Finalmente torniamo a parlare di Tampon Tax (e il merito è anche di queste ragazze)

Ci provano un po’ tutti a metterla in un angolo la battaglia contro la Tampon Tax. E non sembra neanche essere una cosa particolarmente difficile perché a quanto pare quasi mai rappresenta una vera priorità per la classe politica. La battaglia l’aveva combattuta nel lontano 2016 il deputato di Possibile Pippo Civati, che insieme alla collega, Beatrice Bignone, aveva depositato in Parlamento una proposta di legge per la riduzione dell’aliquota sugli assorbenti igienici dal 22 al 4%, poi finita (purtroppo) nel calderone delle cose non fatte.

Ma andiamo con calma. Spiegare la Tampon Tax, espressione quasi del tutto sconosciuta in Italia, è semplice: si tratta di una tassa applicata su alcuni prodotti per l’igiene femminile – come gli assorbenti, in tutte le loro forme – tassati come beni di lusso (22% di IVA) e non come beni di prima necessità. Nelle ultime settimane il tema però sembra essere tornato nel dibattito pubblico. Se da una parte ciò è dovuto alla curiosa scelta di abbassare l’Iva a prodotti non proprio di prima necessità (come il tartufo, potete leggere la storia completa qui), dall’altra non si può ignorare una petizione lanciata su Change.org da Associazione Onde Rosa qualche giorno prima di Natale dal titolo “Il ciclo non è un lusso” che, ad oggi, sfiora le 200.000 firme.

L’intervista alle attiviste di Onda Rosa

Con Frammenti, abbiamo incontrato alcune attiviste dell’associazione che ci hanno spiegato come è nata la loro campagna contro la Tampon Tax e perché questa è, oggi più che mai, una battaglia non solo politica ma anche culturale.

È Gaia – classe 1996, milanese, appassionata coordinatrice dell’associazione e giovane attivista politica – a spiegarci che cos’è l’Associazione Onde Rosa e come è nata:

«L’associazione è nata con l’intento di avvicinare tutte le ragazze alla politica con un approccio leggero e serio allo stesso tempo; vogliamo far capire alla nostra generazione che le discriminazioni esistono ancora e che dobbiamo continuare a combattere per andare avanti o rischiamo di tornare indietro sulle conquiste ottenute. Tante giovani hanno voglia di parlare delle situazioni quotidiane di discriminazione che vivono: sul lavoro, a casa, a scuola. Vogliamo creare un collettore di istanze e idee per risolverle. Perché adesso rispetto agli anni passati le discriminazioni sono più sottili, più difficili da spiegare e quindi da cambiare. Le grandi battaglie quali voto, divorzio, aborto, delitto d’onore, sono state vinte. Questo ha portato l’attenzione delle nuove generazioni a “fermarsi” pensando di aver ottenuto tutto il possibile ma sappiamo che la legge non basta. Il mio ruolo è stato quello di contattare le ragazze con cui facevo attività politica e insieme abbiamo parlato e ragionato su come poter coinvolgere le ragazze. Sono stata eletta coordinatrice per organizzare la struttura iniziale e capire con tutte quale fosse la direzione che volevamo prendere». «Le difficoltà più grandi» continua Gaia «sono state far capire quanto questi luoghi di confronto, spesso accompagnati da una buona dose di pregiudizi e apostrofati come “cose da ragazzine”, fossero in realtà un vero e proprio spazio politico condiviso, in cui far uscire proposte».

«Abbiamo pensato ad una petizione online» – ci spiega Martina, di Como, studentessa in programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali e membro della segreteria regionale dei Giovani Democratici Lombardia – «perché ad oggi è uno dei modi per arrivare meglio alle persone, soprattutto ai giovani come noi che si muovono su Facebook, su Instagram ecc. Una piattaforma come Change.org aveva le risposte strumentali giuste per portare avanti quella che era la nostra petizione: sai, è un po’ la trasformazione di quello che ci diciamo al bar, o in biblioteca o nei luoghi in cui ci troviamo».

L’esperienza di Martina con l’associazione si interseca fin dall’inizio con la sua esperienza politica. Le abbiamo chiesto perché questa battaglia non è stata affrontata nelle sedi del partito e perché invece si è sentita l’esigenza di creare qualcosa di nuovo.

«L’organizzazione giovanile in cui milito ci ha dato gli strumenti, gli spazi, i modi e i tempi per far sì che un’associazione di ragazze come Onde Rosa potesse esprimere tutte quelle che sono le loro battaglie, come la Tampon Tax, o per riflettere su tematiche di genere soprattutto nel mondo del lavoro. Nei partiti classici c’è tanto di cui parlare e tanto da elaborare e spesso le tematiche di genere possono essere “strumentalizzate” in un determinato periodo dell’anno. Mi spiego: quando c’è il 25 novembre ci occupiamo tutti della violenza di genere, quando arriva l’8 marzo dei diritti delle donne, ecc. Avere un gruppo che parla solo e costantemente di tematiche di genere arriva dove i partiti o le organizzazioni non riescono ad arrivare». «Inoltre» continua «molte volte le ragazze giovani come me vengono viste come la novità e quindi c’è una forma – anche se molto lieve o involontaria – di etichettamento sociale. Io sono donna quindi si aspettano che porti sul piatto le tematiche di genere, io sono giovane quindi si aspettano le tematiche giovanili. Non sto accusando i partiti di questo, è un meccanismo sociale, ma può essere discriminatorio perché diventi rappresentante di un mondo limitato. Le donne e i giovani possono portare e devono portare tematiche loro per far sentire la propria voce, ma dall’altra parte non devono essere viste e visti solo come rappresentanti di questo».

