La notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968, un terremoto devastante squarciò la terra nella Valle del Belìce, in Sicilia, riducendo al suolo Gibellina Vecchia, come molti altri paesi, portando via case, vite, storie. Quel luogo di devastazione venne abbandonato e non ricostruito. Si decise infatti di costruire una nuova Gibellina. Le rovine così restarono, silenziose, nella memoria delle persone e della terra. Ci fu un artista, però, che volle ridare voce a quel paese fantasma, non ricostruendolo o ripopolandolo, ma realizzando un monumento grande quanto la devastazione, ma più potente. È da qui che nasce il Grande Cretto, o Cretto di Gibellina, o Cretto di Burri, in onore del suo ideatore e creatore: Alberto Burri.
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L’artista e l’idea
Alberto Burri, uno degli artisti più importanti del secondo Novecento italiano, venne invitato all’inizio degli anni Ottanta a partecipare al progetto di rinascita artistica del territorio siciliano terremotato, promosso dal sindaco della Nuova Gibellina Ludovico Corrao.

Burri non volle però intervenire nella nuova città: volle invece tornare sulle rovine, sentire la terra ferita, misurare il vuoto lasciato. Visitò Gibellina Vecchia, vide le macerie, fotografò, guardò i resti del tessuto urbano, le vie, i vicoli, gli isolati ormai invisibili nella distruzione. E nacque l’idea: farne un monumento, scolpire quel vuoto, fissare nella materia la memoria.
Forma e materia del Grande Cretto di Gibellina
Il Grande Cretto è un’opera di land art, monumentale per dimensione e intensità simbolica: si estende su circa 86mila metri quadrati. Il lavoro dell’artista fu tanto semplice quanto potente. Burri raccolse infatti le macerie degli edifici demoliti, le compattò in blocchi, le armò con reti metalliche, e le ricoprì con cemento bianco. Il risultato è una ricostruzione ma anche un sudario, un manto di cemento che copre il distrutto, lasciando solo fessure, crepe che corrispondono alle strade della vecchia città. Sono varchi, percorsi vuoti che si possono camminare, che ricostruiscono un’urbanistica che non c’è più.
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La realizzazione vera e propria dell’opera iniziò nel 1985. Per vari motivi – principalmente economici – questa restò però incompleta fino al 2015. In quell’anno, in occasione del centenario della nascita di Burri, venne deciso di portare a compimento il progetto così come concepito dall’artista: completare le superfici, i blocchi, le crepe, secondo la pianta originaria. Nel frattempo, il Cretto diventava sempre più un’icona, visitato, fotografato, studiato.
È un labirinto tragico, ma anche un luogo contemplativo. Camminare fra le crepe, passare tra i blocchi di cemento, significa riconoscere il vuoto, misurare il dolore, ascoltare il silenzio. E nella materialità del cemento, nel bianco abbacinante, c’è anche una luce: quella che proviene dalla memoria preservata, dalla forza della creazione artistica come risposta alla catastrofe. In un certo senso, Burri trasforma l’assenza in presenza: l’assenza di edifici, dell’antico paese, dei volti. Presenza della forma, della geometria, della memoria collettiva, della storia che ancora pulsa sotto il cemento.
Impatto sociale, culturale
Il Grande Cretto non è una scultura decorativa, ma un simbolo connettivo: fra chi c’era e chi non c’è più, fra passato e presente, fra arte e comunità. È parte integrante della rinascita culturale di Gibellina Nuova, della scelta politica e civile di trasformare un lutto in un’occasione di memoria viva.
Ha attirato visitatori da tutta Italia e dal mondo, studiosi, artisti, fotografi; è diventata una delle opere più emblematiche della land art italiana, una testimonianza che va oltre l’estetica: è un’esperienza, un incontro fra materia e tempo, fra memoria e silenzio.
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