non piegare la testa è possibile, anche se il rischio è grande, anche se forse non ci si rende conto del pericolo che incombe. O forse sì, lo si capisce. Ma le idee non muoiono mai, sopravvivono al tempo, alle ingiustizie, ai crimini assurdi perpetrati da genti col pelo sul cuore e le mani impastate del sangue che si fa nero. Giacomo Matteotti lo sapeva, altrimenti non avrebbe urlato, qualche mese prima di morire, «Uccidete pure me, ma non ucciderete mai l’idea che è in me». Sapeva che sfidare i potenti lo avrebbe portato a imboccare una strada senza ritorno, che denunciare brogli e violenze è cosa giusta da fare, ma assai pericolosa se l’accusato è un fascista.

Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti (al centro)

Eppure bisogna gridare, altrimenti l’indifferenza ci rende complici. Bisogna alzare il tappeto e rivelare la polvere che vi è sotto, perché altrimenti la situazione peggiora, lo sporco si accumula e poi ci si abitua, finendo per  concepirlo come una componente normale. Scoperchiare le pentole può rivelare il rancido di elezioni truccate, intimidazioni scellerate, botte maldestramente negate. E togliere i coperchi può vuol dire rischiare, subire quello stesso trattamento scoperto, aborrito, denunciato e messo in atto da quattro o cinque energumeni che in camicia nera nel giugno 1924 rapiscono e massacrano forti della loro ideologia e della propria viltà. E allora sì che Giacomo Matteotti intravedeva il suo destino quando il 30 maggio di quell’anno, alla Camera, concluse il suo intervento dicendo «Io il mio discorso l’ho terminato, ora preparate il discorso funebre per me».

Il percorso verso la macchia della Quartarella se l’era tracciato mettendo nero su bianco le malefatte dei fascisti, l’esito torbido delle elezioni e le tangenti della concessione petrolifera al gruppo americano Sinclair Oil. Matteotti era un uomo morto che cammina, sulla cui bara dopo il decesso sedeva un Mussolini[1] che anni dopo lo avrebbe definito un semplice «cadavere gettato davanti ai miei piedi per farmi inciampare».

Giacomo Matteotti
La prima pagina de “Il Popolo” di sabato 14 giugno 1924
www.pensaredemocraticoconversano.it

Del suo rigore morale rimane forse ben poco nell’Italia di oggi, dove all’alzata di voce si preferisce la docilità, al rifiuto la mazzetta e piuttosto che metterci la faccia si fa prima a perderla. Eppure è di figure come questa che avremmo bisogno, in un momento in cui credere che la magistratura debba esercitare sino in fondo il suo ruolo di ordine indipendente è sempre più un’esigenza e un’urgenza, per perseguire senza eccezione le violazioni del codice penale, anche se compiute dalle più alte cariche dello Stato. L’immagine di Giacomo Matteotti necessita di essere ripulita dalla polvere della toponomastica, buona solo a riempire le città di un ricordo sfumato che non merita omaggi di convenzione. Deve però essere rimossa anche dalla teca dei martiri, resi tali da un’Italia acciaccata e impaurita che ha sempre bisogno di “santi” immolati per guardare in faccia se stessa.

L’unico modo per ricordare, e forse rimpiangere, oggi, Giacomo Matteotti è guardare a lui come uomo, alla sua esperienza politica come amministratore locale del Polesine e poi deputato socialista, al radicamento sul territorio che seppe interpretare in maniera esemplare, toccando il piano economico e sociale, intellettuale e poi morale. In qualità di amministratore di Fratta e altri comuni limitrofi aveva la nota fama di “spulciatore” dei bilanci, intento a verificare che i contratti per i grandi lavori pubblici non fossero fonte di ingiustizia e abusi, così come le delibere d’urgenza delle giunte comunali. A turbarlo più di ogni altra cosa era la disuguaglianza sociale, lui ricco per aver ereditato terreni ma sempre attento alla situazione dei diseredati del Polesine, analfabeti al 70%.

Trasporto della salma di Matteotti dopo il ritrovamento.
Trasporto della salma di Matteotti dopo il ritrovamento.

Non è un caso, dunque, che da deputato abbia combattuto le sue più grandi battaglie per garantire maggiori finanziamenti alla pubblica istruzione, accusando persino un ministro della Pubblica istruzione di discutere i problemi della scuola in maniera troppo vaga. Il responsabile in questione era Benedetto Croce, cui Matteotti si rivolse senza sconti dicendo: «Voi state speculando filosoficamente sulle nuvole. Qui non si viene con i libri di estetica, ma con dei programmi pratici e questi si ha il dovere di assolvere».

Era uno che badava a restare sempre «fondato sulle cose», come quando un collega socialista lo ricordava intento a passare ore «nella biblioteca della Camera a sfogliare libri, relazioni, statistiche da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare con la parola e con la penna». È forse questo a mancarci di più di lui, la profonda convinzione che sia sempre possibile trasformare qualsiasi strumento in arma, combattere dalla parte giusta del mondo e lasciare, qualsiasi cosa accada, una speranza per il domani.

[1] Il riferimento è alla famosa vignetta pubblicata il 22 giugno 1924 sulla rivista satirica Il Becco giallo, in cui il Duce con espressione truce siede sulla bara di Matteotti

Giacomo matteotti
Vignetta apparsa il 22 giugno 1924 su Il becco giallo
bvarennes-premiere-esabac.blogspot.com

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Ginevra Amadio

Nata a Roma. Ama la letteratura, il cinema e la scrittura intesa come mezzo per diffondere liberamente il proprio pensiero.

2 Comments

  1. […] Morire per delle idee si può. Alzare la voce e non piegare la testa è possibile, anche se il rischio è grande, anche se forse non ci si rende conto del pericolo che incombe. O forse sì, lo si capisce. Ma le idee non muoiono mai, sopravvivono al tempo, alle ingiustizie, ai crimini assurdi perpetrati da genti col pelo sul cuore e le mani impastate del sangue che si fa nero. Giacomo Matteotti lo sapeva, altrimenti non avrebbe urlato, qualche mese prima di morire, «Uccidete pure me, ma non ucciderete mai l’idea che è in me». Continua a leggere… […]

  2. […] Giacomo Matteotti: dalla parte giusta – Morire per delle idee si può. Alzare la voce e non piegare la testa è possibile, anche se il rischio è grande, anche se forse non ci si rende conto del pericolo che incombe. O forse sì, lo si capisce. Ma le idee non muoiono mai, sopravvivono al tempo, alle ingiustizie, ai crimini assurdi perpetrati da genti col pelo sul cuore e le mani impastate del sangue che si fa nero. Giacomo Matteotti lo sapeva, altrimenti non avrebbe urlato, qualche mese prima di morire, «Uccidete pure me, ma non ucciderete mai l’idea che è in me». Leggi tutto […]

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