fbpx

«Esercizi di fiducia»: il teatro dell’abuso tra verità e finzione

12 minuti di lettura

Una volta, il re dell’horror Stephen King disse che «la finzione è la verità dentro la bugia». La finzione più nota a tutti è quella narrativa, che raccontando una storia inventata – la bugia, appunto – risulta spesso più veritiera della realtà che cerca di rappresentare. La frase di King si addice alla perfezione a Esercizi di fiducia (Trust Exercise, 2019), romanzo dell’autrice americana Susan Choi pubblicato lo scorso gennaio dalla casa editrice romana SUR nella collana Big Sur con traduzione di Isabella Zani. Vincitore del National Book Award nel 2019, il romanzo di Choi è un libro cervellotico che pagina dopo pagina mette in gioco la percezione del lettore e l’affidabilità della narrazione.

esercizi di fiducia
Susan Choi. Fonte: wnyc.org

«Esercizi di fiducia» di Susan Choi: la trama

La storia raccontata da Esercizi di fiducia si svolge negli anni Ottanta nell’istituto di arti performative Citywide Academy for the Performing Arts, chiamata semplicemente CAPA, situata in una «vasta metropoli del Sud degli Stati Uniti». Questo è il contesto in cui si conoscono David e Sarah, due giovani allievi della scuola che si innamorano l’uno dell’altra. La loro sarà una relazione complicata: «Per David, l’amore era dichiarazione. Che altro se no? Per Sarah, l’amore era un segreto condiviso. Che altro se no?». Fra i due, però, si rivelerà non esserci sintonia, e dunque le loro strade si divideranno.

I protagonisti frequentano assieme gli stessi corsi, tra cui quelli dell’esigente professor Kinglsey, che sottopone i suoi studenti agli “esercizi di fiducia” – quelli che danno il nome al romanzo – obbligandoli a esprimere le proprie emozioni e le proprie paure, poiché «la recitazione è: fedeltà a un’emozione autentica in circostanze immaginarie. La fedeltà a un’emozione autentica è: rivendicare i propri sentimenti».

esercizi di fiducia
Copertina del libro a cura di © SUR

Fin qui una trama molto convenzionale, si potrebbe dire da romanzo di formazione o da campus novel, con due protagonisti di diversa estrazione sociale: David è ricco e viaggia per il mondo; Sarah vive con sua madre in un comprensorio residenziale dopo che il padre le ha abbandonate. Questo schema ricorda molto, per esempio, romanzi di successo come Persone normali di Sally Rooney oppure Tempi eccitanti di Naoise Dolan.

Leggi anche:
«Persone normali» di Sally Rooney: un meritato caso editoriale

In realtà, la situazione è più complicata di quel che sembra. La storia, infatti, è raccontata da diversi punti di vista, e ogni personaggio che entra in scena come Karen, Claire, Martin o Robert, mette in crisi ciò che viene narrato attraverso versioni diverse della stessa storia che si smentiscono l’un l’altra, e che svelano, dunque, la menzogna – o verità – dietro ognuna di essa. Ciò che scoprirà il lettore sarà, in realtà, una storia di abusi e sopraffazione, e di fragilità della memoria, una storia molto attuale che ricorda la triste vicenda del #MeToo, sebbene l’autrice abbia finito di scrivere il romanzo prima che scoppiasse lo scandalo di Harvey Weinstein nell’autunno 2017. 

Analisi testuale: esercizio di fiducia come metafora di finzione narrativa

Spiegare cosa sia esattamente Esercizi di fiducia non è affatto semplice. Nella sua recensione al romanzo pubblicata sul numero del 16 gennaio scorso di Robinson, Michela Marzano ha provato a definire nel seguente modo il romanzo di Susan Choi:

«Un capolavoro di costruzione e di stile, che affronta il tema della fiducia nelle sue molteplici sfaccettature. C’è la fiducia nell’amicizia e nell’amore. C’è la fiducia nell’arte e nella scrittura. C’è la fiducia che lega i figli ai genitori e i genitori ai figli. C’è la fiducia nella vita e nella verità della fiction. Anche se poi, parlare di fiducia, implica necessariamente anche il tema del tradimento. Che prima o poi interviene, distruggendo legami affettivi e ambizioni personali. Sebbene sia solo quando la realtà viene tradita dall’invenzione che la letteratura si eleva».

Il libro, infatti, è suddiviso in tre parti, entrambe intitolate “Esercizi di fiducia”, come quelli che i protagonisti realizzano sotto la supervisione del professor Kingsley:

«Alcuni erano basati sul dialogo e somigliavano alla terapia di gruppo; altri richiedevano silenzio, occhi bendati, cadute all’indietro da tavoli o scale a pioli sull’intreccio formato dalle braccia dei compagni».

