Guido Keller e la Fiume libertaria

Guido Keller (1892-1929) è stato molte cose: agitatore, aviatore, rivoluzionario, conte, bisessuale apertamente dichiarato, prigioniero, scrittore, perdigiorno. Una testa calda. Ma è stato soprattutto un simbolo, quello della sua generazione e della stagione libertaria di Fiume. Morì a 31 anni terminando una vita meravigliosamente sciagurata.

Leggere Ariosto su un biplano

Quando si sparse tra i salotti romani la notizia della morte di Keller, nessuno si stupì. Era un pazzo, si dicevano, non poteva andare diversamente. Guido Keller non era un uomo normale: era l’eroe scomodo. Troppo libertario per il fascismo, troppo guerrafondaio per la sinistra, era il rivoluzionario, il folle, l’inventore del ‘68 cinquant’anni prima. Amico di Baracca e D’Annunzio, amante di Giovanni Comisso, aveva volato nudo su un bimotore, aveva fondato uno squadrone di pirati e una rivista, e appunto morì alla veneranda età di 31 anni.

Biografie – Guido Keller – Racconti di libri
Keller sul suo trabiccolo

Era nato, conte Keller von Kellerer, nel 1892 a Milano da famiglia della nobiltà elvetica. L’educazione severa del collegio svizzero finì però dopo due anni con l’espulsione per indisciplina. Allo scoppio della guerra, dopo anni di bighellonaggio, Guido Keller diventa aviatore e cocainomane. Si fa riconoscere da subito: porta sempre una copia dell’Orlando furioso e un servizio da tè sul suo biplano, viaggia in macchina con il suo somaro Camillino e talvolta, senza avvisare nessuno, prende il volo nudo – Keller era un naturista – per «vedere il tramonto sull’Isonzo». Poi torna, come se nulla fosse e, vestito di tutto punto, si sporca con l’olio del motore. Nel 1917, quando, dopo aver abbattuto sette aerei nemici, precipita, ordina in tedesco agli austriaci che lo prendono prigioniero «Mettetevi sull’attenti, animali! Sono un ufficiale! Presentate le armi! … Bene. Riposo! E ora prendete dei rami e fabbricatemi una barella, schnell!».

Guido Keller e l’arrivo a Fiume

Liberato dopo la vittoria, il povero Keller rimane solo, anche se per poco. Ben presto Gabriele D’Annunzio occupa infatti Fiume e Keller parte a tutta velocità verso la città di vita. Si stabilisce a Fiume italiana e ne incarna l’anima. È l’unico a dare del tu al Vate e a Fiume sguazza benissimo: droghe (molte), sesso (moltissimo e di ogni tipo), avanguardia, libertà, sregolatezza.

Cento anni fa Guido Keller volava su Roma - Nazione Futura
Guido Keller e Gabriele D’Annunzio

Ma quale Woodstock, ma quale Sessantotto. Fiume italiana era piena di gente che aveva visto l’orrore (era pur sempre stata la guerra delle mazze chiodate e dei gas) e non poteva tornare alla vita normale, come se nulla fosse. Erano in grado di ripensare daccapo il mondo, di minarlo alle fondamenta, di dimostrare che una vita libera è possibile, e per questo erano pericolosi, sovversivi.

Guido Keller: pirata e scrittore

A un certo punto le cose però a Fiume vanno male: c’è una specie di embargo e i viveri scarseggiano. Urge una soluzione. Il Comandante ha un’idea, ma bisogna trovare qualcuno tanto pazzo da accettare. D’Annunzio chiama Keller: bisogna costituire l’U.C.M, ovvero l’Ufficio Colpi di Mano. In poche parole, pirati. I suoi addetti sono gli uscocchi, che prendono il nome dai predoni serbocroati cinquecenteschi, la loro missione è rubare i viveri, il loro comandante è Keller. Principalmente dirottano navi, rubano il carico e chiedono il riscatto.

GUIDO KELLER VESTITO DA BRIGANTE SARDO
Keller vestito da brigante sardo

Strano ma vero, grazie a queste azioni Fiume si salvò. Ma Keller, ovviamente, non si limitò a questo. Era infatti un intellettuale finissimo e decise di fondare insieme al suo amante Giovanni Comisso (con il quale conviveva in hotel), la rivista Yoga: unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione. Yoga era una rivista naturista, voleva l’abolizione del carcere, disprezzava la borghesia, il parlamentarismo, la diplomazia. Era contro la decenza, il limite, la ragione, a favore della Bellezza. Keller detestava la borghesia come prodotto dell’industrializzazione e predicava quindi il ritorno alla natura, ad una sorta di primitivismo.

Un pitale per Montecitorio

Nel frattempo, però, la storia della città di vita cominciava ad incupirsi. Nel 1920, l’Italia firmò il trattato di Rapallo con cui impose a D’Annunzio di lasciare Fiume. Di tutta risposta Guido Keller lasciò la redazione (che era nell’albergo), prese due mazzi di rose rosse e un pitale, saltò sul suo aereo e partì alla volta di Roma.

