Elena di Sparta: errata corrige di un passaporto femminista

Durante le nozze di Peleo e Teti – futuri genitori del celebre eroe epico Achille – una mela d’oro viene fatta rotolare sulla tavola imbandita. Cessato il suo moto vorticoso, rivelerà sul proprio dorso una scritta: «alla più bella». Solo cinque sillabe, e in quelle cinque sillabe il destino di centinaia di uomini, la radice di un conflitto che si concluderà solo dieci anni dopo con la capitolazione di Troia. Divorata dalle fiamme, della città non sopravvivrà che un mostruoso scheletro di cenere e polvere, assieme a quelle parole omeriche che conferiranno al suo antico splendore e alle gesta eroiche di cui fu teatro l’immortalità.

Elena di Sparta
Natale Attanasio, Il giudizio di Paride: il pomo della discordia (1893), affresco di Palazzo Cirino, Nicosia

«La storia greca ha inizio con un crimine atroce, la distruzione di Troia. Lungi dal gloriarsene, come fanno di solito le nazioni, i greci sono stati assillati dal ricordo di quel crimine come da un rimorso. Da essa, attinsero il sentimento della miseria umana.»

Simone Weil, La rivelazione greca

E non vi è, per Simone Weil, raffigurazione della miseria umana più straziante ed esemplare di quella che permea le pagine dell’Iliade. Dolore, violenza, ferocia, tenerezza: padri che seppelliscono i figli, figli che seppelliscono i padri; giovani spose ora giovani vedove, donne un tempo sovrane, ora fatte schiave, pagano a caro prezzo l’eroismo talvolta cieco e spietato dei propri uomini. Come Ecuba, il cui lamento riecheggerà nei secoli alla vista straziante dell’uccisione del marito Priamo da parte di Pirro; della perdita dei figli, caduti uno dopo l’altro come tessere di un domino che non conosce più equilibrio né regole, se non quelle della meschinità e dell’ossimorica – o forse intrinseca? – bestialità umana.

Un rovesciamento, una peripéteia, per dirla con Aristotele. Un sovvertimento tragico che sbalza i combattenti giù da quelle bighe che prima celebravano la gloria dei vincitori ed ora commemorano solo la miseria degli sconfitti. Questo il destino di Ettore, un Cristo senza croce né Verbo: la fiducia nell’umanità si sgretola nell’immagine dei suoi talloni trafitti e agganciati al carro che ne trascina il corpo esanime attorno alle mura di Troia, preda di un silenzio incredulo, funereo, premonitore degli orrori che ne precederanno la caduta.

Elena di Sparta
Sergey Postnikov, Addio di Ettore e Andromaca (1863), olio su tela

E tutto per colpa di una donna. Tutto per colpa di Elena.

Dolcemente rise Venere: «Lascia,
Paride, questi doni pericolosi e incerti.
Ti indicherò chi amare, e avverrà che la figlia
bellissima di Leda cada tra le tue braccia».
Così mi disse e, prescelta per la bellezza e i doni,
vincitrice riprese il cammino del cielo.

Ovidio, Heroides, vv.51-88

Il pomo della discordia lanciato da Eris reclama una padrona. Zeus decide che sarà Paride, giovane e avvenente principe troiano, a decretare la vincitrice. Persuaso dalla promessa di ricevere in dono Elena, sposa del re di Sparta Menelao e già celebre per la sua – incolpevole – bellezza, Paride sceglie Afrodite. Con l’aiuto di quest’ultima rapirà Elena da Sparta, scatenando nel marito Menelao un’ira che non avrà nulla da invidiare a quella del «Pelìde Achille» che apre il proemio: deciso a vendicarsi del ratto della moglie, chiederà al fratello Agamennone di accompagnarlo con il suo esercito a Troia. Questo, secondo il mito, il casus belli.

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Come si è potuto constatare, Elena proviene da Sparta. Volendo essere più precisi, Omero le attribuisce l’epiteto «argiva», senza però addurre ulteriori specifiche. In ogni caso, contrariamente a ciò che il senso comune tramanda, Elena non è originaria di Troia (o Ilio), città che, secondo le ricostruzioni storiche, si troverebbe nell’odierna Turchia. Ma allora perché la ricordiamo come Elena di Troia e non di Sparta?

Forse la risposta risiede nella progressiva e posteriore soppressione della connotazione geografica del termine: città da abitare ieri, modo di essere – insulto sessista – oggi. Questa spiacevole obliterazione sembrerebbe essere sintomo del più generale svilimento di cui è vittima. Rapita due volte – la prima da Teseo, la seconda da Paride -, Elena è un tipico esemplare di donna-oggetto: sballottata come un pacco-espresso da una parte all’altra del mondo antico, è bersaglio delle congetture di un servizio postale tutto al maschile, fatta ovviamente eccezione per intermediari di sesso opposto come Afrodite, prode pioniera della strumentalizzazione della bellezza femminile. Dalla presenza letteraria circostanziale, quasi velata, ma dalla colpa necessaria, Elena è un personaggio aneddotico, una «cagna» – come arriverà a definire se stessa rispetto al cognato Agamennone per bocca di Omero – capro espiatorio di un massacro decennale.

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Quello della colpa è un veleno che stilla già dall’aoristo «eilon», da cui Eschilo farebbe derivare il suo nome e dalla cui radice verbale “-el” verranno coniati i suoi tre epiteti «hélandros», «hélenas» ed «heléptolis»: rovina di navi, di uomini, di città. Nella tragedia eschilea Agamennone, Elena accetta difatti di buon grado di fuggire da Sparta al fianco di Paride. Diversa è la versione di Gorgia, che nel suo Encomio di Elena ci restituisce una fanciulla incolpevole poiché vittima di due forze impossibili da fronteggiare: il volere divino della sopracitata Afrodite e quella persuasiva di Paride.

