Facebook e il caso Cambridge Analytica. Ma ce l’abbiamo ancora una vita privata?

Non arrivi a 500 milioni di amici senza farti qualche nemico. Lo disse David Fincher 8 anni fa circa, nel film-racconto sulla nascita del social network più famoso di sempre, Facebook. Oggi lo pensano più o meno tutti perché il limite tra privacy e divulgazione è stato superato e il social creato dal genio di Mark Zuckerberg rischia di vivere la più grande crisi dalla sua nascita ad oggi. Ma cosa sta succedendo a Facebook e perché il social più famoso del mondo è coinvolto nelle dinamiche legate alle elezioni presidenziali Usa del 2016?

L’inchiesta

Torniamo indietro e facciamo chiarezza. Il polverone che fa tremare Mark Zuckerberg e soci scoppia qualche giorno fa a seguito dell’inchiesta portata avanti dal The Guardian sulla società di data analytics che ha collaborato alla campagna elettorale di Trump, la Cambridge Analytica. Per farla breve la società è accusata di aver prelevato in modo non del tutto trasparente – per usare un eufemismo – dati riservati di almeno 50 milioni di elettori americani dai loro profili Facebook. Cambridge Analytica, fondata nel 2013 dall’imprenditore conservatore Robert Mercer, è specializzata nel raccogliere dati partendo dalle reti social (parliamo dei classici “mi piace” ai post, delle condivisioni, delle pagine preferite ecc.). In questi tipi di procedure tutte le informazioni vengono classificate, elaborate da modelli e algoritmi appositamente studiati e il gioco è fatto: si definisce un profilo psicologico dell’utente.

Facebook

da dreamstime.com

Ma cosa lega Facebook a Cambridge Analytica?

Per capire dove sta il problema occorre fare un altro passo indietro, fino al 2015, anno in cui Aleksandr Kogan, ricercatore dell’Università di Cambridge, inventa un’applicazione dal nome Thisisyourdigitallife, un app che ricostruiva il profilo psicologico dell’utente in base alle sue abitudini online. Per utilizzarla bastava accreditarsi con il Facebook Login, metodo comodo e funzionale, studiato per evitare la creazione di nuovi profili e nuove password.

Il prezzo era il via libera ai propri dati personali (indirizzo mail, sesso, età, nazionalità ed informazioni personali registrate su Facebook). Fin qui niente di strano: le condizioni erano trasparenti e Facebook dichiarava sempre ai propri utenti che con un loro “Prosegui” i dati personali diventavano accessibili. Tra le altre cose a cui Thisisyourdigitallife aveva accesso c’era la lista delle amicizie di ogni utente (con annesse – ovviamente – informazioni personali). E qui sta il bello: con questa operazione l’app diveniva in fretta un gigantesco e dettagliato archivio di dati (si stimano dati per circa 50 milioni di persone).

Questi dati restano nelle mani del solo Kogan per poco, precisamente fino a quando non incontra i vertici della Cambridge Analytica condividendo con loro i dati e violando i termini d’uso con Facebook. Nota bene: per ovvie ragioni legate alla privacy dei propri iscritti, Facebook vieta ai proprietari di app di condividere con società terze i dati che raccolgono sugli utenti. Ma ormai la frittata è fatta e i dati sono stati condivisi. Ed eccoci, il nodo della questione sta proprio qui: quanto sapeva Facebook su quello che stava succedendo? E se sapeva – qui l’accusa delle fonti del The Guardian – perché non ha fatto niente per impedire l’illecito?

Facebook

www.specchioscuro.it

Il mondo che cambia ai tempi di internet

Se è vero che il tempo dimostrerà le responsabilità del social in questa vicenda (Zuckenberg ha parlato e si è preso l’impegno di «difendere i dati dei propri utenti» perché «sono stati commessi degli errori»), è altrettanto vero che è arrivato adesso il momento per affrontare alcune domande un po’ scomode sull’uso delle nuove tecnologie nella vita quotidiana.

Resta ancora spazio per la nostra vita privata? È proprio vero che tutto quello che lasciamo dietro di noi – dati personali, gusti, apprezzamenti vari, ricerche online – si tramuta in una formula per trasformarci in oggetto di studio?  Inoltre, il caso che stiamo osservando in questi giorni ci fa fare anche un passo oltre nelle nostre riflessioni: quali sfide deve affrontare la democrazia nell’epoca digitale? Come cambia il modo di fare e vivere la politica oggi? Se è vero che la storia la stiamo scrivendo giorno dopo giorno ci basta guardare un attimo indietro per capire che forse il mondo dominato dai like un pezzo di storia l’ha già scritto.

I fenomeni delle fake news e dei finti profili che incitano all’odio hanno condizionato diversi avvenimenti politici di questi ultimi anni, uno tra tutti le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 (ce le ricordiamo tutti le bufale contro la Clinton, vero?). Si ha sempre più l’impressione che la tecnologia corra una gara tutta sua in termini di velocità e che tutto il resto intorno a lei – la regolamentazione in primis – arranchi un po’.

Mentre si cerca di far chiarezza sulla vicenda, Facebook rompe il silenzio promettendo di aumentare la sicurezza e monitorare tutte le attività sospette. Questo risolverebbe i problemi, ma solo in parte. È lecito e giusto immaginare una sfera che appartenga solamente a noi, nella quale esistano tutti quei dati che non vogliamo condividere con il resto del mondo e che non diventino materiale per secondi fini. Adesso dobbiamo solamente capire se possa esistere davvero questo angolo sicuro di mondo (e se sì, come realizzarlo? Leggi ad hoc? Regolamentazioni più chiare? Una nuova visione politica?) o se dobbiamo ammettere che – a malincuore – nella vetrina della rete ci siamo dentro fino al collo. Come si dice in questi casi? Ah sì, ai posteri l’ardua sentenza!

Agnese Zappalà

Classe 1993, brianzola di origini siciliane.
Ho studiato musica classica e scienze politiche.
Una passione insana per il caffè, il cinema francese e lo shopping (esagerato).
Per Frammenti Rivista mi occupo di Politica e Attualità.
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