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Divagazioni sulla bellezza

15 minuti di lettura

di Stefano Casarino.

Antonio Canova, "Le tre Grazie"
Antonio Canova, “Le tre Grazie”

Siamo ancora interessati alla “bellezza” in questo nostro tempo così confuso, che qualcuno definisce postmoderno, altri addirittura premoderno (come ripete Carlo Freccero), in cui tanti valori si sono smarriti e vanificati senza essere stati sostituiti da altri? Parliamo (in senso ironico?) di Grande bellezza (recentissimo film del 2013 che ha ottenuto uno strepitoso successo, vincendo addirittura il Premio Oscar come miglior film straniero), ma sappiamo cosa significa questo termine?

La lingua è, sempre, un formidabile strumento di comprensione. Controllando come si dice “bello”, constatiamo che nelle lingue romanze si è affermata la derivazione dal latino bellus, voce del sermo cotidianus del I sec. a.C., cioè della parlata popolare, attestata in Catullo (omnia bella – tutte le cose belle – e bellum passeremil bel passero – del terzo carme, quello dedicato alla morte del passero di Lesbia), invece del più classico pulcher. Ma il latino ha altri termini: formosus (così venne chiamata l’omonima isola, Formosa, “la bella”), lepidus, venustus. In francese abbiamo: beau, bon, amant, sacré; in spagnolo: bello, hermoso, bonito, lindo; in inglese: beautiful, handsome, pretty, pleasant, agreable, fine, cute, lovely, good; in tedesco: schön (da scheinen, “risplendere”: questo è un suggerimento importante, che riprenderemo: il bello è luminoso, dà luce); hübsch, reizend, gut; in russo: krasvij; in giapponese: yashi (lo stesso termine indica “bello” e “buono”); in greco classico abbiamo kalòs (ma in greco moderno significa “buono”, sin dai Vangeli). E, infine, in italiano: bello, splendido (ancora l’idea della luce!), carino, grazioso, stupendo (letteralmente: che lascia a bocca aperta), magnifico, eccetera.

Cosa si può dedurre da tutto ciò? Principalmente due cose:

  • i termini per indicare il bello in tutte le lingue sono plurimi, anche se ciascuno coglie un particolare aspetto della bellezza. E dunque: la bellezza è plurale!;
  • molto spesso c’è nelle lingue una forte connessione tra “bello” e “buono”. È forse qui la primigenia unità del bello, che noi un po’ abbiamo perduto e che non ci farebbe male riscoprire.

Ci può aiutare, allora, forse più ancora di Platone – il primo nome che verrebbe alla mente – Plotino (203/5 – 270) che nelle Enneadi così scrive:

«La bellezza è una vera realtà, mentre la bruttezza è una natura diversa. […] sicché sono la stessa cosa il Buono e il Bello, oppure il Bene e la Bellezza. Bisogna dunque ricercare con lo stesso metodo il Bello e il Bene, il Brutto e il Male. Bisogna porre anzitutto che il Bello è lo stesso che il Bene […]. È necessario che colui che vede la bellezza dei corpi non corra ad essi, ma sappia che essi sono immagini e tracce e ombre e fugga verso quella Bellezza di cui essi sono immagini. Se si corresse loro incontro per afferrarli come fossero realtà, si sarebbe simili a colui che volle afferrare la sua bella immagine riflessa sull’acqua – come la favola, mi pare, vuole dimostrarci – ed essendosi piegato troppo verso la corrente profonda disparve; nello stesso modo colui che tende alle bellezze corporee, non col corpo, ma con l’anima, piomberà nelle profondità tenebrose ed orribili per l’Intelligenza e soggiornerà nell’Ade, cieco compagno delle ombre. […] Come si può vedere la bellezza dell’anima buona? Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa come lo scultore di una statua che deve diventare bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, tu leva il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purifica ciò che è fosco e rendilo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua, finché non ti si manifesti lo splendore divino della virtù. […] L’occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole, né un’anima vedrebbe il bello se non fosse bella».

Tanti, qui, sono i concetti importanti: la Bellezza è realtà, mentre il Brutto è de-formazione, apparenza inconsistente e fuorviante; Bello e Buono vivono in simbiosi, sono due facce della stessa identità – concetto cardinale in tanta parte della cultura occidentale; la Bellezza, se male intesa, può ingannare (il riferimento a Narciso); la Bellezza chiama sempre in causa la propria anima, se si vuole raggiungere la vera bellezza interiore, come lo scultore opera con la statua, rimuovendo, togliendo, essenzializzando; ci deve essere sintonia tra chi guarda e chi è guardato; infine, la Bellezza è splendore divino, come la luce (sempre il dominio della luce) del sole, che l’occhio umano può vedere perché vi è sempre affinità, quasi una sorta di parentela tra ciò che contempla e ciò che viene contemplato.

Il bello non si definisce, si percepisce. Proprio questo significa il termine estetica che deriva dal greco aisthanomai «mi accorgo, mi rendo conto, percepisco». È, però, un termine relativamente recente, usato per la prima volta nel 1750 da Alexander Gottlieb Baumgarten (1714-1762): «L’estetica è la scienza della conoscenza sensitiva», afferma, ritenendola quindi un’arte liberale, produttrice di cultura, di pari dignità della conoscenza logico-razionale. In tempi più vicini a noi James Hillman ha scritto:

«l’estetica comincia nel soprassalto di sorpresa, nel respiro inalato e trattenuto per la meraviglia. L’estetica nasce da un’immagine epifanica, dalla forza del carattere che si rivela nella sua pienezza, come un’opera d’arte»
(La forza del carattere, 1999, trad.it. Milano 2000).

