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Il G8 di Genova: una riflessione a vent’anni di distanza

A distanza di vent'anni, i tragici giorni del G8 di Genova sono una ferita ancora da cicatrizzare.

9 minuti di lettura

È stata un’immagine impressa sul muro, scolpita, colorata e disegnata a muovere lo spazio di queste parole. È difficile piegare la memoria per giungere all’evento di quei giorni dolorosi, giorni divisivi e nefasti. Vent’anni dopo una targa e un murales ricordano il G8 di Genova ed è qui che la nostra memoria collettiva deve ripartire.

La generazione nata alla fine degli anni ’90, i giorni del G8 se li ricorda mediati da uno schermo, dalla voce di giornalisti che trasmettevano bollettini che per quegli anni, carichi di stragi, erano solo una delle tante code di fine secolo che stavamo vivendo. Per quelli che dalla città di Genova non ebbero il tempo di scappare rimane il silenzio e l’immagine di un corpo a terra e di tanti volti massacrati in una scuola.

Gli otto capi di stato più importanti del mondo si incontrano a Palazzo Ducale, mentre nelle strade della città la folla si riversa urlando problemi sociali e conflitti che ancora oggi viviamo. Il prezzo che la città pagherà per ospitare i capi sarà salato, non solo dal punto di vista economico, ma anche per le lacrime e il sangue versati. È il 2001, più precisamente è nei giorni tra il 19 e il 22 luglio che si consuma la rivolta. Il caldo torrido è scoppiato in città. Le saracinesche sono abbassate, i negozi sono chiusi e c’è chi è già partito per le vacanze.

G8 Genova
G8 Genova – 2001

G8 di Genova, violenza di Stato

La polizia fuori controllo attacca i manifestanti che si trovano nelle vie del lungomare per urlare contro una politica ormai tutta incentrata sul capitalismo e sul consumismo, ma ancora più forte è l’urlo soffocato di chi dice “No” al traffico di armi nei paesi orientali. Sono immagini sfocate ma vivide, per chi le ha vissute sulla pelle e per chi è cresciuto all’ombra di questi fatti.

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È il corpo di Carlo Giuliani disteso a terra, un ragazzo come tanti, assassinato con un colpo di arma da fuoco da un carabiniere che non sconterà mai la sua pena, ma otterrà incarichi sempre maggiori. Molti sono anche i danni psicologici e sociali che il G8 ha provocato nella memoria. Basti pensare a chi dormiva presso la scuola elementare Diaz di Albaro: svegliati nel cuore della notte, furono massacrati a colpi di manganello, perquisizioni e ispezioni corporali. Denti rotti e poi aggiustati e cicatrici, non solo fisiche, che difficilmente potranno essere rimarginate per chi le ha vissute.

Una memoria collettiva oggi

Tornare a parlare del G8 è difficile, soprattutto vent’anni dopo, poiché si finisce spesso in retorica di posizione escludendo sempre ciò che è rimasto. Vent’anni dopo una manifestazioni quest’estate ha ricordato quei giorni. Tante sono state le persone che hanno parlato, hanno espresso cosa pensavano davvero cercando di mantenere alta la memoria e il valore e l’impegno civile di quei giorni. Altrettanto numerosi sono stati gli spazi di discussione, come il podcast Limoni di Internazionale che ha ricostruito fedelmente, attraverso il valore della testimonianza, la brutalità e l’efferatezza di quei giorni. Altri come Gianluca Staderini, grafico e autore hanno realizzato libri per sensibilizzare il tema della memoria di Carlo Giuliani, affinché anche le generazioni future possano ricordarsi di quanto accadde quel lontano 2001. Numerose furono le canzoni: Guccini, 99 Posse, e di recente anche Marracash in una canzone del nuovo album ha citato Carlo.

Ci ritroviamo il 20 luglio 2021, siamo tanti: giovani, famiglie, persone più anziane. Siamo in Piazza Alimonda, qualcuno grida, qualcuno ancora mostra qualche segno che è rimasto sulla pelle, qualcuno a Genova non ci è più tornato. Dopo il G8 la città di Genova ha smesso di manifestare, ha rallentato i ritmi, si è dimenticata che le strade sono di tutti e di tutte, che le piazze non sono solo luoghi del passato mazziniano e garibaldino da ricordare, ma sono memoria vera da costruire. Ci siamo dimenticati cosa vuol dire riappropriarsi degli spazi pubblici e sociali, perché sotto la coltre di quella nube capitalista abbiamo investito ogni nostro sforzo di successo e arrivismo.

Il “giorno dopo” del G8 di Genova che deve ancora arrivare

Eppure, qualcosa abbiamo imparato in quel lontano luglio 2001. Si dice spesso che la storia sia maestra di vita, vent’anni dopo qualcuno ancora si ritrova per ricordare una pagina di storia che difficilmente studieranno nelle scuole secondarie di secondo grado. Capitalismo-consumismo era questo il binomio tanto osteggiato in quegli anni e così tanto presente nella società attuale. In un continuo progresso che ancora rende l’uomo come schiavo di ogni bene non essenziale, qualcuno allora vide in quell’occasione il momento per alzare la voce e cercare di cambiare il sistema.

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L’hanno ripetuto spesso alla nostra generazione, quella che ora si ritrova davanti ai murales o alle targhe, quella che ancora ogni tanto decide di prenderla una posizione: la rivoluzione è un processo lento che richiede forza, coraggio e dedizione. La rivoluzione richiede sacrificio e in quei giorni molto è stato fatto. Ci si chiede spesso cosa accada il giorno dopo la rivoluzione. Il giorno successivo per Genova fu una lenta ripresa alla normalità, chi era in vacanza tornò per controllare se la casa fosse in ordine, la macchina non devastata e cosa fosse successo alla palazzina in cui risiedevano. Si alzarono nuovamente le saracinesche dei negozi e delle botteghe e la memoria si divise. Il dibattito si spostò, come antica consuetudine della storia, tra i vincitori e i vinti, tra i ribelli e i giustizieri, tra chi era dalla parte dei “buoni” e chi dei “cattivi”.

L’importanza di ricordare

A distanza di vent’anni possiamo dirlo, quelli che furono definiti violenti scelsero l’unica rivoluzione possibile, quella che oggi forse ci stiamo dimenticando: usarono la voce, i cartelli, la rabbia sociale, usarono tutto ciò che era in loro potere per cambiare qualcosa. Vent’anni dopo alcuni di noi questa rivoluzione la capiscono e provano a ricordare e a raccontare.

Fino a quando l’ultima viva voce sarà rimasta tra noi, fino a quando si parlerà di G8 non solo a luglio e nelle ricorrenze, ma ogni giorno, solo allora la lenta e silente rivoluzione sarà conclusa. Il nostro giorno dopo non è ancora arrivato e questo lo dobbiamo a Carlo e a chi quel giorno perse una parte della propria anima.

Chiara Frisoni

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