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Il fascismo è vivo, con la storia lo si combatte

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«È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.»

Probabilmente l’unico modo per cominciare questo articolo è citare le poche righe della XII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione. Per ricordare – così come è stato ribadito anche da una legge del 1952 – che l’apologia del fascismo in Italia è un reato. O forse sarebbe meglio dire che lo è solo teoricamente. Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito a una serie di episodi sconcertanti, culminati nell’attentato di Macerata del 3 febbraio scorso, che lasciano da pensare che c’è il serio rischio che il fascismo torni nel nostro Paese.

Da Facebook all’irruzione degli skinhead a Como

Come siamo arrivati ai fatti di Macerata? Tutto è cominciato forse da qualcuno che, davanti ai problemi della nostra società, ha pensato bene di reagire affermando che, se fosse stato vivo Benito Mussolini, l’Italia non avrebbe tutti i problemi che ha oggi. «A pensarci, il fascismo ha fatto anche cose buone… sì, d’accordo, nel 1938 sono state promulgate le leggi razziali ed è ufficialmente partita la persecuzione degli ebrei anche in Italia. È anche vero che nel 1925, con le cosiddette leggi fascistissime, Mussolini aveva esplicitamente inaugurato un regime dittatoriale, ma… che sfacelo è quello dell’Italia di oggi? Forse non sarebbe male che arrivasse un dittatore col pugno di ferro a sistemare le cose.»

Si sono susseguite negli ultimi anni frasi di questo tipo, troppo spesso nella semplicissima forma di un nostalgico (anche e soprattutto da parte di chi nel Ventennio non era neanche nato) «ah, quando c’era lui…». Si sono susseguite queste frasi e l’errore è stato far finta di niente. Prenderle sottogamba. Pensare che in fondo il fascismo fosse qualcosa che riguardava solo i libri di storia, non l’Italia del XXI secolo. Sono nate pagine Facebook che inneggiavano apertamente al fascismo e ai suoi principi, gruppi dichiaratamente fascisti, come i movimenti di Casapound e Forza Nuova, hanno trovato nuova linfa. Finché il 28 novembre 2017 non è accaduta una cosa nuova.

Quindici ragazzi del Veneto Fronte Skinhead hanno fatto una vera e propria irruzione squadrista nella sede di Rete Como Senza Frontiere, un’associazione che assiste i migranti. Questo fatto è stato la prova che il fascismo era tutt’altro che morto, ma purtroppo non ha ricevuto la condanna unanime, da parte di tutte le forze politiche, che ci si aspettava. Se gli esponenti di alcuni partiti, come il Partito Democratico o Sinistra Italiana (oggi confluita nel movimento Liberi e Uguali guidato da Pietro Grasso) hanno fermamente condannato quanto accaduto, quelli di altri (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle) hanno minimizzato l’accaduto, affermando che i problemi dell’Italia erano ben altri.

L’irruzione degli skinhead a Como

Attacco alla sede de La Repubblica

Poco dopo, il 6 dicembre, è stata la volta di un blitz compiuto da militanti di Forza Nuova contro la sede del quotidiano La Repubblica, attacco che a detta degli esecutori sarebbe stato «solo il primo». Un attacco anche fortemente simbolico, visto che i giornali sono l’emblema della libertà di stampa e di espressione. Anche questa volta, non c’è stata dall’alto la condanna unanime tanto auspicata. Proprio in nome della sacrosanta libertà di espressione, si è lasciato che anche i neofascisti dicessero tranquillamente la propria. Ma, per citare la scrittrice e filosofa Michela Marzano, «non è allora assurdo, in casi come questi, appellarsi alla libertà di espressione? L’intolleranza non si limita a negare, ma cancella, elimina, fa tabula rasa. Ecco perché, se la tolleranza tollerasse l’intolleranza, finirebbe con l’esserne fagocitata».

Il blitz alla redazione de La Repubblica

L’attentato mascherato da vendetta

Si arriva dunque a sabato 3 febbraio 2018, giorno in cui il neofascista Luca Traini gira per Macerata armato e apre il fuoco su tutti gli africani che gli capitano a tiro, ferendone sei (e per fortuna non uccidendone nessuno). Fa il saluto romano poco prima di essere arrestato, si giustifica poi dicendo che voleva vendicare la giovane Pamela Mastropietro, diciottenne il cui cadavere era stato trovato fatto a pezzi pochi giorni prima, probabilmente ad opera del pusher nigeriano Innocent Oseghale, attualmente in carcere.

L’arresto di Luca Traini

Un attentato di matrice fascista: perché no? In fondo, i campanelli di allarme ci sono stati e molti di noi hanno preferito ignorarli, per i più svariati motivi. Quel che conta è che un neofascista, uno che aveva in casa il Mein Kampf di Adolf Hitler e che affermava senza problemi di voler ripulire l’Italia dagli stranieri, si sia sentito praticamente autorizzato a compiere un gesto del genere, senza provare alcun rimorso in seguito. Quel che conta è che il web si sia spaccato a metà, e un numero spaventoso di internauti abbia definito Traini un eroe. Ma forse neanche questo è così sconvolgente. Nemmeno questa volta c’è stata una condanna unanime da parte della politica, che alla fin fine rappresenta noi italiani, quindi perché immaginarne una da parte della gente comune?

La morale è che tra gli italiani serpeggia un malcontento profondo, che li porta a gettarsi tra le braccia della destra estrema. Soprattutto, c’è una scarsissima conoscenza della storia e di quelli che sono stati gli orrori del Ventennio fascista. In un Paese in cui l’ultimo film di Luca Miniero, Sono tornato, mostra che se oggi Mussolini si presentasse alle elezioni con tutta probabilità le vincerebbe, forse l’unico rimedio è riaprire (in qualche caso, aprire per la prima volta) un libro di storia e rendersi conto che un regime dittatoriale e sanguinario non può mai essere la soluzione, e che sarebbe il caso di fermare chi pensa il contrario.

 

Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata in Lingue per l'impresa e specializzata in Traduzione. Sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate. Nel 2020 è stato pubblicato il suo romanzo d'esordio, «Noi quattro nel mondo».

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