In età romantica invece John Keats in versi immortali ha decretato: «La Bellezza è Verità, la Verità Bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere» (Ode su un’urna greca, 1819).

Il miglior commento a ciò è forse questa lirica di Emily Dickinson (1830-1886):

«Ero morta per la Bellezza, ma da poco.
Ero stata accomodata nel sepolcro,
Quando uno che era morto per la Verità fu deposto
Nella stanza accanto.
Dolcemente, mi chiese: “Come è mancata lei?”
“Per la Bellezza”, risposi.
”Ed io per la Verità, le due sono una:
Siamo fratelli”, disse.

Così, come conoscenti che si incontrano di notte
Parlammo da una stanza all’altra
Fino a che il muschio raggiunse le nostre labbra
E coprì i nostri nomi».

Quali sono nel mito e nella cultura in genere le figure  che incarnano l’idea di bellezza, affascinante e pericolosa, vera arma a doppio taglio, Tormento ed estasi, per dirla col bel titolo del libro di Irving Stone (1961)?

Non si può non iniziare da Afrodite, che troviamo un po’ ovunque: in ben due Inni omerici (V e VI); nel celebre inno cletico di Saffo – lì è immaginata su un trono variopinto, pronta però a scendere sulla terra su un cocchio trainato da passeri e a rispondere all’accorata invocazione della poetessa che la vuole alleata; nel tremendo prologo dell’Ippolito di Euripide – dove denuncia la sua intenzione di vendicarsi nel modo più efferato del giovane che la disprezza; nel luminoso, straordinario Inno che apre il poema lucreziano e che ha influenzato Sandro Botticelli (La nascita di Venere e La primavera).

Subito dopo bisogna citare Apollo, il dio androgino e obliquo, dell’arco, della cetra – e quindi della poesia e della musica –, della luce e del sole (ancora una volta ritroviamo la costante equazione: bello=luminoso). Stupendo e tremendo, capace di provocare le pestilenze che danno inizio all’Iliade e all’Edipo Re, di vendicarsi di Marsia e di trasformare Dafne. Tra le tante raffigurazioni, possiamo ricordare l’Apollo del Belvedere, così considerata da uno che di bellezza se ne intendeva: «La statua di Apollo rappresenta l’ideale più alto dell’arte tra tutte le opere dell’antichità che sono sfuggite alla distruzione» (Johann Joachim Winckelmann, 1717-1768).

E poi, Adone: il vero prototipo della perfetta bellezza maschile; divinità non di origine greca (connesso forse ad Osiride; certamente il nome è esemplato dall’ebraico Adonai, Signore), il cui culto è ancor oggi misterioso. Secondo una variante del mito, viene ucciso da un cinghiale, aizzatogli contro dal geloso Apollo (la bellezza è, purtroppo, troppo spesso fonte di discordia, di gelosia, di odio) ma Zeus gli concede di vivere quattro mesi all’Ade, quattro sulla terra con Afrodite e quattro dove preferisce lui: simbolo della bellezza che non muore e che perennemente si rinnova. Il mito di Adone ebbe  grande successo nel Barocco, basti pensare all’omonimo poema di Giovan Battista Marino (1569-1625), il più lungo poema di tutta la nostra letteratura. Tra le raffigurazioni pittoriche potremmo ricordare Venere e Adone di Tiziano (1553), conservata al Prado di Madrid.

Come non menzionare, come esempio per antonomasia della bellezza femminile, Elena? Da Omero in poi, costituisce una sorta di fil rouge della letteratura classica: amata-odiata, difesa e accusata, giustificata e vituperata. Stesicoro, Saffo, Eschilo, Euripide, Gorgia, Isocrate… Quanti autori hanno detto la loro su questa figura che continua ad affascinarci!

In precedenza ha fatto capolino Narciso: la bellezza che si auto contempla, che crede forse di poter bastare a se stessa ma che è causa della propria rovina. Magistrali i versi di Ovidio (Metamorfosi, III, 413 sgg.), interessantissima la lettura del mito in chiave psicoanalitica. Tra le tele, possiamo citare Narciso al fonte (1600) attribuito da Roberto Longhi a Caravaggio.

Per non restare solo all’antico, citiamo almeno due miti del moderno: Don Giovanni è l’incarnazione di chi idolatra la bellezza sino alla distruzione di tutte le convenienze e le convenzioni sociali. Ciò appare evidente, senza dubbio, non nella sua prima apparizione (Tirso da Molina, 1630) ma in Molière (1665) e soprattutto in Wolfgang Amadeus Mozart (1787): ed è comunque figura che ci tiene compagnia ancor oggi, passando da Søren Kierkegaard a Charles Baudelaire, da Vitaliano Brancati a José Saramago (nel 2006 è stato data al Teatro alla Scala Il dissoluto salvato, musica di Azio Corghi e testo di José Saramago).

Chiudiamo col mito decadente di Dorian Gray (1891): il demonico connubio tra bellezza e giovinezza, il tentativo di correggere l’antico Titono, per cui l’incauta Eos aveva chiesto l’immortalità ma non l’eterna giovinezza. Qui si resta giovani, diabolicamente a lungo, finché…

Cosa possiamo concludere da questa panoramica? La bellezza è salvezza (F. Dostoevski) o disperazione (S. Kierkegaard)? Forse né l’uno né l’altro. Forse ha più ragione Ugo Foscolo: è «l’aurea beltate ond’ebbero /ristoro unico ai mali/ le nate a vaneggiar menti mortali»: un aiuto, un conforto, un balsamo alla fatica, e spesso alla bruttezza, dell’esistere.

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Redazione

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