Per non parlare del «giuramento di Tindaro». Perché se il contesto storico di riferimento non ci consente di stupirci del fatto che Elena sia obbligata uno a sposarsi e due a scegliere tra una schiera di baldi giovani, stupisce invece che il padre Tindaro costringa tutti quanti i pretendenti a giurare di prestare eventualmente soccorso al prescelto in caso di sua necessità. A richiedere la tutela della propria salvaguardia non è Elena: il «giuramento di Tindaro» non è frutto del capriccio di una sposa fin troppo consapevole della propria bellezza e dei pericoli ad essa connessi, ma di un padre che consegna l’incolumità – e in senso lato la libertà – della figlia ai suoi pretendenti, vincolandoli nelle trame di un voto infrangibile. Elena persuasa da Paride. Elena rapita da Paride. Elena salvata dal marito, dai suoi corteggiatori, dagli achei. Elena perennemente oggetto delle pretese di qualcun altro, eppure colpevole. Elena di Troia e non di Sparta: sul suo passaporto la macchia di una colpa bugiarda, di una menzogna che, indisturbata, cavalca i secoli facendone, come tramanda Eschilo, una «donna dai molti uomini», la madre, la matrice (matrix, l’«utero») di tutte le libertine del domani.

Elena quindi, stando a queste interpretazioni, sarebbe niente meno che un fantoccio di carne dalle fila manipolate dalla discrezionalità divina, un essere privo anche di quell’ultima briciola di volontà cosciente sopravvissuta alla misoginia della grecità antica.

Complice di questa stucchevole e sempiterna imbecillità decisionale, frutto altresì di quella demenziale equazione secondo cui ciò che si aggiunge in bellezza va di rimando sottratto in intelletto, Elena è sempre raggirata o persuasa da qualcuno. Come ci ricorda la filosofa Maura Gancitano, Elena non può essere responsabile (perché di fatto non decide) di ciò che fa, ma è sempre colpevole di ciò che le accade. Non è responsabile delle pulsioni che gli altri uomini, come Paride, nutrono nei suoi confronti. Eppure ne è colpevole. Non vi ricorda niente? Un certo «se l’è cercata», cifra retorica peculiare dell’imperante cultura dello stupro, ad esempio?

Non si capisce perché, insomma, non si possa quanto meno tenere in considerazione che ciò che le accade – o anche solo parte di esso, perché in un orizzonte cosmologico quale quello greco non è mai possibile prescindere totalmente dal concorso divino – sia frutto di una sua scelta. La scelta, magari, di abbandonare un matrimonio infelice e di fuggire con Paride.

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La verità è che ciò che sul passaporto di Elena si presenta banalmente come un’errata corrige mancata ha in realtà un significato ed una valenza specificamente politica. Elena ha continuato a provenire da Troia e non da Sparta perché si è voluto identificarla con la propria colpa: quella di aver rigettato il paradigma costituito di donna fedele per seguire, forse, l’istinto.

Ricordare che Elena viene da Sparta e non da Troia non costituisce dunque solo un tributo ad una verità storico-letteraria per lungo tempo, e strategicamente, sommessa. Significa prendere atto che ciò che secondo gli schemi dell’Avanti Cristo era sinonimo di libertinaggio lo è anche qui, oggi, nel XXI secolo. Significa riconoscere che la società in cui vive Elena è solo una trasposizione mitica dello scacchiere contemporaneo, ma non diversamente appestato da uno schematismo patriarcale striato dalle sfumature di un sessismo sempre più spietato, arrogante e becero, su cui si gioca la partita concreta di coloro che a fronte delle proprie giuste, inoppugnabili rivendicazioni, vengono tacciate con disprezzo di essere sue figlie, o, più direttamente, figlie di quella Ilio che vorrebbe bugiardamente darle i natali.

Elena di Sparta
Elena in Troy, di Wolfgang Petersen (2004)

La verità è che forse Elena si fa portavoce di due insegnamenti ancora oggi considerati fin troppo pericolosi: il primo, non considerarsi – e non lasciare mai che si possa venire considerate – proprietà di qualcun altro; il secondo, che non c’è colpa nel trovare il coraggio di abbandonare ciò che non si ama per seguire ciò che si sente. E in ciò è insita la ragione per cui quando noi donne abbiamo il coraggio di farlo, di rivendicare il diritto di scegliere della nostra vita, del nostro corpo, del nostro modo di gestirlo, abitarlo, donarlo o negarlo sbeffeggiando e rigettando le aspettative costituite, veniamo spesso tacciate di un delirio d’onnipotenza illegittimo, fuori luogo, o persino accusate di star ingaggiando una lotta contro i mulini a vento di una disparità di genere immaginaria, quasi proiettiva di un nostro connaturato e frustrante senso d’inferiorità. Come se non solo nascessimo inferiori, ma avessimo addirittura la presunzione di lamentarcene, ricercando nelle dinamiche storiche e socio-economiche il capro espiatorio della nostra fatale sciagura. Per non parlare di chi lo scotto di questa lotta, di questo dissenso, lo paga al prezzo dell’umiliazione, della violenza o – come ci suggerisce l’agghiacciante diffusione del termine “femminicidio” nei nostri spazi di informazione – della vita.

Non sinonimo di libertinaggio, ma di libertà. Di autonomia, di rivendicazione, di dissenso. Ogni volta che sentirete geo-localizzare una donna a Troia, dunque, ricordate di avere di fronte una donna libera. Una donna che lotta affinché, un domani, anche ciascuna di voi lo sia. E alla cui lotta inevitabilmente prendere parte.


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Sara Campisi
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