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Sorvolando la capitale lanciò un mazzo di rose rosse a San Pietro (omaggio a San Francesco, uomo che piaceva sia a lui sia al Vate, nonostante le loro vite eccentriche), un mazzo al Quirinale per la regina Elena (era pur sempre l’“asso di cuori”) e il pitale a Montecitorio. Keller, insomma, non le mandava a dire.

Guido Keller dopo Fiume

Tuttavia, non basta un pitale a liberare Fiume e, dopo il Natale di sangue, il sogno termina. Keller non è a suo agio nell’Italia borghese e neppure in quella fascista. Dopo il 1922 va in Turchia, a fare l’imprenditore. Poi, all’ambasciata italiana a Berlino. Keller ambasciatore, non bisogna neppure dirlo, non era un capolavoro della diplomazia e leggenda narra che si presentò a un ricevimento in frac e sandali. A quel punto, andò in Sud America. Vagò tra Cile, Venezuela e Perù. Passò addirittura qualche mese alla ricerca dell’oro (in smoking, con il maggiordomo). Passò gli ultimi anni a Ostia, dove il proprietario della pensione “Regina” gli offriva una stanza in cambio dei suoi racconti.

Keller desnudo

Mangiava in trattoria senza pagare, bighellonava e aspettava l’occasione. Una sera era andato a trovare uno che gli proponeva di finanziare un suo ritorno in Brasile. Pioveva. Era la sera del 9 novembre 1929. Con lui sulla FIAT 525 c’erano altre quattro persone. La guida, non serve dirlo, era sportiva. Quando il Comandante seppe della morte si chiuse nel suo studio, telegrafò a Mussolini: «Guido Keller era una grande anima infelice, come tu sai. Meritava una morte violenta, ma gloriosa poiché non sapeva adattarsi alla vita comune (…) Domando a te, combattente, che al suo feretro siano resi onori solenni». I funerali, non proprio solenni, vennero celebrati e il feretro del conte Guido Keller von Kellerer fu spedito per treno a Gardone Riviera. Lì D’Annunzio lo vegliò per una notte. Poi lo seppellirono nel mausoleo del Vittoriale, tra gli amici più intimi, dove riposa anche il suo Comandante. Con lui moriva l’ultimo uomo che in Italia era così scriteriato da poter fare la rivoluzione.

Una generazione tradita

Guido Keller rappresenta una generazione, quella a cavallo tra i due secoli, perduta, anzi, abbandonata, e decadente. Era la generazione tradita prima dall’Italia liberale e poi dal fascismo. Dovevano essere i figli del progresso, della belle époque, e invece erano finiti impigliati tra i reticolati.

Keller con il pitale

Dopo la guerra non erano disposti a ritornare alla “normalità”, non potevano più fidarsi di coloro che li avevano uccisi. La causa irredentista e l’occupazione di Fiume altro non erano che il manifesto della loro scandalosa esistenza, la loro intima avversione verso la peggiore Italia borghese. Non era la vittoria a essere mutilata ma loro, delle loro speranze, della loro gioventù. Il fascismo li raccattò dal bordo della strada promettendogli la rivoluzione per riportarli poi nel centro della carreggiata, a marciare per lo stesso re che aveva firmato il massacro.

Fiume libertaria

Fiume altro non fu che la rivolta dell’estetica, una chiamata alle armi di tutti i sovversivi d’Europa (vi vennero Toscanini, Marconi e comunisti, futuristi, anarchici, persino interi pezzi dell’esercito italiano). La costituzione di Fiume fu scritta a quattro mani da D’Annunzio e dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Conteneva il voto alle donne, l’abolizione dell’esercito in tempo di pace, l’abolizione della proprietà privata, e questo è incompatibile ideologicamente e spiritualmente con il fascismo (quantomeno dal 1922 in poi), checché ne dica certa storiografia. Mussolini copiò l’estetica dannunziana per attrarre a sé buona parte dei partecipanti, usandoli come ariete per sfondare il regime democratico, mantenendo da un lato la faccia del rivoluzionario e dall’altra quella dell’uomo vicino agli industriali, sventando una pericolosa minaccia. Fiume non fu fascista né il fascismo fu fiumano se non come sua pallida caricatura.


Fonti:

  • Giordano Bruno Guerri, Disobbedisco, 500 giorni di rivoluzione, Mondadori, 2019
  • Simonetta Bartolini, Yoga, sovversivi e rivoluzionari con D’Annunzio a Fiume, Luni Editrice, 2019
  • Renzo De Felice, Mussolini e il fascismo, vol.1 (Mussolini il rivoluzionario), Einaudi, 1995,
  • Montanelli-Cervi, L’Italia del novecento, Fabbri Editori, 2001
  • Gabriele D’Annunzio, La carta del Carnaro e altri scritti su Fiume, Castelvecchi, 2020

 


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