Silvia, ventitreenne bellunese trapianta a Milano, è colei che maggiormente si è occupata di seguire le pagine social dell’associazione. Lo fa per diverse realtà politiche a Milano e i numeri delle pagine che segue continuano a crescere. Le abbiamo chiesto qual è secondo lei oggi il rapporto tra politica e nuovi social.

«I social media sono uno strumento che non perdona. Ma sono un grande mezzo e una grande risorsa e secondo me è stupido e anche dannoso rifiutarli, anche nell’ambito politico. Le nuove generazioni sono su Instagram e proprio su Instagram noi abbiamo avuto l’exploit con la nostra campagna. Instagram è più immediato, predilige le immagini alle parole e riesce a creare più connessioni tra due utenti, soprattutto ora che hanno aggiunto le stories, che sono un canale più diretto tra pagina di riferimento e followers. Noi siamo partiti da una pagina con 150 likes e ora superiamo i 12 mila, con una fascia di età che in maggioranza è quella 18-24. Il 93% dei nostri followers sono donne: ovviamente una battaglia come quella sulla Tampon Tax ha fatto breccia sulle ragazze, tuttavia diversi ragazzi ci hanno scritto e molti adesso sono operativi nell’associazione condividendo le nostre battaglie, perché in fondo è una questione di giustizia sociale.»

La petizione “Il ciclo non è un lusso”, accompagnata da un video e una campagna social massiccia che ha raggiunto migliaia di persone, ha attirato anche gli haters del web. Abbiamo chiesto alle attiviste come hanno reagito e se, secondo loro, gli attacchi arrivavano con aggressività anche perché a fare politica sono giovani donne che chiedono un cambiamento politico.

Gaia: «Gli attacchi alla proposta? Beh sì, quello succede, penso dia fastidio ad alcune persone che delle ragazze combattano per una vera e propria equità. Non penso sia perché sono donna ma per il futuro che sogniamo per tutte le donne».

Silvia: «Insulti: ignorare o rispondere? Io penso sempre che ci sia una via di mezzo, nel senso, la politica che attuo di solito è questa: quando sono offensivi, aggressivi o usano parolacce, blocco direttamente gli utenti, perché il dissenso è importante, ma non quando diventa violenza. È giusto rispondere a chi invece esprime dissenso “costruttivo”. Gli insulti maggiori che abbiamo ricevuto arrivano da giovani uomini, classe 2003 o 2004, e lo fanno un po’ per atteggiarsi da bulletti».

Martina: «Questa tendenza a considerare negativamente proposte come la nostra si cambia con l’informazione. Noi siamo felici dei nostri numeri su Instagram e delle firme raccolte, non perché ci sentiamo più importanti degli altri, ma perché sappiamo che nel nostro piccolo abbiamo fatto conoscere una battaglia come quella della Tampon Tax a tante donne che magari non la conoscevano. La politica si fa anche tramite queste cose più piccole: non deve esserci per forza un simbolo ma un’idea da portare avanti.»

La campagna ha avuto fortuna anche grazie alla ricondivisione dei post e della petizione da parte di politici, influencers e youtubers. Silvia ci ha spiegato come è andata questa inaspettata diffusione in rete.

«La ricondivisione è stata importante non tanto per la rete social ma per una questione di credibilità. Quando trovi una cosa online spesso c’è poca voglia di fidarsi e lo si firma – fammi passare il termine – “di nascosto”. Avere delle persone di influenza pubblica ha permesso di aumentare i numeri della petizione e a creare fiducia. Ci ha pubblicato recentemente Leonardo de Carli ad esempio (1.5 milioni di followers su Instagram) e abbiamo registrato 10 mila firme in poche ore, ma tra i sostenitori abbiamo avuto anche Pippo Civati, Camihawke, diversi parlamentari del Partito Democratico e testate giornalistiche importanti come TPI, Vice, Donna Moderna hanno scritto di noi. È stata una catena di condivisione e quindi fiducia».

Uscire dai social è il prossimo passo? Cosa ci aspettiamo adesso da Onde Rosa?

Silvia: «Incontrare le persone faccia a faccia è sempre importante ma lo sono anche i social. Io sono per trovare la giusta quadra. Se il follower è interessato ai tuoi contenuti è perché hai dei contenuti buoni e di qualità e, se sarà incuriosito, vorrà continuare a seguirti. Poi la realtà virtuale finisce e magari riesci a portarli nella vita reale, in piazza. Ma non è facile, devi trovare strategie di coinvolgimento e qualità del contenuto. Questa campagna ci è servita per dare una faccia dinamica, fresca, pulita della politica. Un’immagine semplice di una squadra propositiva che può avvicinare persone che non erano mai state coinvolte, io l’ho visto tramite Onde Rosa e tramite la mia militanza politica».

Gaia: «Il nostro obiettivo è coinvolgere sempre più ragazze nella nostra associazione oggi, per avere una classe dirigente davvero paritaria domani».

AZ

Redazione
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