Come gli esercizi di fiducia che si fanno a teatro, anche questo romanzo richiede la partecipazione di più persone: i personaggi dalla cui prospettiva è raccontata la storia – Sarah, Karen e Claire – e il lettore, che comunicano con la mediazione dell’autrice del romanzo. La fiducia che Susan Choi chiede a entrambe le parti è in quella che Marzano definisce «verità della fiction», che è sì menzognera, ma chiede al lettore di lasciarsi andare e di fidarsi della prospettiva da cui ogni parte è narrata, poiché paradossalmente la finzione sa essere più vera della realtà.

«Esercizi di fiducia»: elaborazione del trauma tra realtà e finzione

Il romanzo, dunque, non è altro che un grande esercizio di fiducia che il lettore deve compiere nei confronti di quello che legge. Egli, infatti, deve lasciarsi trasportare dalle tre versioni diverse della stessa storia e fidarsi di ciò che dicono nonostante la presenza di un certo grado di menzogna.

La prima versione è quella che vede protagonista Sarah alle prese non solo con il suo amore per David, ma anche con il suo rapporto con Martin e Liam, rispettivamente regista e attore di una compagnia teatrale liceale inglese ospite alla CAPA. La seconda, invece, vede protagonista Karen, amica del cuore di Sarah, sedotta da Martin e poi abbandonata. Quanto alla terza, infine, leggiamo il tutto dalla prospettiva di Claire, ragazza in cerca della verità sulla sua madre biologica, studentessa di arti drammatiche il cui vissuto sembra simile a quello di Karen e Sarah, in quanto anche lei ha avuto una relazione con un suo insegnante, presumibilmente Robert Lord, direttore della Lewis School for the Arts.

Tutte e tre le versioni sono vere, ma allo stesso tempo false. Si smentiscono l’un l’altra, omettono dettagli importanti per proteggersi ma anche per proteggere qualcuno che amano, sebbene questo sia tutt’altro che amore. Il piano del reale e quello della menzogna si fondono fino a diventare irriconoscibili:

«La bugia smaccata, o la nuda verità che non viene mai detta. Non c’è nessun Manuel, o ce ne sono molti. Sarah non ha fatto nulla del genere, oppure ha fatto tutto, anche ciò che attribuisce ad altri. Karen non sapeva nulla, oppure sapeva tutto tranne la piega che prende questa storia adesso. Sarah la racconta per rivelare una verità nascosta – o per nascondere il vero sotto una falsità plausibile, scombinando la realtà storica con la logica del sogno fino a renderla irriconoscibile».

In questo passo sta la chiave di tutto. Come in una matrioska, la storia di Sarah nasconde dentro di sé una verità che si fa sempre più evidente leggendo le versioni di Karen e Claire. Quella che sembra essere una semplice storia adolescenziale di primi amori e lezioni con professori esigenti è in realtà una storia di abusi e sopraffazione. Dobbiamo immaginare – verbo adatto quando si ha a che fare con storie la cui verità è messa in discussione – che queste tre storie siano state scritte dalla stessa persona – da Sarah, da Karen, da Claire, o da nessuna di loro – che è intenzionata a mostrare al lettore quanto sia difficile denunciare gli abusi ma anche certe dinamiche di potere che costringono a tacere le vittime. La finzione, dunque, serve alle tre protagoniste – o a chi si cela dietro di loro – per denunciare le dinamiche di sopraffazione messe in atto da chi ha il potere, mostrare gli effetti che hanno sulle vittime, ma allo stesso tempo illustrare la complessità nel raccontare il trauma, poiché la memoria è sempre frutto di ricostruzione selettiva dei ricordi, specie quando si tratta di raccontare un abuso.

Leggi anche:
La paura come consapevolezza del sé in «Mandibula»

Esercizi di fiducia, dunque, non è soltanto un riuscito gioco metanarrativo che sfida la percezione del lettore, ma anche un intricato intreccio di storie che si contraddicono l’un l’altra, che mentono e plasmano la loro versione dei fatti per svelare, nella menzogna, una verità fatta di abusi e sopraffazione.

«Tutti quanti, credo si possa dire serenamente, ci fissiamo su qualche episodio del passato, magari perché vorremmo riviverlo com’era, magari perché vorremmo tornare indietro e cambiarlo. Ad ogni modo questa della fissazione sui frammenti del passato è una tendenza diffusa».

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Se ti piace quello che facciamo, puoi sostenerci iscrivendoti al FR Club o con una donazione.

Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram, e iscriviti alla nostra newsletter!

Fonti:
Michela Marzano, Dove abita la verità?, Robinson – La Repubblica, 16 gennaio 2021

Immagine in evidenza: dettaglio della copertina

Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee all'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.